Quando i Solis String Quartet raccontano il loro modo di stare nella musica, affiora subito l’idea di una storia che comincia prima di loro. C’entra la formazione classica – Vincenzo Di Donna, Luigi De Maio, Gerardo Morrone e Antonio Di Francia arrivano da lì, e con sé portano secoli di repertorio – ma c’entra anche il fatto che oltre trent’anni di attività condivisa li hanno trasformati in un organismo unico, più che in quattro singoli musicisti. Nella loro idea di quartetto, il passato e il presente non sono mai stati mondi separati, e i confini tra i generi musicali per loro non hanno mai rappresentato un limite. «Forever Young – Il Club dei 27», il nuovo concept album dei Solis String Quartet con Sarah Jane Morris per Irma Records, nasce esattamente in questo spazio di continuità. Dopo «All You Need Is Love», il progetto teatrale dedicato ai Beatles che nel 2022 era diventato un disco, per il secondo capitolo – su impulso della Morris – il quartetto ha iniziato a esplorare un repertorio che coinvolge Hendrix, Joplin, Morrison, Cobain e Redding, figure scomparse troppo presto e consegnate dalla musica a una forma di eternità inquieta.
Dopo i Beatles avete scelto un tema più complesso e drammatico: il Club dei 27. Come nasce l’idea e qual è il filo narrativo che avete costruito insieme a Sarah?
Non c’era un’intenzione precisa all’inizio. Stavamo semplicemente ragionando su quale potesse essere un «episodio due» dopo il disco sui Beatles. Sarah tendeva verso un’altra monografia: eravamo quasi orientati a lavorare sulla sola Amy Winehouse, cui lei è molto legata, non solo musicalmente ma anche per la storia personale, il vissuto, la dimensione emotiva e sentimentale che la caratterizza. Insomma, una figura molto vicina alla sua sensibilità. Siamo stati noi a spingerla ad allargare un po’ il raggio d’azione, e così abbiamo iniziato a considerare altri artisti. Ci siamo accorti quasi dopo che stavamo finendo per scegliere musicisti appartenenti, più o meno, a uno stesso destino: morti prematuramente, alla stessa età di Amy Winehouse, ma appartenenti a epoche diverse. Da lì è diventato naturale imboccare quella strada. Noi, come quartetto, guardavamo soprattutto l’aspetto musicale, mentre Sarah si concentrava sulla poetica, sui testi, sulle liriche e su ciò che risuonava di più nella sua storia personale. Così sono emersi gli artisti che poi compongono il disco: Janis Joplin, Kurt Cobain, Jim Morrison, Jimi Hendrix e Otis Redding. Ognuno con due brani, per un totale di dodici tracce.
In questo progetto avete affrontato la sfida di rileggere, con il suono del quartetto d’archi, composizioni di artisti considerati dei veri e propri mostri sacri. Qual è stato il vostro approccio?
Sono ormai trentacinque anni che cerchiamo di far capire a tutti che le barriere musicali esistono nella mente, non nella musica. La musica è sempre stata un’arte aperta. Se si parte dal barocco e si arriva ai giorni nostri, si vede che ogni epoca è costruita su ciò che la precede, su ciò che si immagina e si sogna. Gli stessi artisti che abbiamo scelto per questo disco – Hendrix, Joplin, Morrison, Cobain, Redding, Winehouse – avevano un rapporto molto profondo con la musica strumentale. Il rock, a ben vedere, nasce anche da melodie e strutture che arrivano da lontano. Mozart e Beethoven ce li porteremo dietro per sempre: magari lasci per strada ciò che è più effimero o commerciale, ma quella sostanza lì non la perdi mai. Noi quella sostanza l’abbiamo studiata, è stata il nostro pane quotidiano per tanti anni. Poi abbiamo ampliato il nostro ascolto, assorbendo altri generi e contaminandoli continuamente. Per questo, per noi, non è stata una «sfida» così enorme: è il nostro lavoro di ogni giorno. Molti anni fa ci siamo detti che la musica non ha confini né barriere, e per fortuna è così: è un campo libero. Il nostro lavoro vive di questa libertà. Dentro c’è tutto: la tradizione classica, certo, ma anche tutto ciò che nel tempo abbiamo incontrato e incorporato. Anche perché gli strumenti sono questi – sono legno, hanno la loro natura – e noi non abbiamo nessuna intenzione di fuggire da ciò che siamo.
Tra l’altro, molti degli artisti di quel periodo attingevano direttamente al barocco.
