Johnathan Blake «My Life Matters» – Top Jazz 2025

Al terzo album per Blue Note, il batterista di Filadelfia si aggiudica il nostro titolo di Disco dell’anno con un lavoro davvero eccezionale, che lo stesso Blake ci illustra in questa intervista

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«And I mean every word of it». Quasi tutti i lettori del nostro giornale riconosceranno in quel proclama di «sottoscrivere ogni parola del testo» la voce ferma e rabbiosamente militante di Nina Simone nel presentare per la prima volta, il 4 aprile del 1964, Mississippi Goddam nel tempio della musica colta newyorchese. È una delle prime artiste a confondere la programmazione della classica con le altre forme musicali in quel luogo «sacro». Pare abbia detto alla madre, prima di salire sul palco: «Sono alla Carnegie Hall, ma stasera non suono Bach». Quella canzone, che segnò allo stesso tempo la proclamazione di Simone e la sua caduta per l’ostracismo diffuso, venne registrata come promo dalla Philips che oscurò il titolo con asterischi, cancelletti e punti esclamativi. Dietro quel testo, è storia, ci sono i nomi di Medgar Evers, l’attivista pacifista assassinato da un suprematista il 12 giugno 1963 mentre saliva in macchina dopo una riunione della NAACP, e i nomi di quattro bambine (Denise McNair, Cynthia Wesley, Addie Mae Collins e Carole Robertson) rimaste uccise nell’atroce rogo di Birmingham il 15 settembre 1963 per una bomba piazzata nella chiesa Battista dal Ku Klux Klan. 

Solo cinque anni prima, Billie Holiday era morta lasciando al mondo quella Strange Fruit, la cui storia oggi si affaccia (addirittura) nei manuali scolastici italiani di musica per la scuola media. Il 7 agosto del 1930 furono trovati i corpi Thomas Shipp e Abram Smith appesi a un albero di Marion nell’Indiana. Ancora negli anni Ottanta molte radio avevano il divieto di trasmetterla e d’altronde, quando Diana Ross interpretò Lady D. nel film del 1972, la canzone fu mutilata della seconda e terza strofa, le più drammatiche ed esplicite. 

Se è opportuno rispolverare due storie ben note della storia del jazz per presentare l’ultimo lavoro di Johnathan Blake per Blue Note, «My Life Matters», è non solo perché di esse di accennerà nel corso della conversazione con il batterista di Filadelfia, ma soprattutto perché questo album ri-calamita il jazz intorno al suo identitario core business: il racconto in musica delle contraddizioni dell’attualità, legate ai formalmente riconosciuti, ma empiricamente denegati, diritti civili negli Stati Uniti. È probabilmente, per chi ama questa musica: il cuore pulsante e sempre della libera espressione musicale ancorata all’impegno politico, in senso nobile. Blake è uno dei pochissimi artisti circolanti (nota d’onore per Don Was che interpreta al meglio la tradizione Blue Note nel dargli voce per il terzo album) che assume su di sé la responsabilità e il rischio di prendere una posizione in modo aperto, ostinatamente indifferente ai possibili effetti che questo possa portare sulla propria carriera artistica: Johnathan Blake fa esplicitamente nomi e cognomi. Eradicare dall’impegno civile il jazz, d’altronde, non sempre ha portato fortuna e frutti longevi agli sviluppi contemporanei di questo linguaggio. 

L’ esordio di Blake su Blue Note fu nel 2021 con «Homeward Bound», dedicato ad Ana Marquez-Greene, figlioletta dell’amico sassofonista Jimmy Greene e della flautista Nelba Marquez, una delle ventisette vittime della strage nella scuola elementare di Sandy Hook, Connecticut, nel 2012. Due anni dopo, «Passage» gli diede l’occasione per proseguire la riflessione sul dovere della memoria come testimonianza del tempo presente, dedicato al padre scomparso, il violinista John Blake Jr. Con «My Life Matters» Johnathan Blake torna a suonare per gli ultimi, per l’eredità lasciata dal messaggio del Reverendo King (I Still Have a Dream, di cui parlerà) e per non dimenticare uomini come il trentaduenne Philando Castile, ucciso in Minnesota per uno stop rotto alla macchina, durante un controllo della polizia il 6 luglio 2016: il torrenziale brano di apertura Broken Drum Circle for the Forsaken, un assolo di batteria con le parole della compagna di Castile, Diamond Reynolds, che ripete: «We got pulled over for a busted taillight» («Ci hanno fermato con la scusa di un fanalino rotto»). Il cappello all’album Johnathan lo mette citando, niente meno, che Lev Tolstoj: «(l’arte) è il senso dell’unione tra gli uomini, che si avvicinano all’insegna dei medesimi sentimenti, indispensabile per la vita e il progresso volto al benessere degli individui e quindi dell’umanità». 

