«The Wand, Chick Corea and Beyond» è stato pubblicato il 24 gennaio 2026 per Clessidra Records. Cosa ti ha spinto a realizzare questo progetto proprio ora?
Questo è un progetto che ho sempre conservato nel mio cassetto dei desideri, con la convinzione che il momento giusto sarebbe arrivato, prima o poi. Dopo molti anni in cui ho collaborato con diversi musicisti in vari progetti discografici, mi sono finalmente sentito pronto per fare un disco a mio nome e dedicarlo a una delle mie fonti di ispirazione più importanti. Quando ho iniziato a collaborare con Riccardo Fioravanti e Maxx Furian, qualche anno fa, per un progetto di Riccardo dedicato a Wes Montgomery, ci siamo incontrati molte volte e durante le nostre chiacchierate musicali ho capito che con loro avrei finalmente potuto realizzare il tanto sognato progetto dedicato a Chick Corea. Così all’inizio del 2025, le idee hanno iniziato a prendere forma e siamo andati in studio a luglio per fissarlo su disco. Sono davvero felice che il momento giusto sia finalmente arrivato, anche perché per me è un privilegio conoscere Riccardo e Maxx e poter suonare con loro.
Il disco comprende sia pezzi di Chick Corea sia tuoi brani originali: come hai scelto quali composizioni di Corea includere e in che modo le hai reinterpretate?
Il repertorio di Corea è sconfinato, è stato un compositore molto prolifico. La scelta è stata difficile all’inizio. Ho selezionato i brani che appartengono ai suoi progetti musicali “elettrici”, perché volevo trovare il modo di renderli personali, e portarli nel mondo acustico del piano trio (con contrabbasso e batteria), pur rispettando la composizione originale. Inoltre ho sempre apprezzato in modo particolare le sue composizioni più sofisticate. Si tratta di un elemento distintivo del Corea compositore, che volevo riportare anche nel mio lavoro. Mi ha sempre colpito la sua capacità di accostare temi diversi e momenti musicali diversi, ma estremamente coerenti tra di loro per creare un’unica composizione. Questa sua abilità per me è sempre stata magica, e da qui in un certo senso deriva il titolo dell’album: “la bacchetta magica”.
Ho arrangiato i brani tenendo in considerazione la musicalità di ognuno di noi, con l’obiettivo di creare spazi per l’improvvisazione, pur rispettando l’architettura originale di Corea. Ho cercato inoltre di trovare un equilibrio tra tutti gli elementi, in modo che la musica possa arrivare anche all’ascoltatore, nonostante la sua complessità.
The Wand, Chick Corea and Beyond: quanto c’è di Chick Corea e quanto di Francesco Chebat in questo disco?
Uno dei miei desideri con questo album è di rendere omaggio al Corea compositore, con musica scritta da me, che risente chiaramente della sua influenza. Questo è il mio modo di celebrare, e in un certo senso ringraziare, Chick Corea del suo contributo alla musica. Inevitabilmente nel materiale che ho scritto, ci sono influenze che provengono anche da altri musicisti che mi hanno ispirato e mi hanno portato ad essere quello che sono oggi, ma credo che l’influenza di Corea sia tra tutti quella più significativa per me.

Foto di Orazio Truglio
Quando e come sei rimasto folgorato dalla musica di Chick Corea?
Il mio primo contatto con la musica di Chick Corea è avvenuto all’incirca quando avevo 12 o 13 anni: un giorno mio papà portò a casa un disco dell’Elektrik Band, intitolato «Beneath the Mask». Era il 1991, e questo disco su di me fece un’impressione tale che iniziai ad ascoltarlo ripetutamente fino a che non imparai tutti gli assoli a memoria. Iniziai a sviluppare una vera e propria passione per Chick Corea, seguendo il suo percorso musicale per diversi anni e anche recuperando diversi suoi dischi precedenti e, quando ho avuto l’occasione, andando ai suoi concerti. All’inizio non capivo esattamente che cosa mi attraesse tanto di quella musica. Sentivo che c’erano delle soluzioni ritmiche e armoniche che la rendevano unica, sia in un contesto elettrico, sia in un contesto acustico.
