Ti definisci prima compositore, improvvisatore o strumentista, oppure rifiuti questa distinzione?
Tutti e tre. Non compongo sempre e comunque, ma solo in occasione di nuovi concerti per il mio Jetsky Trio. Ho raccolto molte delle mie composizioni in un fascicolo solo, denominato Situazioni Musicali, cinquanta pezzi scritti tra il 1994 ed il 2018. Sono strumentista per altre formazioni periodicamente chiamato ad interpretare partiture a volte complesse, succulente e molto divertenti come quelle del mio amico e collega Baudouin de Jaer e il suo gruppo X-Expender (sei musicisti per un repertorio prevalentemente scritto). Improvvisatore mi sento sempre di più con il passar del tempo, mi diletto spesso da solo ed ultimamente anche nelle chiese (Lagrasse, Montiano, Labastide Esperbairenque…) o al Festival Ars Musica di Bruxelles, riscoprendo il piacere di suonare semplicemente non pensando a niente: solo io ed il mio sax, in un ambiente particolare come quello di una chiesa con la sua acustica, prendendo spunti da mie composizioni o da standard jazz e rielaborando in tempo reale le forme eventuali.
In che modo composizione e improvvisazione dialogano nel tuo lavoro quotidiano?
Ho passato la mia infanzia, adolescenza ed oltre con un padre che componeva tutti i santi giorni chiuso nel suo studio. Priorità assoluta: non permetteva a niente e nessuno di impedirgli di scrivere musica con regolarità. Ovviamente tutti noi intorno a lui facevamo in modo di agevolarlo (era nell’ interesse comune se lo volevamo vedere la sera sereno, rilassato e soddisfatto). Sempre impressionato, pieno di ammirazione e ispirazione, mi sono messo anch’io a scrivere musica con una certa regolarità, sempre mantenendo una quotidiana attività da improvvisatore. Niente di paragonabile con mio padre (di formazione classica) che ha privilegiato essenzialmente la composizione e l’interpretazione del suo sterminato repertorio pianistico. Con MEV (Musica Elettronica Viva, 1966) l’improvvisazione lo ha visto scrivere pagine importanti insieme a grandi artisti americani (Alvin Curran, Anthony Braxton, Richard Teitelbaum, Steve Lacy, Garrett List… ).
Sei nato a Roma: che tipo di rapporto hai con questa città e con l’Italia dal punto di vista culturale e musicale?
Ho cominciato a suonare il sassofono alla Scuola Popolare di Musica del Testaccio, proseguendo al Conservatorio di Perugia per sei mesi prima di partire per il Belgio. Con il gruppo MEV, nel 1996 ho avuto il privilegio di suonare per il loro trentesimo anniversario all’Accademia Americana e a Trastevere per due concerti di improvvisazione libera. Con Frederic Rzewski, Garrett List, Richard Teitelbaum, Steve Lacy; quindi con due sax soprano. Un’ esperienza incredibile naturalmente, ricordo Steve che, durante il sound check, mi disse: «Amico, tu suoni bene. Ma non suonare troppo bene!» (a proposito, niente prove: era tutto improvvisato tranne un brano scritto che solitamente Steve portava con se per l’occasione). Poi, una collaborazione (alla Palma) con il mio amico pianista compositore Francesco Venerucci, un concerto con il quartetto di sax Forte Assai (Angelo Schiavi, Mauro Verrone, Luca Rizzo) e una collaborazione con il pianista Fabio Sartori. Fuori da Roma, una tournée toscana con il mio trio Koba, violino sax e derbouka, con sapori mediorientali. Recentemente (dicembre 2025) un concerto a Catania con il pianista Bobby Mitchell e il violinista Eugene Feygelson per un omaggio al Maestro Aldo Clementi. Qualche annetto fa fui invitato a due riprese dal Ministero degli Esteri per dei concerti a Gerusalemme, Ramallah e Betlemme in duo con Francesco Venerucci. E con il mio Danza Quartet (prog jazz/rock), un concerto a Ventotene. A Montiano, vicino Grosseto, dove il Festival di Pianoforte Forte e Piano fu creato in omaggio a Frederic nel 2021, suonai in duo con il pianista Bobby Mitchell (2022) ma anche con il mio Jetsky Trio (basso tuba, batteria, sax soprano) nel 2019.

Perché hai lasciato l’Italia?