Se a valle vi è, dunque, l’impegno civile e culturale, a monte c’è probabilmente il miglior prodotto musicale di Blake e di quest’anno che volge al termine, con quattordici brani costruiti insieme ai suoi compagni di viaggio e musicisti di primo livello: Dayna Stephens al sassofono, Fabian Almazan al piano, Dezron Douglas al bassso, Jalen Baker al vibrafono e la presenza di due «autorità» del panorama contemporaneo come DJ Jahi Sundance (figlio di Oliver Lake e polistrumentista già al fianco di Robert Glasper o Christian McBride) e Bilal alla voce (reduce da un Grammy e da «In Another Life» con Kendrick Lamar, 2015, apprezzatissimo dalla critica). «My Life Matters» è un solidissimo album di jazz a tutto tondo, pensato come il racconto unitario di una sensibilità creativa indifferente alle flessioni sperimentali e astratte, con una spiccatissima attenzione agli arrangiamenti, alla resa di un suono compatto e con un lavoro di ingegnerizzazione del suono molto ben curata. 

Johnathan Blake
Johnathan Blake ©Travis Bailey

Bentornato su Musica Jazz, Johnathan. Mi sembra inevitabile partire dal titolo dell’album, «My Life Matters», commissionato dalla Jazz Gallery di Manhattan: immagino che faccia riferimento a «Black Lives Matter».

Grazie a voi! Diciamo che non è necessariamente riconducibile a quel movimento, ma certo è stato scritto quando si era sull’onda di quelle vicende. Il motivo principale per cui ho iniziato a scrivere la musica risiede nella speranza di cercare di riattivare un dialogo, quei confronti estremamente difficili che però serve che partano. Più le circostanze sono complicate, più il confronto è impervio, ma necessario per attivare un cambiamento. Quindi, quando ho iniziato a comporre, nei telegiornali e nelle radio c’erano costantemente notizie, approfondimenti sulle storie di quelle persone che venivano assassinate o brutalmente bistrattate da quelli che avevano il compito di «proteggerci e servirci». E così non volevo restare impassibile, indifferente rispetto all’attualità. Sai come accade, una notizia poi l’altra, diventa un rumore bianco, solo un altro fatto; questo è impensabile per me e così ho iniziato a prendere una posizione attraverso la musica, come hanno fatto tanti dei padri nobili: Max Roach, Abbey Lincoln, Nina Simone, John Coltrane. La mia convinzione è che le persone dimentichino che siamo tutti parte della stessa razza umana; quando una persona è in difficoltà, dobbiamo avere la forza di unirci gli uni agli altri, perché se uno va giù, tutta l’umanità va giù. La musica di questo disco ruota intorno a questa idea: tutte le razze e i credo religiosi sono riconducibili a una unità. Questi sono i principi che mi legano alle mie origini, i miei genitori dicevano sempre a me e alle mie sorelle più piccole che se non prendi posizione quando vedi l’ingiustizia, fai automaticamente parte del problema. E così io non voglio diventare un problema ma un promotore del cambiamento, colui che aiuta. 

E la musica come può produrre un cambiamento sociale? 

La musica è stata ed è storicamente la prima linea del cambiamento politico e il jazz in particolare. Sembrerà un paradosso, ma proprio nella musica strumentale, senza manifesti o proclami, si attiva un meccanismo che promuove il cambiamento attraverso le emozioni. Mi piace scrivere melodie che possano essere catchy, condivisibili, capaci di tessere un racconto in grado di unire e non è per niente facile come sembra; ma credo che alla fine quello che filtra è l’onesta e l’organicità che metti nel tuo lavoro e questo disco mi sembra abbia queste due qualità. I musicisti con i quali ho lavorato hanno interiorizzato le parti scritte e poi le hanno fatte scorrere, hanno dato vita ad una musica piena di cuore e suonata in modo «onesto»; è questo l’abbrivio da cui parte la connessione con le altre persone. 

L’attuale è uno degli altri momenti storici in cui prendere una posizione politica può essere, diciamo così, poco conveniente per la carriera e il successo, i venti non sono esattamente propizi. Hai considerato il rischio che correvi? 

Assolutamente sì. Sai, parte fondamentale della mia educazione è consistita esattamente nel non aver paura di correre dei rischi; solo così si può aspirare al cambiamento. Nina Simone, per esempio, è una artista che ha rischiato la vita e i mezzi di sostentamento minimi. È stata messa al bando in un mucchio di posti, i locali o i teatri non la ingaggiavano per paura di quello che avrebbe potuto dire. Ma è a persone come lei che devo l’opportunità di poter fare lo stesso, seguendo i passi suoi e di tutti quelli che ci sono stati prima di me. Hai ragione, bisogna fare quel tipo di sacrifici se davvero vuoi vedere qualche forma di cambiamento. 