Esatto, per certi versi, quello che facciamo oggi è un ritorno a casa. Le differenze stilistiche non sono mai un limite: in musica sono un valore, un patrimonio. Tutta la musica funziona così. Prendi Respighi: ha attinto a forme precedenti, popolari, barocche, settecentesche. La musica, per fortuna, è un grande cerchio. Il bello si ricicla, ritorna. Il brutto, o comunque ciò che non regge, a un certo punto sparisce. Noi, negli arrangiamenti firmati da Antonio Di Francia, abbiamo solo continuato quel percorso, e cioè fondere i mondi, contaminarli, trovare idee nuove. Per noi tutto questo è un valore assoluto. Ed è ciò che cerchiamo sempre di far diventare la nostra cifra stilistica: rimanere in qualche modo imprevedibili, provare strade nuove. Non è facile, lo dico con molta umiltà, ma ci proviamo sempre. Anche perché la nostra musica la facciamo a mano.
Dall’ascolto del disco si percepisce un approccio musicale ben diverso rispetto a gran parte delle produzioni di oggi. Come funzionano le vostre sessioni in studio?
«Oggi è tutto molto programmato: look, produzione, effetti… c’è un’idea di musica molto costruita. Noi, invece, continuiamo a essere esattamente ciò che si sente nel disco. Quello che ascolti sul CD è quello che siamo: non ci sono sovraincisioni, non c’è una produzione artificiale. È proprio un piccolo artigianato musicale. Il lavoro vero è nella preparazione: c’è molta cura prima, molta ricerca, lo studio, l’approfondimento, il modo in cui si sistemano le parti. Ma una volta definita la struttura e maturato il progetto, si va in studio e si registra. Punto. È bello quando il pubblico ci dice: «Siete proprio quel che ascoltiamo», perché conferma che ciò che accade in studio è autentico, è il momento reale.
Un altro elemento molto interessante è il lavoro di scrittura legato alla voce di Sarah Jane. Qual è stato l’approccio agli arrangiamenti per valorizzare la sua vocalità così particolare?
»Gli arrangiamenti sono stati pensati proprio per sottolineare la parola, per valorizzarne il peso, il significato, e per mettere in evidenza la sua vocalità. Lavoriamo molto sulle pause, sulle inflessioni, sul rapporto tra testo e tessuto strumentale. Per noi l’obiettivo è questo: cucire un’idea di arrangiamento sulla parola. C’è un’idea musicale, certo, ma poi arriva il testo, che ha un significato preciso, e noi cerchiamo di non scollegare mai le due cose. Capita spesso di sentire musiche bellissime con parole che sembrano un’altra storia, o il contrario. Ecco, noi proviamo a fare in modo che musica e parola lavorino insieme, che abbiano un senso comune, un vestito cucito addosso. Altrimenti, è un fallimento. Sì, puoi chiamarla «sartoria napoletana», perché è quello che facciamo: un lavoro di artigianato. Noi ci consideriamo una piccola factory musicale. Facciamo tutto a mano, e abbiamo un grande rispetto per gli artisti che decidono di condividere e accogliere le nostre idee. Con Sarah questo processo è stato naturale, anche se lei rende tutto apparentemente semplice: ha una voce baritonale che a tratti diventa tenorile, a tratti mezzosopranile… un’estensione enorme. Antonio è molto bravo a tenerla sempre dentro il tessuto del quartetto, in modo che nessuno sovrasti nessuno. La nostra caratteristica è questa: quando ascolti, senti cinque voci, non è il quartetto che copre la cantante o la cantante che sovrasta il gruppo. Cerchiamo sempre questa fusione: la voce come uno strumento tra gli strumenti, né troppo sopra né troppo sotto. La difficoltà sta proprio in questo equilibrio, ma quando tutto funziona è una soddisfazione enorme.»

Dopo questo lavoro intenso di studio e condivisione, c’è qualche brano o qualche artista che vi è rimasto addosso più degli altri? E c’è qualcosa che vi è dispiaciuto non includere?
«A dire la verità non ci è dispiaciuto escludere nessuno, perché questi sono esattamente i brani che volevamo includere. Analizzando i percorsi di questi artisti, alla fine erano quelli che sentivamo più giusti. Certamente, qualche altro brano sarebbe potuto entrare: alcune idee c’erano. Ma noi guardiamo molto all’aspetto musicale e ritmico, e su questo ci siamo divertiti molto, perché Hendrix per esempio ti dà possibilità incredibili. A volte, però, un brano bellissimo dal punto di vista musicale non funzionava sul piano testuale, che invece era fondamentale. Come dicevamo prima, dovevamo dare priorità alla parola. Sono canzoni, piccole opere in quattro o cinque minuti: hanno testi potenti, e Sarah ha una sensibilità enorme in questo. Le abbiamo lasciato ampio margine nella scelta delle liriche che sentiva più vicine, e poi insieme abbiamo selezionato quelle che si adattavano anche musicalmente alla nostra rilettura. Per questo sono stati scartati brani che per Sarah erano importanti dal punto di vista della parola, ma anche musicalmente non avremmo potuto restituire al meglio come quartetto. E viceversa, brani che musicalmente ci intrigavano ma che non funzionavano sul piano testuale. Alla fine, ciò che abbiamo scelto lo amiamo davvero.