Come ritieni che la sua eredità sia viva nella musica jazz contemporanea e nella tua esperienza personale?
Corea ha lasciato un’eredità musicale su più fronti: pianisticamente non posso non pensare ad esempio al suo trio acustico con Dave Weckl e John Patitucci. Il trio è unico nel suo modo di fare musica, molto ritmico, virtuosistico, muscolare, basato sulla tecnica brillante di tutti e tre i musicisti. Il suo tocco e il suo fraseggio si riconoscono chiaramente all’ascolto: ha sviluppato un vocabolario molto personale, sia armonico per gli arrangiamenti, sia melodico per le improvvisazioni, che lo distingue da tutti gli altri pianisti. Al di là dei virtuosismi, il materiale musicale è ricco, con soluzioni che spesso ricordano compositori classici come Stravinskij e Bartók, oltre che i grandi jazzisti del passato, come Bud Powell e Thelonious Monk. Talvolta percepisco alcuni elementi musicali di Corea in altri pianisti: tra i più noti potrei citare Brad Mehldau e Shai Maestro, anche se in modi completamente diversi tra loro. Dal punto di vista compositivo, in questo momento non vedo un vero e proprio erede, nel mio piccolo ho cercato di fare la mia parte per mantenere vivo il suo lascito.
Vorresti parlarci dei tuoi compagni di viaggio in questo lavoro?
Riccardo Fioravanti e Maxx Furian sono due grandi musicisti che non hanno bisogno di presentazioni. Hanno un’enorme esperienza e posso dire con un certo orgoglio che sono due carissimi amici. Nel mio percorso musicale ho sempre preferito i gruppi e le situazioni dove ci fosse un bel rapporto umano in primo luogo e questo progetto non fa eccezione. Per me suonare con loro è come essere su un tappeto volante: è una sensazione incredibile che mi viene difficile da descrivere. Il bagaglio che hanno e il contributo che portano quando fanno musica è tale che grazie a loro ho imparato moltissimo e imparo cose nuove ogni volta che stiamo insieme. Sono grato a entrambi per i consigli, il supporto e l’incoraggiamento che mi hanno sempre dimostrato e grazie a loro oggi mi sento più maturo, non solo come musicista, ma anche come uomo.
Ci puoi spiegare come hai bilanciato fedeltà e libertà interpretativa nei brani di Chick Corea?
Mi considero un artigiano della musica e con questo spirito ho preso il materiale di Corea, l’ho smontato per arrivare all’essenza di armonia e melodia e rimontato in modo tale che rispecchiasse la nostra sensibilità. Esistono dei video e dei libri in cui Corea spiega la sua visione della musica e ci sono due aspetti che ho sempre trovato interessanti. Uno riguarda il fatto di lasciare libertà ai musicisti di esprimersi all’interno dell’architettura musicale, per quanto complessa possa essere. Ed è proprio l’equilibrio tra la libertà del singolo musicista e la complessità dell’architettura musicale che in Corea si manifesta in modo molto personale e originale. Un altro aspetto che mi ha sempre sorpreso è la naturalezza con cui Corea compone o arrangia al pianoforte: anche quando si tratta di composizioni molto articolate, non c’è mai sforzo e tutto è indirizzato a far funzionare la musica. In quei momenti percepisco sempre gioia, pace interiore e una profonda sicurezza d’animo, che non possono fare altro che alimentare la creatività. Con questi concetti in mente, non mi sono sentito in difficoltà a mettere mano al suo materiale, proprio perché ho cercato di rispettarne l’essenza. Il mio obiettivo è fare musica, con passione, al meglio delle mie possibilità e condividerla con gli altri.

Oltre all’influenza di Corea, quali altri musicisti o correnti artistiche hanno segnato il tuo percorso creativo?