Durante le mie frequenti visite a mio padre in Belgio, conobbi dei musicisti allievi di mio padre al Conservatoire Royal de Liège, la frizzante vitalità artistica di quei luoghi mi soprese e mi incuriosì. Desideroso di nuove scoperte, mi sentivo pronto a percorrere nuove strade europee soprattutto perché con il mio amico Baudouin de Jaer avevamo in cantiere il nostro gruppo Koba (Baudouin al basso, Janek Kowalski alla batteria, Jean-Yves Evrard alla chitarra elettrica) e la Big Band Back To Normal, sorta di formazione alla Sun Ra. Mi sono anche iscritto al Conservatorio di Liegi: il riavvicinamento a mio padre fu fondamentale. Fino a quel momento lo avevo visto poco, volevo saperne di più su di lui e il suo percorso. Fu determinante poiché oltre alle innumerevoli serate a discutere di musica ed altro, la nostra vicinanza ebbe un impatto essenziale per il mio percorso artistico. Discussioni, confronti, valutazioni, ogni concerto (mio o suo) e i preparativi degli stessi furono decisamente d’importanza estrema per me, oltre ai vari incontri di artisti e studenti che lo venivano a trovare per esempio.
Vivendo oggi in Belgio, come influisce questo contesto sulla tua attività creativa e improvvisativa?
Sicuramente la posizione geografica di un paese come il Belgio e di una città come Bruxelles hanno l’importante caratteristica di poter incontrare facilmente un gran numero di artisti, anche di passaggio. Parigi è a poco più di un’ora di treno, Londra ed Amsterdam sono abbastanza vicine. Colonia, Lussemburgo, Maastricht sono alla stessa distanza di Parigi. Artisti di tutti i tipi capitano regolarmente, quindi l’occasione di suonare e di fare nuovi incontri è quotidiana; l’ispirazione segue, le note scritte o improvvisate pure. Potersi trovare così velocemente all’estero crea una dinamica particolare. In questo contesto attualmente mi occupo del mio Jetsky Trio nella sua nuova versione (Arne Demets alla chitarra elettrica, Mirko Banovic al basso elettrico), dopo la sua ultima versione (Pascal Rousseau, basso tuba, Stéphane Pougin batteria, culminata nella registrazione dell’ album «Chuva de Manga») e la prima (Pascal Rousseau, basso tuba, Manu Louis alla chitarra elettrica) con l’ album «L’ultimo piano» (2010). Impossibile per me non citare il gruppo Into The Riff, creato dal danzatore americano Bud Blumenthal e il mio professore d’Improvvisazione al Conservatorio (nonché amico e collega di Frederic) Garrett List: danzatori e musicisti, lavorando intorno al concetto di Riff in uno spirito molto libero e creativo.
Nel 2013 hai pubblicato «Jan Solo». Hai agito improvvisando o c’è musica strutturata?
Curioso della nuova imboccatura (François Louis) appena acquistata, mi sono lanciato in questa registrazione che prevedeva alcune improvvisazioni libere ma anche alcuni standard jazz, oltre ad alcune mie composizioni. Volevo creare una registrazione nella quale si potessero alternare temi familiari, temi sconosciuti (mie composizioni) e paesaggi completamente fuori dagli schemi. Da quel momento la versione «sax soprano solo» non mi ha più mollato, ogni occasione é buona per suonare anche da solo (Festival Ars Musica, Festival En Blanc et Noir, Radio France, Vernissages, compleanni…)

Invece, ci parleresti della genesi di Koba – Flesh, Bronze and?
E’ una registrazione in trio del 2003 che include composizioni mie, improvvisazioni libere e un pezzo di Thelonious Monk; i bassisti si alternano, a volte Mirko Banovic a volte Luc Evens, il batterista è sempre lo stesso degli inizi di Koba: Janek Kowalski. In seguito, Baudouin de Jaer ha voluto ricomporre la formazione iniziale (con Jean-Yves Evrard) e il disco «Acqua forma d’arte?» ha visto la nascita. Si tratta di un doppio album, stessi musicisti, uno registrato nel 1992 e l’ altro nel 2012.
Essere figlio di Frederic Rzewski: in che modo questa eredità ha influenzato, o messo in discussione, il tuo percorso musicale?
