Bergamo Jazz Festival 2026 – Seconda Parte

Il festival entra nel vivo e si apre in tutte le direzioni: intimità, energia, repertori reinventati e un finale collettivo nel segno di Miles Davis e John Coltrane

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Venerdì 20 marzo, secondo giorno del Bergamo Jazz Festival 2026, la rassegna entra nel vivo. Il concerto serale è al Teatro Donizetti e il pubblico è quello delle grandi occasioni. C’è il divieto di usare il cellulare, fatto rispettare in modo cortese ma fermo dal personale di sala. E chi ha davvero voglia di ascoltare non può che apprezzare la scelta, coraggiosa in un tempo in cui ogni esperienza passa dallo smartphone. Joe Lovano presenta tutti i musicisti con una certa confidenza, lasciando intravedere quella rete di relazioni personali che contribuisce alla bella atmosfera di questo festival, percepibile sul palco, ma anche dietro le quinte. E in questa edizione, costruita attorno al centenario dalla nascita di Miles Davis e John Coltrane, il senso di comunità tra musicisti di jazz ha un peso specifico particolare.

Il primo set è affidato al duo Dave Holland e Lionel Loueke, un incontro tra due traiettorie lontane che trovano un punto comune nell’ascolto. Holland ha attraversato da protagonista più di mezzo secolo di jazz, dal periodo elettrico con Davis alle esperienze post-free, mentre Loueke porta un linguaggio in cui elementi dell’Africa occidentale entrano in modo organico nella costruzione del suono. Il duo nasce qualche anno fa da un soundcheck, lo racconta Holland sul palco: “ero in tour con Aziza, ci siamo messi a suonare assieme ed eccoci qui”. Loueke ricambia l’omaggio al “Maestro dei Maestri” (così Lovano ha presentato Holland) raccontando dal suo punto di vista la nascita della collaborazione. Da lì è nato United («United», 2024, Edition Records), riproposto sul palco quasi per intero. I due danno vita a un concerto sottovoce, una conversazione a due sussurrata e precisa, giocata sui dettagli. Le linee di basso di Holland, continue e mobili, aprono spazi che Loueke abita con chitarra e voce, spesso trattate anche in senso ritmico. Il programma riprende in larga parte i pezzi dell’album del 2024, l’apertura, con United, è dedicata a Wayne Shorter “che ci ha molto ispirato, non solo musicalmente”, dice Holland. Al centro resta la qualità dell’interazione tra i due, il virtuosismo è evidente ma mai esibito, resta funzionale al discorso. Il set scorre per oltre un’ora con grande coerenza e raffinatezza. Il bis viene chiamato a gran voce, gli artisti tornano per un saluto, ma non c’è tempo.

Dave Holland - Lionel Loueke Duo ©Rossetti
Dave Holland – Lionel Loueke Duo ©Rossetti

Cambio di scena con Steve Coleman e i suoi Five Elements, che in questo tour sono Jonathan Finlayson alla tromba, Rich Brown al basso elettrico e Sean Rickman alla batteria. Coleman sale sul palco presentato da Lovano, ricordano gli incontri a New York e le jam session di fine anni Settanta. Il tono è quello di una rimpatriata, anche se il Donizetti rimette tutto dentro una cornice più composta. Fine dei convenevoli, inizia la musica. La band si dispone su una linea orizzontale, senza gerarchie evidenti: a sinistra la batteria, al centro il basso, subito punto di attrazione, a destra Coleman e Finlayson. Rickman e Brown costruiscono un motore continuo, preciso, implacabile, una struttura che spinge in avanti tutto il resto. Sopra, Coleman e Finlayson entrano ed escono dal groove, si incastrano, si sovrappongono senza cercare un centro stabile. Il linguaggio è quello che Coleman porta avanti dagli anni Ottanta, qui ancora più concentrato. Frammenti riconoscibili affiorano e scompaiono: echi coltraniani e davisiani, ma anche citazioni bachiane, affidate a un’introduzione in cui Coleman assume al sax alto un suono quasi classico. A tratti la sensazione è quella di scorrere una timeline di Instagram o di TikTok, materiali diversi compaiono, si sovrappongono, deviano e poi rientrano nel flusso. Non c’è un punto fermo, ma nemmeno dispersione, tutto resta dentro un sistema molto controllato e codificato. Finlayson ha un suono netto, pulito in tutti i registri, con una precisione che regge anche nei passaggi più spigolosi. Brown tiene insieme il discorso con un basso elettrico molto esposto e un virtuosismo evidente ma sempre funzionale al discorso. Rickman mantiene una pulsazione serrata, senza cedimenti. Coleman resta al centro senza imporsi, orienta il flusso. Il fraseggio è spezzato, reiterato, costruito per cellule che si trasformano mentre si ripetono. Il gruppo si fa attendere per il bis, poi rientra. Applausi.