Nell’arco degli anni mi sono appassionato a molti musicisti, pianisti e non, jazz e non, classica inclusa. Oltre a giganti del passato che hanno reso il jazz quello che è oggi, mi interesso agli artisti contemporanei: mi piace scoprire le ultime tendenze, le commistioni di genere, le novità e vedere come si evolve la musica. Nei primi anni 2000 per esempio ho amato moltissimo Esbjorn Svensson, scomparso troppo presto, mi sarebbe piaciuto davvero vedere cosa avrebbe fatto nel 2026. Imprescindibile per me oggi è Brad Mehldau. Tra i miei ascolti e fonti di ispirazione contemporanee non posso non citare (in ordine sparso) Keith Jarrett, Herbie Hancock, Pat Metheny, John Scofield, Larry Goldings, Joshua Redman, Shai Maestro, Michael Mayo, Kurt Rosenwinkel, Ben Wendel (eccellente compositore), Fred Hersch e molti altri… alcuni di questi sono nomi talmente imprescindibili e influenti nel mondo della musica da risultare probabilmente scontati, ma tant’è.
Hai collaborato con molti musicisti di rilievo internazionale. In che modo queste collaborazioni hanno ampliato la tua visione compositiva?
Sono contento del percorso che ho fatto finora e ho voglia di proseguire e fare ancora molta esperienza. Ogni musicista che ho incontrato ovviamente mi ha lasciato qualcosa e nella prospettiva dell’artigianato musicale ho rubato qualcosa a ciascuno per farne tesoro. Vedere da vicino i musicisti più esperti, mi ha fatto apprezzare il valore di saper creare arte dal nulla con le proprie mani e le proprie idee, in quel preciso momento.
Dal punto di vista compositivo, l’esperienza insegna a prevedere che cosa può funzionare musicalmente e che cosa no, così che già quando una composizione sta nascendo, si riesce a immaginare il risultato finale. Concretamente, questo può fare la differenza: se è difficile tecnicamente, lo deve essere per un motivo artistico, altrimenti non serve. Altro elemento fondamentale per me è la fiducia e l’empatia tra i musicisti che suonano insieme: se manca la musica soffre, mentre se c’è, la musica arriva.
Come descriveresti il rapporto tra tradizione e innovazione nella tua musica?
Si tratta da sempre di un rapporto di continuo scambio: ho praticato gli standard per molti anni e ancora oggi li frequento regolarmente; sono la strada maestra, una base comune per chi vuole acquisire il linguaggio jazzistico, che come ogni linguaggio è in continua evoluzione e io cerco costantemente di sviluppare il mio vocabolario musicale. È un lavoro che parte dall’ispirazione e che ha bisogno di impegno quotidiano di artigianato musicale, uno studio che cerco di portare avanti con costanza, mantenendo sempre il piacere di sperimentare ed esplorare, senza particolari limiti.
Ciò che assorbo dalla tradizione sono soprattutto gli elementi dell’improvvisazione, frammenti melodici, elementi che posso usare come spunto per sviluppare un discorso musicale all’interno di una composizione. La cosa straordinaria è che questi piccoli elementi funzionano praticamente ovunque: in questo modo è possibile mescolare tradizione e influenze più moderne. Ho sempre trovato questa idea molto intrigante.
L’innovazione e la sperimentazione possono anche riguardare altri aspetti del mio fare musica: ad esempio mi capita spesso di suonare in formazioni, quasi sempre si tratta di un trio, dove suono io la parte di basso con la mano sinistra, alla maniera degli organisti, ma usando un sintetizzatore, così da poter mantenere un suono di pianoforte con la mano destra. Dal punto di vista del sound, questa combinazione offre possibilità interessanti ed è particolarmente divertente in contesti funk e jazz-rock: anche qui sono in costante ricerca di nuove soluzioni.
In che direzione pensi di portare la tua musica nei prossimi anni, dopo «The Wand, Chick Corea and Beyond»?
