Pisa, Teatro Sant’Andrea
26 aprile
Nel fine settimana del 25 aprile si è celebrato a Pisa il decimo anniversario del Fonterossa Day, la rassegna organizzata dall’etichetta indipendente Fonterossa gestita da Silvia Bolognesi, in collaborazione con Pisa Jazz e sotto l’egida di Toscana Produzione Musica. Un traguardo tutt’altro che scontato, ma non per questo meno gratificante, per la coraggiosa iniziativa portata avanti dalla contrabbassista senese, che attualmente ricopre il ruolo di direttrice artistica di Siena Jazz. E anche un atto di vera resistenza, felicemente coinciso con la Festa della Liberazione.

Quest’anno la rassegna ha avuto un prologo, sabato 25 aprile, con l’incontro-dibattito La musica alla radio: diffusione e produzione, protagonista Pino Saulo, promotore di numerose e lodevoli iniziative di diffusione della musica di qualità per Radio3. L’evento è stato seguito dal concerto dell’MBIZO Quintet, assemblato da Bolognesi in omaggio a uno dei suoi numi tutelari, il contrabbassista sudafricano Johnny Dyani. Formavano il quintetto il trombettista Kirk Knuffke, il sassofonista Pasquale Innarella, il violinista Emanuele Parrini e il batterista Ermanno Baron.

Tra pomeriggio e sera – e sempre nella suggestiva cornice del teatro Sant’Andrea, ricavato da una chiesetta romanica sconsacrata – la giornata del 26 aprile ha visto avvicendarsi quattro performance del tutto diverse fra loro, ma comunque accomunate dall’orientamento verso la ricerca.

Il compito di aprire la giornata è toccato al chitarrista Nicolò Francesco Faraglia, già membro del gruppo Nerovivo di Evita Polidoro e autore di «Languages», lavoro per sola chitarra appena uscito per Fonterossa. Come anche l’esibizione pisana ha confermato, da questa incisione non trapelano patenti riferimenti o richiami jazzistici. Piuttosto, Faraglia si confronta con differenti linguaggi: dalla fuga al gamelan di Giava e Bali; da corrosive esplosioni sonore in qualche misura riconducibili alla poetica di David Torn ed Elliott Sharp alla musica per saz, liuto tipico della musica classica turca. Nel concerto pisano Faraglia ha riservato spazio a preziose e nitide tessiture concatenate in forma di moderna fuga, spigolosi fraseggi efficacemente frammentati e potenti distorsioni, ma sempre sotto un comun denominatore: la ricerca timbrica, la costruzione di strutture e la pulizia del suono.

Con il quartetto Just Shouts, emanazione del precedente Young Shouts, Silvia Bolognesi ha ribadito ancora una volta di essere profondamente ancorata alle radici del linguaggio afroamericano. L’amore per il blues e gli spiritual, i copiosi riferimenti al repertorio della folksinger Bessie Jones (riscoperta dal musicologo Alan Lomax), le frequentazioni nel circuito dell’avanguardia di Chicago e l’interesse per l’ampio spettro delle esplorazioni compiute da William Parker in seno alla tradizione afroamericana confluiscono in una dimensione multiforme e palpitante. La pulsazione sanguigna del contrabbasso e le sue linee. fluide e viscerali al tempo stesso, fungono da collante indispensabile per delle esecuzioni che in ogni frangente dispensano swing e senso del blues a piene mani. Il suono corposo, intimamente «nero» emanato dalle corde sottolinea il saldo legame con la tradizione. Alla batteria Giovanni Nardiello si rivela interlocutore empatico, pronto a recepire e immediatamente rilanciare stimoli e spunti con grande controllo delle dinamiche e varietà di figurazioni. Emanuele Marsico (tromba) e Sigi Beare (sax alto) imbastiscono fitti dialoghi a base di call and response, la chiamata e risposta presente nei work songs, i canti di lavoro, e poi penetrata nel gospel e nel jazz. La sassofonista inglese, ma ormai pisana d’adozione, possiede un timbro nitido e sanguigno al tempo stesso, accompagnato da un fraseggio articolato che riassume adeguatamente varie influenze: Cannonball Adderley, Jackie McLean, ma anche Maceo Parker e Steve Coleman. Il trombettista sfoggia un approccio lirico, fatto di ampie volute e, come vocalist, è provvisto di una modulazione calda e melodiosa che salda l’eredità del blues con il retroterra mediterraneo della natia Napoli.

