Cécile McLorin Salvant – Roma Jazz Festival – 23.11.2025

Cécile: scorre come un fiume, esplode come un vulcano

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Siamo personalmente convinti che «Oh Snap», l’album che Cécile McLorin Salvant ha pubblicato per Nonesuch lo scorso mese di settembre, sia non soltanto uno dei migliori dischi del 2025, ma che rappresenti, almeno in termini di intelligenza creativa, una delle opere più importanti degli ultimi anni: per questi motivi, il concerto del suo quartetto ha costituito la degna chiusura del festival romano, che nella quarantanovesima edizione ci ha offerto un rassegna di artisti davvero ai massimi livelli.

La cantante, nel tour di presentazione del disco, presentava il proprio quartetto, con Yasushi Nakamura al contrabbasso e Kyle Poole alla batteria, mentre il grande assente della serata, almeno sulla carta, è stato Sullivan Fortner, sostituito al pianoforte e alle tastiere elettroniche da un eccellente Mathis Picard, che, invero, non lo ha fatto rimpiangere.

Cécile McLorin Salvant

La carriera della cantante, che seppure ancora piuttosto giovane – trentasei anni – conta già otto dischi, a dimostrazione della precoce manifestazione di un talento del tutto fuori dal comune, è stata largamente inquadrata nella logica di una discendenza lineare dalle «Big Three».

Ma Cécile, che pure mostra – in modo quasi soprannaturale – di poter riunire in sé i doni di quel triplice divino lignaggio, lo combatte anche, con ostinazione a volte gioiosa, talora appena un po’ scontrosa.

Così, in «Oh Snap» l’unico pezzo decisamente swingante è l’ottimo Anything But Now e, nel concerto, espressamente richiesta di farlo, canta un solo standard, I Love You, che fu soprattutto un successo di Anita O’Day, e lo fa, divertita, come se fosse Ella. Esaudita così quella che definisce «the standard tax» e richiesta di cantarne un altro si smarca, dicendo che non mancherà di farlo la prossima volta.

Cécile McLorin Salvant

La sua cifra, dunque, non è nella mimesi delle Tre Divine – Billie, Ella e Sara –, che pure,  immaginiamo, potrebbe praticare a piacimento. E neppure nella semplice sintesi, che per un simile prodigioso talento potrebbe sembrare quasi riduttiva.È invece nell’ostinata ricerca creativa, nella propria personale via, che può unire il rhythm’n’blues e il blues (Second Guessing, Spoonful) oppure la canzone francese (Avec Le Temps) anche a pezzi originali, che evolvono partendo da un songwriting folkeggiante (Take This Stone) per attraversare ballate (Expanse) e jazz, intrecciando Monk e Toni Morrison (What Does Blue Mean To You) e infine esplodere, con l’andamento del groove, verso la dance, l’elettronica e il pop (Oh Snap).Come cantano i suoi versi:

I want to be a river, a frog jumps in a river
I want to be a river, but I am a volcano […]
I am a volcano, dormant, hibernating (hibernating)
Taking off in a silent rumination
Suddenly, the fire from the depths of hell
Oh, the inferno ascends
I am a cyst, finally expressing, pressing out the pus
Red, black, fire, smoke and lust
Molten rock destroying everything
Destroying everything […]
A path of blazing
Blank-slating everything
Everything’s cooling off and settling
It is calm and beautiful
For a while, it’s beautiful

Il gruppo, in tutto questo, la segue, abbastanza docilmente, la supporta, accompagnandola con una pulsazione costante, offrendole le tessiture continue di un sartiame elettronico sul quale la mattatrice si issa, modulando le dinamiche e l’intensità, fino al punto di far esplodere la miscela.

Cécile McLorin Salvant

Non è mai in discussione chi sia a dirigere le danze e detto di Picard, che meriterà migliori attenzioni, Nakamura e Poole stanno al gioco, funzionalmente. Poi tutti insieme, nell’uscita di scena che è puro techno pop.

Tutto questo avviene nella simultaneità, con facilità a volte irrisoria, se non anche irridente. Sta tutto insieme: il talento sovrumano e virtuoso, la creatività, la sfida, la sensibilità raffinata, che sa vestire di panni leggeri contenuti importanti.

Forse ha davvero ragione Jacqueline Bisset: parlare dei doni del divino è indecente.

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