Adesso mi sto concentrando su questo progetto e stiamo cercando di portarlo dal vivo per condividerlo con le persone. Per il futuro ho alcune idee da sviluppare: mi piacerebbe replicare con questo trio e registrare un album di musica originale. Vedremo…

Foto di Sandro Oliva
Che tipo di ascoltatore eri da ragazzo e quali dischi ti hanno “spostato l’asse” verso il jazz?
Da piccolo sentivo in casa la musica che ascoltava mio papà: un po’ di tutto, classica, rock, jazz, prog… per cui si passava da “Una notte sul Monte Calvo” di Mussorgsky, a Eine kleine Nachtmusik di Mozart, a Emerson Lake and Palmer, Hendrix, PFM, Deep Purple, Santana, Eric Clapton, Charles Mingus, Louis Armstrong, Miles Davis, John Coltrane, Red Garland, Oscar Peterson, Jimmy Smith, Oliver Nelson, Sinatra…
Il jazz è sempre stato nell’aria. Ricordo per esempio che le big band mi hanno sempre fatto una grande impressione, come Duke Ellington, Count Basie, Quincy Jones. Alcuni dischi che ricordo di aver ascoltato in modo particolare in quel periodo sono «Quintessence» di Quincy Jones e «Blues and the Abstract Truth» di Oliver Nelson e «Nefertiti» di Miles Davis, e ogni tanto torno ancora ad ascoltarli.
Hai mai avuto la sensazione di dover scegliere tra ricerca e comunicazione?
Non l’ho mai vissuta come una vera contrapposizione. A volte si pensa che il risultato della ricerca artistica debba essere reso più facile, smussato, diluito, per poter essere compreso dal pubblico. Io non la vedo così. Più che un conflitto con chi ascolta, è spesso una questione di chiarezza interiore da parte dell’artista. Nel mio caso, mi sembra che più divento consapevole della mia ricerca musicale e del mio linguaggio al pianoforte, più riesco a esprimerli in modo efficace, senza sentire il bisogno di semplificare per essere compreso. Succede anche in altri ambiti: penso ai grandi scienziati che quando padroneggiano profondamente un argomento, riescono a spiegarlo anche a chi non è del settore. Margherita Hack, ad esempio, aveva una tale familiarità con i concetti che trattava che renderli accessibili le veniva naturale. La vera competenza non complica: chiarisce. E in questo senso torniamo proprio al centro di The Wand e alla figura di Chick Corea. Corea credeva fortemente che la comunicazione con il pubblico fosse una responsabilità fondamentale dell’artista. Nonostante la sua musica fosse tecnicamente complessa, Corea rifiutava l’idea che il pubblico dovesse “studiare” per godere della sua musica. Credeva che l’arte vera sapesse comunicare a un livello umano e spirituale immediato. Difendeva con convinzione la libertà creativa e l’idea di fare musica prima di tutto per una necessità interiore, ma allo stesso tempo sosteneva che, nel momento in cui l’artista condivide la sua musica, spetta a lui trovare il modo perché “arrivi” a chi ascolta. Per me non si tratta quindi di scegliere tra ricerca e comunicazione, ma di farle coincidere: la musica unisce. Quando la ricerca è autentica e consapevole, la comunicazione non è un compromesso: è il suo compimento naturale.
Cosa è scritto nell’agenda di Francesco Chebat?
Fortunatamente ho sempre l’agenda abbastanza piena di impegni musicali: per promuovere questo disco, saremo in concerto nei prossimi mesi (tutti i particolari sui canali social). Collaboro con molti musicisti per concerti in Jazz Club e teatri (Martha J., JW Orchestra di Marco Gotti, Gigi Cifarelli e molti altri…). Collaboro inoltre a diverse produzioni discografiche, curando spesso le registrazioni direttamente nel mio studio. Ad esempio, nell’ultimo disco di Alfredo Golino, «Italian Drummers», sono presenti tre brani scritti da me e un quarto in cui suono il pianoforte; le mie parti sono state interamente registrate nel mio studio.
Alceste Ayroldi