«Sang». Intervista a Dario Jacque

Nuovo disco per il bassista, docente e compositore pugliese, al secolo Dario Giacovelli.

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Il tuo nuovo lavoro «Sang» è costruito come un viaggio sonoro nel Mediterraneo: da dove nasce l’esigenza di raccontare questo spazio culturale attraverso la musica?
Nasce dalla volontà di valorizzare la nostra tradizione musicale, mettere in luce la forza compositiva del Sud e dal desiderio di conoscere meglio luoghi e culture a noi vicine.

Nel disco si percepisce un immaginario molto visivo, quasi cinematografico: quanto conta la narrazione per te quando componi?
La narrazione ha avuto un ruolo centrale. L’assenza quasi totale di testi rende la musica unica protagonista dello specchio narrativo dell’immaginario. Associare titoli ai suoni ed evocare sensazioni diventa una sfida bellissima.

Hai parlato di un suono “meridionale contemporaneo”: quali elementi musicali o culturali definiscono davvero questa identità?
Non ho definito io il disco “mediterraneo contemporaneo”, ma mi piace questa definizione. Indica una dimensione ibrida: la melodia e la liricità tipiche della nostra tradizione, il legame naturale tra armonia e melodia che caratterizza la musica italiana e mediterranea, si contrappongono e dialogano con ritmiche più moderne, figlie del jazz e dell’hip hop americano. Anche la registrazione analogica, più scura nella ripresa, con l’uso di distorsioni, sintetizzatori e pedali di modulazione, contribuisce a questa identità sonora.

Quanto ha influito sulla tua visione il pensiero di Franco Cassano e il suo libro Pensieri Meridiani nel concepire l’album?
La lettura di Pensieri meridiani è stata fondamentale perché ha fatto da collante al pensiero con cui abbiamo registrato il disco. Dare un’identità sonora al Sud del mondo non significava solo rispettare la tradizione, ma metterla in dialogo con la modernità. In un’epoca veloce e frenetica, in cui la musica rischia di essere consumata come un prodotto qualsiasi, volevamo restituire il valore della lentezza e del prendersi tempo per sé. È un disco che va ascoltato interamente per coglierne la filosofia.

Il disco è diviso idealmente in due lati con estetiche differenti: come dialogano tra loro la dimensione afrobeat e l’omaggio alle colonne sonore italiane degli anni Settanta?
Il collegamento sta nel concetto di «sang» inteso come passione sanguigna, radici, identità, amore viscerale per la propria terra. La parola chiave è intensità. I due lati sono esteticamente diversi ma entrambi intensi: il lato A più frenetico e ardente, il lato B più romantico e sognante. Anche i compositori a cui ho reso omaggio prendevano spunto da ritmiche esotiche: l’evoluzione musicale è sempre frutto di contaminazioni. Noi abbiamo provato a costruire una nostra visione contemporanea del Sud.

Il legame personale e artistico con Amedeo Tommasi è stato importante nel tuo percorso: cosa ti ha lasciato come musicista e come compositore?
Amedeo è stato prima insegnante, poi mentore e infine amico. Studiando jazz ho avuto difficoltà ad accettare la mia identità, anche per una certa rigidità dell’ambiente e delle accademie, che tendono a omologare. Il rischio è non riconoscere la propria diversità come valore. Lui mi ha insegnato che non esistono confini nella musica: partendo da una base jazz, intesa come conoscenza armonica e interplay, si può spaziare tra generi diversi e apprezzare ogni stile senza pregiudizi. Aveva una straordinaria capacità di analisi, nel pensiero e nella vita. Era curioso: anche oltre gli ottant’anni mi chiedeva di fargli ascoltare artisti nuovi. Questo mi ha insegnato che la curiosità e la crescita continua sono alla base dell’evoluzione musicale. Spesso si sente dire che la musica “è finita”, che tutto si sia fermato a un certo periodo; lui mi ha fatto capire che ogni epoca musicale è il riflesso della società in cui viviamo. Ha creduto in me come bassista e aveva già intuito la mia visione compositiva. Scrisse anche un brano per me, Darius Stomp, un rhythm changes veloce: mi vedeva frenetico, quasi bulimico di conoscenza. In fondo non sono cambiato molto. Gli devo davvero tanto.