Steve Coleman ©Rossetti
Steve Coleman ©Rossetti

Tanti i concerti in programma sabato 21 marzo, tutti da seguire non solo per la proposta artistica di eccezionale livello, ma anche per scoprire i luoghi di Bergamo Jazz, tra cui le sale della Pinacoteca dell’Accademia Carrara, dove si è svolto il concerto mattutino di Anaïs Drago e del suo super trio Relevé, con Federico Calcagno ai clarinetti e Max Trabucco alla batteria. In questo progetto la musica della violinista e compositrice biellese, in bilico tra jazz e contemporanea, si ispira alla poetica di artisti e autori come Paul Klee, Umberto Boccioni e Alejandro Jodorowsky. Ed è un interplay perfetto per il contesto della pinacoteca in cui, in questo periodo, è in corso una mostra proprio sui Tarocchi.

Al pomeriggio ci spostiamo all’Auditorium dell’Istituto Palazzolo per seguire l’avventuroso concerto del trio avant-jazz della chitarrista norvegese Hedvig Mollestad, uno dei talenti più interessanti emersi dalla vivace scena jazzistica del nord Europa, con Ellen Brekken al basso elettrico e Ivar Loe Bjørnstad alla batteria. Il set è interamente tratto da «Bees in the Bonnet» (2025, Rune Grammofon), ottavo album di una formazione che esiste ormai da oltre un decennio. Il risultato è un power trio che tiene insieme jazz e post-rock senza mediazioni: riff trascinanti, improvvisazioni energiche e visionarie, con quella vena melodica che nel jazz scandinavo è spesso presente. Mollestad è una forza della natura ma non oscura i compagni, Brekken sorprende al basso elettrico ma anche in un paio di interventi al contrabbasso, tra cui una intro giocata sui suoni armonici nella ballad Lament, che abbassa la temperatura per qualche minuto, e Bjørnstad dimostra sfumature dinamiche notevoli. In mezzo al consueto pubblico del jazz si avvistano rockers e metallari. Bis scatenato con Mollestad e Brekken in platea. Un successo.

La serata al Donizetti si apre con uno dei concerti più attesi del festival. The Bad Plus, Reid Anderson al contrabbasso e Dave King alla batteria, si presentano con una line up speciale: Chris Potter al sax tenore e Craig Taborn al pianoforte. Il progetto è dedicato al repertorio del quartetto americano di Keith Jarrett, quello degli anni Settanta con Dewey Redman, Charlie Haden e Paul Motian, una musica che per tutti e quattro i musicisti presenti sul palco è molto più di una fonte di ispirazione: la rivoluzionaria fusione di swing, libertà espressiva e melodie folk di quella formazione ha lasciato un’impronta indelebile su chiunque abbia cercato un equilibrio tra struttura e improvvisazione, groove e sperimentazione. Il risultato non è certamente un omaggio: Anderson e King portano la firma inconfondibile dei Bad Plus, una sezione ritmica affiatatissima, capace di tenere insieme rigore e apertura (Anderson tra l’altro presenta i pezzi in un buon italiano, strappando qualche sorriso al pubblico). Il fraseggio di Potter al tenore è inesauribile, sorprende nella varietà degli accenti e nella qualità melodica, e in questo contesto è ancor più originale grazie anche a Taborn, strepitoso, che al pianoforte offre stimoli continui e imprevedibili, rendendo ogni scambio ancora più interessante. Il quartetto diventa modulare: spazio a lunghe introduzioni soliste da parte di ogni strumento e a interazioni in duo o trio pianoless che creano grande varietà timbrica. Tra i pezzi eseguiti da notare (If the) Misfits (Wear It) di Jarrett, Gotta Get Some Sleep di Dewey Redman e, soprattutto, una ispiratissima Silence di Charlie Haden, che fa trattenere il fiato alla sala. Stellari.

The Bad Plus ©Rossetti
The Bad Plus ©Rossetti

Salire sul palco dopo Chris Potter non è un compito facile per nessun sassofonista, ma Lakecia Benjamin ha una sua strategia: nessuna competizione sul piano del virtuosismo, punta tutto sull’energia e sullo show. Cresciuta a Washington Heights, formata alla scuola di Gary Bartz e passata per le band di Clark Terry, Stevie Wonder e The Roots, negli ultimi anni ha collezionato sei nomination ai Grammy e a Bergamo Jazz nel 2023 aveva già lasciato il segno. Sale sul palco in tutina rosso metallizzato, giacchetto e stivaletti dorati, e l’ingresso già dice qualcosa sulla sua idea di concerto. Il quartetto costruisce un tappeto compatto nell’area dello spiritual jazz su cui Benjamin rovescia assoli torrenziali. In programma composizioni originali che anticipano un nuovo album di prossima uscita, una rilettura di My Favorite Things che porta la sala dalla sua parte, e poi vira verso Happy People e On the Road Again, con il Donizetti in piedi che batte le mani a tempo e si diverte. “Sono qui per portare gioia, energia e pace alle persone”, dice Benjamin, e lo intende alla lettera. Il pubblico è conquistato, gli applausi calorosi, replica il successo di qualche anno fa e il concerto si trasforma in una festa collettiva. Rimane qualche riserva resta sulla profondità della proposta artistica, ma Benjamin sa esattamente cosa vuole (e cosa può) fare, e lo fa con grande mestiere.

