Violoncello e Sud Africa: parla Abel Selaocoe

Con la sua musica mette insieme magistralmente la classica, i ritmi delle townships e gli inni ancestrali. Ha collaborato con musicisti d’ogni estrazione, dalla musica barocca ai beatboxers

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Classe 1992, Abel Selaocoe combina il violoncello classico con il canto tradizionale sudafricano. La sua voce è ispirata al canto gutturale del popolo Xhosa. La sua musica mette insieme magistralmente la classica, i ritmi delle townships e gli inni ancestrali. Ha collaborato con musicisti d’ogni estrazione, dalla musica barocca ai beatboxers, e ha accompagnato musicisti provenienti da ogni parte del globo, coniugando la loro estrazione musicale con quella alla quale Selaocoe appartiene. 

Sei cresciuto a Sebokeng, in Sudafrica: in che modo il tuo ambiente iniziale ha plasmato il musicista che sei diventato?

Sebokeng ha plasmato la mia anima e la mia visione. Lì, la musica non è un lusso o un hobby; è una funzione sociale. È una parte integrante della vita quotidiana: si canta alle feste, ai funerali, per strada. La musica è un rito di connessione. Ho imparato che l’arte è per tutti e che il suono è un modo per entrare in contatto con la comunità e con gli antenati. Questo senso profondo che la musica deve essere utile e relazionale è il fondamento di tutto ciò che faccio.

Ricordi il primo momento in cui ti sei sentito attratto dal violoncello?

Sì, lo ricordo bene. Ero affascinato dalla sua voce umana, dalla sua capacità di cantare dal registro più profondo a quello più alto. Quando lo sentii per la prima volta, ebbi l’impressione che potesse parlare tutte le lingue. Per me, il violoncello non è solo legno e corde; è un mezzo di espressione, uno strumento che può assorbire e riflettere le tradizioni di tutto il mondo.

Il tuo lavoro fonde perfettamente la tecnica classica con gli idiomi africani e l’improvvisazione. Come sei arrivato a questa fusione?

Non è stata una fusione intenzionale: è stata una necessità. Quando sono andato in Inghilterra per studiare, ho abbracciato la maestria e la disciplina della tradizione classica. Ma non potevo mettere a tacere la musica che risuonava in me fin da Sebokeng. Ho capito che non dovevo scegliere e, quindi, posso dire che la fusione è arrivata dal bisogno di essere completamente me stesso. Ho dovuto dare voce al mio violoncello con i ritmi e le armonie che risuonavano con la mia storia, usando la tecnica classica come linguaggio per esprimere la mia vera identità culturale.

Ti vedi come uno che sfida i confini di genere, o semplicemente li ignora?

Io non vedo confini, in primo luogo. La musica non ne ha confini, semmai li creiamo noi per catalogarla. Mi vedo piuttosto come uno che onora le radici di tutte le musiche. Quando metto insieme Bach e un canto Xhosa, non sto sfidando nulla; sto solo mostrando che, in fondo, tutti questi linguaggi sonori parlano delle stesse cose universali: la vita, la terra, lo spirito. Il mio obiettivo è mostrare la connessione, non la divisione.

Sei conosciuto non solo per la tua attività di interprete e improvvisatore al violoncello, ma anche per il tuo lavoro vocale (sovratoni, canto ritmico, canto armonico).

Il canto e la voce sono la base di ogni espressione musicale. Il violoncello è un’estensione della mia voce. Quando integro il canto armonico (umngqokolo) o i ritmi vocali, sto riportando la musica alla sua forma più pura. È un modo per infondere vita e respiro nello strumento. Lo strumento è il mio partner nel dialogo, ma la voce è l’anima che dirige la narrazione. La voce mi permette di creare un’esperienza più rituale e primordiale.

Alcuni dei tuoi brani sembrano narrazioni sonore. Pensi consapevolmente in termini narrativi, quando componi o improvvisi?

Assolutamente sì. La musica in Africa è intrinsecamente legata alla narrazione, al tramandare la storia della comunità. Non penso solo a note e ritmi; penso al «perché» sto suonando. Ogni brano, che sia mio o di qualcun altro, ha un suo viaggio emozionale, una sua luce e la sua oscurità. Comporre o improvvisare è come tessere un racconto sonoro che spero risuoni con le storie che le persone portano dentro di sé. Voglio che la musica sia un rispecchiamento della vita.

Qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?

L’improvvisazione è la libertà e l’onestà del momento. È il luogo dove la musica accade davvero, dove non c’è più distinzione tra compositore, esecutore e pubblico. È un modo per onorare la tradizione orale della musica africana, dove ogni esecuzione è unica. Per me improvvisare è come parlare fluentemente un linguaggio. Più sono onesto con me stesso e con l’attimo, più l’improvvisazione sarà potente e connessa.

Hai collaborato con una vasta gamma di musicisti, da strumentisti tradizionali africani a specialisti della musica barocca. Cosa cerchi nei musicisti con cui collabori?

Cerco l’apertura, l’umiltà e la curiosità. Non mi interessa solo l’abilità tecnica; cerco persone che vogliano capire il mio mondo e che siano disposte a mettere in discussione le proprie certezze. Cerco musicisti che siano in grado di ascoltare profondamente, che vedano la musica come un atto di condivisione piuttosto che di competizione. Deve esserci una scintilla di spirito e la volontà di creare un nuovo spazio comune.