Il brano Terrone sembra condensare il cuore concettuale del progetto: come è nato e cosa rappresenta per te oggi?
Terrone è una parola a cui sono legato con orgoglio, pur sapendo che nasce come termine dispregiativo. Ho voluto usarla in modo ironico, svuotarla dell’offesa e richiamare l’immaginario dei mercati rionali del Sud Italia e del Nord Africa: un caos familiare, un disordine accogliente, persone che urlano, ballano e lavorano con energia. Mi piace spogliare le parole del loro significato offensivo: in fondo sono suoni, e cambiarne l’accezione è un modo per esorcizzare un insulto.

Nei tuoi brani convivono tensione, sensualità e una certa oscurità: che ruolo hanno le emozioni “fisiche” nella tua musica?
Le emozioni fisiche per me sono fondamentali. Sono una persona che vive di eccessi sensoriali, non amo le cose piatte e mi piace vivere in modo totalizzante. Questo si riflette inevitabilmente nella mia musica.

Dario Jacque

Il singolo Piano di evasione sembra evocare una fuga cinematografica: quale immagine o scena avevi in mente mentre lo scrivevi?
Mentre scrivevo Piano di evasione pensavo a una fuga reale da una prigionia, ma filosoficamente ho sempre immaginato una fuga da sé stessi. Musicalmente richiama le classiche evasioni dei noir anni Settanta, ma rappresenta anche un problema attuale: la paura di affrontarsi e di non sentirsi mai abbastanza. Con il fotografo Pierpaolo Massafra abbiamo provato a tradurre questo concetto in immagini.

Alcuni riferimenti visivi rimandano alle protagoniste dei film di Quentin Tarantino: cosa ti affascina di quel tipo di iconografia?
Quentin Tarantino
è uno dei miei registi preferiti. Chi è nato nel 1990 è cresciuto con i suoi film. I suoi protagonisti sono personalità sorprendenti, energiche, vendicative, misteriose, a tratti folli. Mescola etica ed estetica in una chiave moderna ma dal sapore familiare, diventando un’icona del cinema. Molti hanno definito il mio disco “pulp mediterraneo” e mi riconosco in questa definizione.

Le voci e i suoni evocano mercati, strade, spazi vissuti: registri la realtà o la ricrei attraverso l’immaginazione?
Faccio entrambe le cose. In Madre Mezcal ho registrato in metro una signora messicana al telefono. Le voci dei mercati siamo noi che urliamo in sala. Molti suoni organici sono reali, registrati con il microfono dell’iPhone e poi lavorati in post-produzione.

Come docente e musicista, in che modo la didattica influenza il tuo modo di comporre — e viceversa?
Non sono mai stato un allievo troppo disciplinato e, anche da docente, ho un approccio poco canonico. A mio avviso didattica e arte non coincidono: la didattica fornisce strumenti e tecnica, fondamentali per esprimersi, ma l’arte è un modo di vivere e percepire. Lo studio accademico può rischiare di spegnere la spinta originaria se non si resta consapevoli del motivo per cui si è iniziato. Ai miei studenti insegno curiosità, costanza e un approccio anche giocoso alla musica. C’è differenza tra studiare per diventare esecutori e studiare per esprimere sé stessi: io li incoraggio a cercare la propria strada.

Dario Jacque

Il disco è stato pubblicato e distribuito da Artist First: quanto è importante oggi il contesto produttivo nella definizione di un progetto artistico indipendente?
Siamo orgogliosi di essere indipendenti, ma indipendenti non significa soli. Quando dico “noi” intendo la band, i fonici, i fotografi, gli amici che collaborano. Artist First è il distributore con cui collaboro da anni, ma il progetto è stato realizzato con le nostre forze. È faticoso, ma è una fatica bellissima e appagante: se hai un’idea forte e ci credi davvero, in qualche modo arriva.

Se dovessi descrivere l’essenza del tuo percorso artistico in tre parole chiave, quali sceglieresti?
Passione, incoscienza, riflessione.

Dopo questo viaggio sonoro, quale direzione senti di voler esplorare nel prossimo futuro?
Ho già nuove idee. Vorrei lavorare maggiormente con le voci in un prossimo disco: magari un cantante o più voci di etnie diverse. Sento l’esigenza di introdurre le parole e ampliare ulteriormente il linguaggio espressivo.
Alceste Ayroldi

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