Da venerdì 20 marzo Bergamo Jazz è entrato nel vivo. La tradizione del festival è nota, ma ancora una volta si conferma come il luogo in cui si concentrano progetti internazionali che raramente si ascoltano con questa continuità e qualità. Per il terzo anno consecutivo la direzione artistica è affidata a Joe Lovano, che ha costruito l’edizione attorno al tema “Setting The Pace”, che celebra il centenario dalla nascita di Miles Davis e John Coltrane e che, vista la programmazione, rappresentano un riferimento attivo dentro cui collocare il presente.
È il giorno in cui si alza il sipario al Teatro Donizetti. Pieno, con un pubblico abituato a questo festival e alle sue regole non scritte, tra queste il severo divieto di usare il cellulare: niente immagini da portarsi via, niente schermi accesi in sala. E la differenza si sente subito. Lovano sale sul palcoscenico, saluta il pubblico roteando il microfono e accoglie gli artisti con un tono diretto e conviviale. Di fatto accompagna sul palco musicisti con cui ha condiviso passaggi importanti; questa rete di relazioni resta sullo sfondo ma orienta chiaramente l’atmosfera complessiva del festival.

L’apertura è affidata al duo Dave Holland – Lionel Loueke, incontro tra due traiettorie lontane che trovano un punto comune nell’ascolto. Holland attraversa da protagonista più di mezzo secolo di jazz, dal periodo elettrico con Davis alle esperienze post-free, mentre Loueke porta un linguaggio in cui elementi dell’Africa occidentale entrano in modo organico nella costruzione del suono.
Il duo nasce qualche anno fa da un soundcheck, lo racconta Holland sul palco: “ero in tour con Aziza, ci siamo messi a suonare assieme ed eccoci qui”. Loueke ricambia l’omaggio al “Maestro dei Maestri” (così Lovano ha presentato Holland) raccontando dal suo punto di vista la nascita della collaborazione. Da lì è nato United (2024, Edition Records), riproposto quasi per intero.
Il concerto è sottovoce, una conversazione a due, sussurrata e molto precisa, tutta giocata sui dettagli. Le linee di basso di Holland, continue e mobili, aprono spazi che Loueke abita con chitarra e voce, spesso trattate anche in senso ritmico. Il repertorio riprende in larga parte United, con un’apertura dedicata a Wayne Shorter, “che ci ha molto ispirato, non solo musicalmente”, dice Holland. Al centro resta la qualità dell’interazione più che la forma. Il virtuosismo è evidente ma mai esibito, resta funzionale al discorso. Il set scorre per oltre un’ora con grande coerenza, senza cercare rotture. Il bis viene chiamato a gran voce, gli artisti tornano per un saluto rapido.

Foto Rossetti
È il turno di Steve Coleman e dei Five Elements, con Jonathan Finlayson alla tromba, Rich Brown al basso elettrico e Sean Rickman alla batteria. Lovano lo introduce con familiarità; Coleman ricorda gli incontri a New York e le jam session di fine anni Settanta. Il tono è quello di una rimpatriata, anche se il Donizetti rimette tutto dentro una cornice più composta.
La band si dispone su una linea orizzontale, senza gerarchie evidenti: a sinistra la batteria, al centro il basso, subito punto di attrazione, a destra Coleman e Finlayson. Rickman e Brown costruiscono un motore continuo, preciso, implacabile, una struttura che spinge in avanti tutto il resto. Sopra, Coleman e Finlayson entrano ed escono, si incastrano, si sovrappongono senza cercare un centro stabile.
Il linguaggio è quello che Coleman porta avanti dagli anni Ottanta, qui ancora più concentrato. Frammenti riconoscibili affiorano e scompaiono: echi coltraniani e davisiani, ma anche citazioni bachiane, affidate a un’introduzione in cui Coleman assume per qualche minuto un suono quasi classico. Durano poco, poi il flusso li riassorbe.

Foto Rossetti
A tratti la sensazione è quella di scorrere una timeline: materiali diversi che compaiono, si sovrappongono, deviano continuamente. Non c’è un punto fermo, ma nemmeno dispersione. Tutto resta dentro un sistema molto controllato.
Finlayson ha un suono netto, pulito in tutti i registri, con una precisione che regge anche nei passaggi più spigolosi. Brown tiene insieme il discorso con un basso elettrico molto esposto, virtuosismo evidente ma sempre funzionale. Rickman mantiene una pulsazione serrata, senza cedimenti.
Coleman resta al centro senza imporsi, orienta il flusso. Il fraseggio è spezzato, reiterato, costruito per cellule che si trasformano mentre si ripetono. Il bis viene chiesto con insistenza. Il gruppo si fa attendere, poi rientra. Applausi.
Rosarita Crisafi
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