Con «Filin» (Blue Note), Melissa Aldana rilegge la tradizione del filín cubano attraverso una sensibilità jazzistica contemporanea, lavorando su melodia, suono e forma della ballad. Il repertorio del disco sarà al centro anche del concerto al Bergamo Jazz Festival, dove la sassofonista cilena – di base a New York – è attesa giovedì 19 marzo con il proprio quartetto, in una formazione diversa rispetto all’album ma orientata verso la stessa direzione estetica.
Qui pubblichiamo un estratto dell’intervista, disponibile in versione integrale sul numero di aprile di Musica Jazz.
Il tuo nuovo album «Filin» è molto intimo, quasi raccolto. Hai detto che volevi registrare un disco di ballad da tempo, perché l’hai fatto proprio adesso?
Negli ultimi anni ho lavorato molto sul suono, in modo sempre più approfondito. Ho sempre studiato l’aspetto tecnico, ma crescendo ho sentito l’esigenza di cercare altro: la tecnica può portarti fino a un certo punto, poi entra in gioco la connessione emotiva con la musica, il modo in cui riconosci chi sei e riesci a esprimerlo attraverso il suono. A un certo punto ho sentito di essere pronta a registrare un disco di ballad, perché avevo davvero qualcosa da dire. E allo stesso tempo mi sembrava un passaggio necessario per andare avanti, verso ciò che verrà dopo. Lavorare sulle ballad mi permetteva di spingere ancora più in profondità questa ricerca sul suono, di entrare in uno spazio mentale diverso, con un processo differente. Quando ho contattato Gonzalo Rubalcaba per il progetto, è stato lui a suggerirmi di esplorare il repertorio del filin. E lì ho sentito subito una connessione più profonda: potevo capire davvero i testi, la loro sfumatura emotiva. È come se si fosse attivato un legame più diretto con la mia identità latina, pur venendo da una formazione jazzistica. Non so se ha senso detto così, ma per me è stato molto chiaro.
Quando si parla di ballad, e di sax tenore, è inevitabile pensare a John Coltrane. Quali sono stati i tuoi riferimenti mentre lavoravi a questo disco?
Tutti, in un certo senso. In questo disco c’è tutto quello che ho amato nella mia vita. Suono da quando avevo sei anni e ho sempre avuto una fase in cui ero completamente presa da un sassofonista: Charlie Parker, Sonny Rollins, Lester Young, Dexter Gordon, Joe Henderson, Michael Brecker… e molti altri. Il mio suono è il risultato di tutto questo: di anni passati ad assorbire ciò che amo. Dentro “Filin” si possono sentire tracce di Ben Webster, di Sonny Rollins, ma anche un certo modo di lavorare sul registro grave e su quello acuto che viene da Dexter Gordon. E poi c’è il mio amore per Coltrane, per Freddie Hubbard, per Herbie Hancock. Anche nel modo di costruire le linee c’è molto di Wayne Shorter, e perfino qualcosa di Art Tatum nel rapporto con il fraseggio. È una combinazione di tutte queste influenze, filtrate nel mio modo di suonare. Se penso invece a un riferimento preciso, come idea di album, direi “Ballads” di Coltrane. È inevitabile. Ho un enorme rispetto per quella tradizione, e registrare un disco di ballad è quasi una scelta “da adulti” per un sassofonista, soprattutto quando hai un modello così forte davanti. Però c’è di più. Per me la domanda era: qual è lo spirito di quel disco? È il suono. Penso a come Coltrane usa le note alte, a quel timbro che ti colpisce e ti cambia la percezione emotiva, quasi ti scioglie. E allora mi sono chiesta: cos’è davvero il suono? Che cosa voglio dire con questo disco? Quando ho iniziato a lavorare sui testi in spagnolo, ho capito ancora meglio: il modo in cui Coltrane suona è legato a un’idea narrativa, anche senza parole. Il colore del suono, il peso di certe note, sono scelte precise che generano emozione. Per me l’ispirazione non è stata copiare quel modello, ma cercare di coglierne lo spirito. E portarlo dentro la mia identità: come sassofonista, ma anche come musicista sudamericana.