C’è un brano che vi divertite più degli altri a suonare, uno che vi offre più libertà o più spunti rispetto agli altri?
Per noi il materiale più stimolante è sicuramente quello di Jimi Hendrix. Infatti, come facciamo spesso nei nostri dischi, abbiamo inserito una traccia interamente strumentale: in questo caso è una medley che unisce Crosstown Traffic e Freedom. Sono brani che offrono moltissimi spunti, soprattutto dal punto di vista strumentale e ritmico. La musica di Hendrix, anche quando è pensata per la voce, ha una natura profondamente strumentale: è quasi un laboratorio, un terreno fertile per chi deve arrangiare e reinterpretare. Per noi è un divertimento puro, perché lì la ritmica diventa centrale. La nostra peculiarità, oltre alla melodicità a cui teniamo molto, è proprio il lavoro ritmico: cerchiamo di dare all’ascoltatore la sensazione di non aver bisogno di una sezione ritmica «esterna». Siamo ritmici nel momento stesso in cui riusciamo a essere melodici. E questo, più di tutto, è il nostro segno distintivo.
Nel corso della vostra carriera avete collaborato con artisti molto diversi, da Noa a Peppe Servillo, a Gianna Nannini. C’è una collaborazione che per voi è stata particolarmente stimolante, che vi ha aperto nuove visioni o che ritenete significativa nel vostro percorso?
In realtà tutte. Sembra una risposta diplomatica, ma è così: noi siamo il risultato di tantissime esperienze, molto diverse tra loro, e ognuna ci ha dato qualcosa. Ognuno degli artisti con cui abbiamo lavorato ci ha lasciato un segno: c’è chi ti insegna a stare sul palco come attore, chi come cantante, chi come musicista puro. In trentacinque anni è un bagaglio enorme, e non potremmo scegliere una collaborazione più importante delle altre. Anche perché, quando collaboriamo con qualcuno, non è mai una cosa episodica: tende a diventare un percorso. Con Servillo, per esempio, ormai è una storia stabile che dura da quasi sette anni. E lo stesso sta accadendo con Sarah: ci si ritrova, ci si allontana e poi ci si rincontra nei progetti. Tutte queste esperienze si fondono in ciò che oggi siamo: il nostro modo di intendere la musica è letteralmente il risultato di tutti questi incontri.

Se doveste dare una definizione del «suono Solis String Quartet», come lo descrivereste?
Non è facile rispondere. Noi cerchiamo una cosa sopra tutte: la compattezza. Ci interessa più il suono collettivo che la somma delle singole individualità. Nella formula classica del quartetto d’archi c’è sempre il violino che fa «la signorina», il violoncello che fa «il signorone», e così via. È elegantissimo, ma non è ciò che ci appartiene. Noi abbiamo quattro modi di vedere il quartetto: l’accompagnamento, la parte solistica, il supporto, l’intreccio. Cerchiamo di funzionare come due mani di un pianista o come un batterista: un unico corpo sonoro. L’idea è che la cosa più importante non sia ciò che fa il singolo, ma ciò che produciamo tutti insieme al servizio di un progetto. Le individualità ci sono, ovviamente, ma restano al servizio del gruppo. Il motto, se vogliamo, è «uno per tutti», e forse è proprio questo il nostro vero suono.
Se doveste scegliere i vostri «dischi da isola deserta», quali portereste con voi?
È una domanda complicatissima. Verrebbe da dire Mozart, tutto Mozart, e già sarebbe una risposta enorme. Poi magari qualche disco di Bach… ma la verità è che oggi abbiamo accesso a una quantità di musica impensabile quando eravamo ragazzi. Ai nostri tempi si studiava sulle cassette, non c’era modo di vedere un musicista all’opera, capire come muoveva l’arco, come respirava. Oggi invece, con YouTube e le altre piattaforme, puoi vedere tutto: un potenziale enorme, se usato bene. Noi siamo drogati, in senso buono, di questo mondo. È una finestra infinita. Per questo facciamo fatica a scegliere: ci piace tutta la musica, anche quella moderna, anche quella più commerciale. Da tutto si può tirare fuori qualcosa di interessante, anche solo per dire: «questo no, questo sì». Se proprio dobbiamo rispondere: ci porteremmo la connessione internet. Un piccolo modem nel braccio, e siamo a posto.
Appuntamenti da annunciare o progetti futuri?
Il disco è appena uscito e presto saremo in tour, nel 2026 suoneremo nel Regno Unito e poi inizieremo a preparare il quarto progetto discografico con Sarah. E uscirà «Anime in tempesta» con Elio, dove rileggiamo cantautori e poeti internazionali che amiamo da sempre: Prévert, Nick Cave, Lou Reed, Piazzolla, Chico Buarque. Sono canzoni in italiano, con adattamenti di Bardotti, Fossati, Mannoia, Gabriella Ferri. E poi ci sono molte altre cose in movimento, tra Italia e estero, diciamo che non abbiamo tempo di annoiarci.