Ricordi la prima volta che cantò Mississippi Goddam? 

A quello pensavo! È stata davvero scioccante, snervante, se capisci cosa voglio dire. E prima di lei Billie Holiday con Strange Fruit: ecco, saper prendere rischi, assumersi responsabilità e farlo al momento giusto. 

L’intro dell’album è la tua “Broken Drum Circle for the Forsaken”. I dimenticati, gli ultimi, chi sono per te? Philly, la tua città, è in un momento davvero complicato per i tassi di emarginazione sociale, credo faccia male vederlo. 

Purtroppo è come dici. Ci sono tante persone che combattono con le varie dipendenze, specialmente nelle aree di Kensington a Filadelfia o nel Tenderloin di San Francisco. La mia impressione è che queste persone vengano semplicemente buttate fuori dal sistema, volutamente messe ai margini e non si fa nulla per trovare le soluzioni necessarie alle cure sanitarie o psichiatriche. Proprio la salute mentale è una di quelle cose che spaventa e quindi non viene presa mai di petto. Però in generale i «dimenticati», da cui il titolo, sono tutte le comunità nere, di colore, come anche le persone LGBTQ+: vengono di fatto relegate in zone dove droga e alcol sono a piena portata. Sono aree non pensate per finanziare e costruire centri specializzati, comunità di riabilitazione; spesso, come effetto, i neonati o i bambini crescono senza i loro genitori, che sono persi nella dipendenza, poi quando diventano più grandi finiscono nei giri di armi da fuoco o altre forme di violenza. 

Johnathan Blake
Johnathan Blake ©Travis Bailey

Esiste ancora il vecchio problema americano delle scuole e delle università che di fatto ghettizzano le comunità nere, alimentando la divisione razziale? 

Esiste eccome. Secondo me è un problema che parte proprio dall’alto, dalle persone che sono state scelte per guidare il Paese. Se sono i primi ad essere prevenuti in termini razziali verso queste comunità, allora sarà inevitabile proseguire nel solco della divisione etnica. E’ un problema di bruciante attualità ed è probabilmente una delle ragioni che mi ha spinto ad espormi contro tutta questa robaccia, diventando complice della perpetuazione di questo circolo vizioso. 

Mi piacerebbe tornare alla musica di «My Life Matters» partendo dalla presenza di Derrick Hodge, il bassista che è anche uno dei migliori produttori in circolazione, vecchio collaboratore di Robert Glasper e al fianco di Quincy Jones per tanto tempo. Quanto è importante che il producer sia anche un musicista avanzato? 

Sono totalmente d’accordo, è stata un’esperienza incredibile. Ci conosciamo da tempo immemorabile con Derrick, ho suonato in uno dei suoi primi concerti a Filadelfia e da allora siamo cresciuti insieme in tutti i sensi. Semplicemente era la persona giusta per questo progetto; gli ho mandato dei «bozzetti», brevi appunti musicali ed è salito a bordo con grande entusiasmo, voleva far parte del disco e ha saputo portare la sua capacità di visione, migliorando la mia stessa idea iniziale. Lo dico senza piaggeria, ma è andato oltre ogni mia previsione il suo contributo per capire la direzione che insieme agli altri volevamo prendere. Uno dei maggiori vantaggi è stato proprio essere stato al suo fianco in studio e vederlo lavorare, essere testimone del suo metodo è stato pazzesco.

Insomma, non avete mai litigato, come capita spesso…

Macché, il contrario! Io sono un musicista molto attento a catturare le idee, da qualunque parte provengano, e Derrick è riuscito a trasformare un sogno nella fruizione per il pubblico. Ci siamo trovati in una delle situazioni più rilassanti e rilassate di cui avessimo fatto esperienza in fase di registrazione. Tra l’altro, in quel momento avevo un’agenda folle di impegni, concerti e cose da fare e lui mi ha consentito di registrare in piena sintonia e con grandi risultati in soli due giorni di lavoro fitto. Considera che avevo un contratto con il Vanguard la sera e avrei dovuto mandarlo all’aria se non ci fosse stato lui ad occuparsi di ogni aspetto della produzione, portandola esattamente dove era il mio progetto creativo. 

Per questo album hai scelto ottimi musicisti, che sono anche amici. Quando suoni quanto è importante che ci sia amicizia, oltre la professionalità? 