All’improvvisazione totale è improntata la poetica del duo composto dal percussionista sloveno Zlatko Kaučič e dalla pianista austriaca Elisabeth Harnik. Forti di una collaborazione già consolidata e documentata da «One Foot in the Air» (in duo) e «Live in St. Johann» (in trio con Joëlle Léandre), Kaučič e Harnik affrontano con consapevolezza l’ignoto, a tratti l’alea pura, grazie a un comune sentire e all’ascolto reciproco. Dietro questi presupposti, ogni piccola cellula costituisce la tessera di un mosaico sonoro che prende gradualmente forma attraverso un processo meticoloso di aggregazione. Nel continuo scambio – un vero e proprio flusso di segnali, suggerimenti e codici – si dedica la massima attenzione alle dinamiche e all’equilibrio timbrico, tanto nei passaggi più rarefatti quanto nei crescendo e nei picchi di tensione. Kaučič ricava una gamma timbrica incredibilmente ampia e variegata sia da pelli e metalli della batteria, che da un vasto campionario di oggetti: piattini, campanellini, richiami per uccelli, un metallofono giocattolo. Parallelamente Harnik applica preparazioni e compie interventi sulla cordiera del piano, traendo risorse inaspettate dallo strumento, compiendo incursioni e scorribande sulla tastiera che evocano lo spirito di Cecil Taylor. Il duo recupera e sviluppa l’eredità della free music europea degli anni Settanta, svincolata da riferimenti jazzistici espliciti, calandola in una dimensione attuale e trasformandola in materia viva, pulsante.
Come sempre, il Fonterossa Day costituisce anche un’occasione per valorizzare gli aspetti della didattica. Come da tradizione, la conclusione della rassegna è stata affidata a un’orchestra-laboratorio, Fonterossa Open Lab, formata da una trentina di elementi e comprendente una nutrita sezione di ance (dieci tra sassofoni e clarinetti, più un flauto), due trombe, tre chitarre, piano e tastiera, fisarmonica, contrabbasso e basso elettrico, due batterie, tre voci e un’arpa. Ben cinque musicisti si sono avvicendati alla direzione di questo ensemble. Mediante il metodo della conduction a lei congeniale, Silvia Bolognesi ha guidato una giocosa improvvisazione distribuendo e alternando voci e sezioni, favorendo contrapposizioni e combinazioni timbriche, ed esaltando il collettivo. In un’esecuzione significativamente intitolata Zero note, Francesco Giomi – direttore di Tempo Reale – ha lavorato su dinamiche ed altezze, creando vere e proprie cattedrali di suono in virtù di una concezione collettiva che si collocava tra Berio e Nono. Pasquale Innarella ha costruito gioiose strutture da cui emergevano richiami alla musica corale sudafricana e al retroterra mediterraneo. Ricorrendo a una conduction energica, frenetica, fatta di gesti imperiosi e introdotta dallo sventolare collettivo di fogli di partitura, Zlatko Kaučič ha dato vita a scenari cangianti, sollecitando gli esecutori a dialogare e contrapporsi, per poi liberare la giusta intensità espressiva. Grazie al contributo delle voci, Kaučič ha inserito anche dei versi del poeta sloveno Srečko Kosovel (1904-1926), che con spietata lucidità commentava la distruzione causata dalla Prima Guerra Mondiale e la disgregazione dell’Europa. Un contributo di grande impatto e drammatica attualità. Infine, Kirk Knuffke ha valorizzato il collettivo generando scoppiettanti insiemi e contagiose progressioni ritmiche.

A dieci anni dalla nascita, Fonterossa Day dimostra di essere una realtà consolidata, per quanto piccola, e meritevole di ulteriori traguardi. Insomma, una scommessa vinta.
Enzo Boddi
Foto cortesia di Francesco Mariotti (Pisa Jazz)