Ovviamente non posso negarlo: vivere quotidianamente con un marziano che pensa a scrivere musica otto ore al giorno almeno, discutere di musica ed altro tutti i giorni, confrontarsi senza peli sulla lingua, averlo nel pubblico e poter usufruire delle sue preziose osservazioni, è stato oro colato. I vari incontri: MEV, Anthony Braxton Steve Lacy, George Lewis, Garrett List, Vinko Globokar, Louis Andriessen, Elliott Carter, Sonic Youth, Willy Winant, Christian Wolf, Giovanna Marini, Ennio Morricone, Living Theatre…e innumerevoli altri musicisti ed artisti di tutti i tipi e generi, nel corso degli anni non mi hanno lasciato scelta: ero clamorosamente certo che sarei stato musicista anch’io. Non è mai stato un peso: il piano è uno strumento statico, Frederic suonava essenzialmente musica scritta e quasi sempre la sua. Il sax soprano ti permette di suonare ovunque, anche in un ascensore o in spiaggia. Il luogo e pubblico quindi possono essere sempre diversi. Il sassofono può andare verso il pubblico e anche sorprenderlo, ma il piano no, è il pubblico che deve scegliere di andarlo a trovare. Sono approcci diversi, coscienti di queste differenze (tra le altre), le nostre discussioni, i nostri confronti erano sempre senza fine, pieni di spunti sempre preziosissimi. Un paio di volte abbiamo suonato insieme: a Roma per il trentesimo anniversario della nascita del suo gruppo MEV e in duo al Cafe Oto di Londra. Due sere di fila: un’esperienza indimenticabile sotto ogni punto di vista. Ho suonato la sua musica diverse volte, soprattutto Coming Together/Attica, a volte da oratore a volte da musicista. Oggi sto cercando una struttura che possa accogliere il suo archivio, che ho ordinato e catalogato per più di un anno.
Quali sono state le tue principali influenze musicali, anche al di fuori dell’ambito contemporaneo o jazz?
Nessuna in particolare, direi un po’ di tutto. Inevitabilmente con gli incontri che si fanno e i concerti all’estero, hanno contribuito, modificando col tempo in generale l’atteggiamento e l’apertura, il gusto della varietà: conversazioni, concerti, prove, cene. Nella quotidianità della mia infanzia, con tutte queste personalità che Frederic mi faceva incontrare ci sono stati momenti di grande impatto.
Quanto conta il corpo, il respiro e lo spazio fisico nella tua musica?
Se parliamo dei miei pezzi delle mie Situazioni Musicali (che eseguo con il Jetsky Trio) direi «come qualsiasi altra musica», né più né meno. Se invece considero il mio programma di solo soprano, allora direi che il respiro, il corpo e lo spazio fisico hanno un ruolo fondamentale e particolare, amo spostarmi mentre suono ad esempio, uso tecniche particolari. Spesso (ma non sempre) porto avanti una certa curiosità esplorativa che porta a guardare oltre certi limiti di ciò che conosciamo tutti, che siamo abituati ad ascoltare.
Pensi che l’improvvisazione possa essere una forma di pensiero politico o sociale?
Penso che possa essere soprattutto uno stato d’animo, un atteggiamento e una disponibilità all’evento che dà poesia alle giornate e alla vita in generale. l’imprevedibile, lo strutturato, il vuoto, il bluff, la preparazione, si praticano soprattutto coltivando una flessibilità agli eventi possibili, quindi automaticamente penso che improvvisare sia di per sé un pensiero politico e sociale.
Quali sono le tue collaborazioni che, attualmente, ritieni prioritarie?
Attualmente sto riprendendo a suonare con il mio Jetsky Trio con due nuovi musicisti belgi: Arne Demets (chitarra elettrica) e Mirko Banovic (basso elettrico), entrambi ottimi lettori e improvvisatori, cerco a ogni prova di trasmettere uno spirito eclettico e con un filo di umorismo. Senza la batteria, i ruoli si possono invertire, molto spazio e scelte istantanee a disposizione. Insomma tanta libertà e soluzioni multiple, sono fortunato perché malgrado i miei pezzi non siano sempre facili e l’approccio generale sia un po’ particolare: sembra Mirko ed Arne si divertano molto e mi fa molto piacere. Con il pianista Fabian Fiorini, dopo il disco «Music for Food» del 2007, ci eravamo un po’ persi di vista. Abbiamo suonato nuovamente insieme a luglio a Lagrasse e ci è venuta voglia di riprendere, probabilmente per un secondo disco. Nel repertorio abbiamo nostre composizioni e qualche standard.

Che rapporto hai con la scrittura musicale tradizionale oggi?
I pezzi per il mio trio sono contengono i temi principali scritti con la scrittura tradizionale, qualche accordo e via, il resto viene improvvisato, a volte sulle forme e a volte no. Nel corso degli anni ogni qualvolta abbia mostrato a Frederic lo spartito di un nuovo brano vedevo una luce bellissima luccicare nei suo occhi che sprizzavano una felicità genuina, frutto di una passione incontenibile. Ecco, questa bellezza dello spartito e della scrittura mi è sempre appartenuta, per forza di cose. Con un padre compositore che tutti i giorni vive scrivendo musica la scrittura musicale tradizionale diventa quotidianità, come il cielo, la pioggia, il sole, le nuvole…
Alceste Ayroldi