Puoi descrivere una collaborazione che ha cambiato il tuo modo di pensare la musica?

La mia collaborazione con alcuni interpreti specializzati nel repertorio barocco è stata una rivelazione. Inizialmente, pensavo che la musica barocca fosse molto rigida. Ma, lavorando con alcuni di loro, ho scoperto la profondità dell’improvvisazione e della libertà espressiva che esisteva in quel periodo storico, spesso sottovalutata. Ho realizzato che anche la musica più «rigida» è un invito al dialogo. Questo mi ha insegnato a guardare ogni tradizione, compresa la classica, come una fonte di infinite possibilità di improvvisazione e interazione.

Quando lavori con i varai ensemble, come guidi i musicisti verso il tuo mondo espressivo così distintivo?

L’approccio è sempre umano e relazionale: non consegno solo partiture; condivido il contesto, le storie e il senso rituale della musica. Li incoraggio a liberarsi dal «dovere» della perfezione tecnica e a concentrarsi sul ritmo e sul respiro collettivo. Chiedo loro di usare il proprio strumento come una voce e di ascoltare, non solo di suonare. Lavoriamo molto sull’improvvisazione di gruppo e sul movimento per aiutarli a trovare il loro posto in questo rituale unificante.

Senti la responsabilità di rappresentare i linguaggi musicali africani sui palcoscenici classici?

Sì, sento una grande responsabilità ma la vedo come un privilegio. La mia missione non è solo quella di suonare musica, è quella di mostrare la bellezza, la complessità e la validità delle tradizioni africane. È importante che queste tradizioni non siano viste come marginali, ma come parte integrante della conversazione globale. Essere su palchi così importanti è un modo per dire che la nostra storia e la nostra arte meritano di essere ascoltate e onorate tanto quanto qualsiasi altra.

Le tue performances sono molto fisiche ed emotivamente coinvolgenti. Che sensazione si prova a esibirsi dal tuo punto di vista?

È un›esperienza totalizzante, a volte quasi trascendente. Non è solo un concerto, è un rituale. Sento il suono passare attraverso di me, il mio corpo diventa un canale per la musica. Sono consapevole del sudore, del respiro, del battito del cuore, e uso tutto questo. È un momento di completa onestà in cui mi concedo completamente al pubblico. È estenuante, ma incredibilmente rigenerante perché mi sento connesso a qualcosa di molto più grande di me.

Hai dei rituali prima di salire sul palco?

Sì, assolutamente. Per me, è fondamentale concentrarsi sulla gratitudine. Prima di salire sul palco, mi prendo un momento per ringraziare la vita, gli antenati e la possibilità di condividere questo dono. È un momento per centrarmi e ricordare che non sono lì per me stesso, ma per essere un «vascello» per la musica. Spesso include una forma di canto silenzioso o di respirazione profonda per sintonizzare il mio corpo.

Potresti spiegarci la tua affermazione: «La musica deve essere utile, non solo carina»?

Quando dico che la musica deve essere utile intendo che deve avere uno scopo più profondo del semplice intrattenimento estetico. Deve servire la comunità, toccare le ferite, celebrare la vita e connettere le persone. La musica «carina» è quella piacevole, ma superficiale. La musica «utile» è necessaria: ci aiuta a guarire, a riflettere, a sentirci uniti. Io cerco il tipo di suono che possa nutrire l’anima e stimolare la conversazione sulla nostra umanità condivisa.

Quali nuovi progetti o collaborazioni ti entusiasmano di più in questo momento?

Sono sempre entusiasta di esplorare nuove combinazioni. Attualmente, sto lavorando per portare la mia musica in contesti inaspettati, cercando di unire strumenti e stili che storicamente sono stati tenuti separati. Sono molto concentrato sul mio lavoro con nuovi ensemble africani e occidentali che esplorano la musica della terra e del ritmo, cercando di creare un repertorio che sia totalmente nostro, libero dalle etichette esistenti.

C’è una tradizione musicale che non hai ancora esplorato ma che ti piacerebbe conoscere?

Mi affascinano moltissimo le tradizioni musicali dell’Estremo Oriente, in particolare il gamelan indonesiano e la musica giapponese tradizionale. Sono attratto dalla loro complessa struttura ritmica e dal loro profondo senso spirituale. Credo che ci sia un legame nascosto e profondo tra queste tradizioni e alcune delle strutture ritmiche africane che vorrei esplorare.

Come vedi evolvere la tua pratica artistica nei prossimi cinque anni?

Mi vedo continuare a espandere il repertorio del violoncello e della voce, scrivendo musica che sfidi i canoni. Spero di portare la mia musica in spazi non convenzionali, lontano dalle sale da concerto tradizionali, per raggiungere persone che normalmente non hanno accesso alla musica classica. Voglio dedicare più tempo a lavorare con i giovani musicisti, infondendo in loro la fiducia necessaria per essere completamente se stessi, aiutandoli a rompere le barriere che io stesso ho dovuto superare.

Qual è il tuo obiettivo primario?

Il mio scopo, in ultima analisi, è quello di creare connessione. Voglio che la mia musica sia un memento di ciò che condividiamo tutti come esseri umani. Voglio celebrare l’Ubuntu — la convinzione che «io sono ciò che sono grazie a ciò che siamo tutti» — attraverso il suono. Il mio obiettivo è quello di essere un servitore della musica e di usare il violoncello come strumento di guarigione e di unità nel mondo.

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