Lakecia Benjamin ©Rossetti
Lakecia Benjamin ©Rossetti

Domenica 22 marzo al mattino ci spostiamo a Bergamo Alta. All’Aula Picta, è il turno del piano solo di Leo Genovese, vera rivelazione del festival, che ascolteremo anche nel concerto serale al Donizetti. Pianista di riferimento di Joe Lovano, argentino di Venado Tuerto, formatosi alla Berklee e poi protagonista di collaborazioni che vanno da Esperanza Spalding a Wayne Shorter, Genovese incarna un modo di fare musica che tiene insieme la tradizione del jazz e spinte innovative. Il piano solo è intimo e totalmente acustico, ma tutt’altro che raccolto: sgargiante di colori, mobile, pieno di vita. Genovese apre con un medley di Duke Ellington, e spiega il perché con le parole di Miles Davis: “ogni giorno della nostra vita dobbiamo dire grazie a Duke Ellington”. Segue Crescent di Coltrane, poi un medley dedicato alla pace. Lovano sale sul palco e si unisce per un paio di pezzi, Central Park West e Bye Bye Blackbird. E, dopo Santo Antonio di Hermeto Pascoal, dedicata al nonno siciliano Antonio Genovese, il concerto si chiude con un brano della tradizione argentina, che riporta Genovese alle radici senza nessuna nostalgia di maniera.

Leo Genovese ©Rossetti
Leo Genovese ©Rossetti

Alle quindici, nella Sala Piatti di Città Alta, di solito dedicata alla musica da camera, va in scena uno dei momenti più emozionanti del festival, il duo Norma Winstone e Kit Downes, voce e pianoforte, due protagonisti del jazz britannico di generazioni diverse. Winstone, classe 1941, veterana dalla fine degli anni Sessanta, già componente del trio Azimuth con Kenny Wheeler e John Taylor, accanto a Mike Westbrook, John Surman e molti altri; Downes tra i pianisti e organisti più interessanti delle ultime generazioni, con diverse incisioni per ECM alle spalle. Insieme hanno registrato per ECM «Outpost of Dreams», e il concerto ne ripercorre parte del repertorio con, tra gli altri, El, Fly the Wind di John Taylor e Winstone e Jesus Maria di Carla Bley. Segue la magnifica Underwater Rendezvous di Pablo Held, pezzo nato immaginando un incontro tra Sea Lady di Kenny Wheeler e Underwater Poet di Hubert Nuss, con atmosfere sognanti che la voce di Winstone interpreta con naturalezza e pathos composto. E quando le campane della chiesa accanto cominciano a suonare, Downes le asseconda e si accorda con loro. Il bis è I Fall in Love Too Easily, ci si emoziona, molto, e nessuno in sala ha voglia di alzarsi.

Norma Winstone ©Rossetti
Norma Winstone ©Rossetti

La tappa successiva è al Teatro Sociale, di scena La Donna è Mobile, lo spettacolo di teatro canzone con cui Simona Molinari racconta la figura femminile attraverso un repertorio eclettico, dall’opera lirica a Billie Eilish, da Lucio Dalla a Mercedes Sosa. L’artista napoletana ha voce e presenza scenica, e lo spettacolo funziona anche grazie alla band che la accompagna, tutta al femminile e di ottimo livello. Su tutte, Francesca Remigi alla batteria, bergamasca, ormai da anni attiva nella scena jazz internazionale, e Sade Mangiaracina al pianoforte, pianista e compositrice siciliana tra i protagonisti del jazz italiano contemporaneo. Il tema è importante, sentito e partecipato, la messa in scena è coinvolgente e il pubblico applaude con convinzione.

La serata si chiude al Donizetti con il concerto speciale che dà il titolo all’intera edizione: Setting The Pace, un ottetto di fuoriclasse assemblato da Joe Lovano per celebrare il centenario dalla nascita di Miles Davis e John Coltrane. Sul palco, accanto al direttore artistico, ci sono Avishai Cohen alla tromba, George Garzone al sax tenore, Shabaka Hutchings ai flauti (che, per l’occasione, torna anche al sax tenore in Naima), Jakob Bro alla chitarra, uno strepitoso Leo Genovese al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. Il concerto parte in quintetto, Cohen, Genovese, Baron, Gress e Lovano, la prima parte è tutta davisiana. Quando Garzone, Bro e Hutchings salgono sul palco la musica cambia forma senza mai fermarsi. All Blues da «Kind of Blue» emerge lentamente da un bordone collettivo, i flauti di Hutchings portano un sapore afro-asiatico, la chitarra iper-effettata di Bro apre verso territori più sperimentali, fino a un’esplosione free, e poi si approda a Milestones, con il Rhodes al posto del piano e la ritmica che ridisegna il tempo. La seconda parte è dedicata a Coltrane, oltre alla già citata Naima da sottolineare la medley tra Lonnie’s Lament e Peace on Earth. Lovano saluta commosso, ringrazia il pubblico, esce. Il bis è So What, a luci accese, con la sala in piedi. Memorabile.

Il Joe Lovano Project ©Rossetti
Il Joe Lovano Project ©Rossetti
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