Per me lo è davvero molto. Voglio sempre essere messo in condizione di lavorare con musicisti con i quali possa andare d’accordo sopra e dietro il palco; conosco ognuno di loro da almeno dieci anni, usciamo insieme, ci divertiamo anche quando non suoniamo live, perché le considero belle persone, oltre che musicisti straordinari. Certo, l’obiettivo è sempre accompagnarsi a chi suona correttamente i tuoi brani, ma più che cercare i migliori in giro, preferisco affidarmi a qualità più globali. Non voglio sentirmi stressato quando giriamo di città in città o se stiamo in studio; voglio sentirmi il più rilassato possibile e tutti quelli che sono in questo disco me lo hanno permesso. A forza di viaggiare insieme, si sviluppa una specie di modo di pensare comune, familiare, nel nostro caso c’è la voglia di tirare al massimo le nostre possibilità musicali e suonare in modo onesto, prendendoci molta cura della musica. 

Uno dei punti di forza di «My Life Matters», a mio avviso, è il dare equamente spazio a un momento solistico per ciascuno, restituendo l’effetto finale della suite. Quanto hai dovuto lavorare sulla sequenza dei brani? 

Questa è una domanda tosta… Sì, ci ho sudato su parecchio. Mi ci è voluto tanto tempo per capire la scelta migliore, ma alla fine la mia ottima amica, ed ex moglie, Rio Sakairi, che è la direttrice artistica della Jazz Gallery e mi ha commissionato il lavoro, ha ascoltato la musica con un’attenzione straordinaria e mi ha aiutato in questo. Forse ha aiutato il fatto che aveva ascoltato qualche prova e ha ripetuto l’ascolto molte volte. Mi diceva: «Questo pezzo si lega a quest’altro e a quest’altro ancora»; non ha fatto la vera e propria set list ma complessivamente mi ha aiutato a sbrogliare alcuni punti, a partire dai titoli dei brani: per me erano solo «pezzo 1», «pezzo 2» e così via. Tra l’altro, quando ho ricevuto la commissione, ho avuto l’opportunità di ritirarmi per due o tre settimane a Tarrytown, una cittadina nello Stato di New York dove c’è una specie di housing con finalità filantropiche, di proprietà del Rockefeller Brothers Fund: il Pocantico Center, che è stato perfetto per concentrarmi sulla scrittura. In quei giorni, io arrivavo con un pezzo senza titolo e lei cavava fuori idee pazzesche…

Johnathan Blake
Johnathan Blake ©Travis Bailey

Già il primo “Broken Drum Circle for the Forsaken”…

Esatto! Quella è una delle sue idee. È stata una fortuna averla accanto per aiutarmi a organizzare tanti aspetti, ascoltare la musica con grande profondità e comprensione ed estrapolare il messaggio che cercavo di comunicare. 

Rio Sakairi ha anche scritto il testo della poesia I Still Have a Dream, che è recitata da tua figlia Muna. Non è la prima volta: ha partecipato a «Passage» e anche a progetti con Ambrose Akinmusire ed è una danzatrice fin da quando è piccola. Allora, considerati i tempi che viviamo e le difficoltà per gli artisti, da padre e da musicista, ti auguri un futuro nello spettacolo per lei o ti fa paura? 

No, non è per niente facile oggi fare il musicista. Però, vorrei dire sinceramente che la vorrei felice ed equilibrata, serena delle sue scelte. Se vuole, può inseguire i suoi sogni; e il suo è diventare una ballerina di danza contemporanea professionista; qualunque cosa scelga, io voglio essere quello che le dà coraggio e le sta vicino in tutti i modi possibili. Del resto, sono più che convinto che se lavori sodo in ciò che vuoi fare, alla fine ci riesci; in qualche modo io vorrei essere un esempio per lei anche su quello che dicevamo a proposito delle ingiustizie, che abbia la capacità di vedere e combattere ciò che non funziona nella vita di tutti i giorni. Li abbiamo educati così sin da piccoli, quindi che segua i suoi sogni. 

Encomiabile. Se mio figlio mi dicesse che vuole fare il giornalista, credo che non sarei poi troppo contento…

[ride, ndr] Ah, ma quello lo capisco benissimo, non è mica facile mettere in pratica quello che dico, però è una sfida, siamo sul terreno del futuro e quindi delle sfide. Ma del resto, da quando sono nati, hanno visto me e Rio combattere tra alti e bassi, ma con la determinazione di lavorare sulle nostre passioni; anche per Rio non è stato semplice assumere il ruolo di direzione artistica della Jazz Gallery e ha prodotto un Festival che non c’era mai stato, il NoMad Jazz Festival [9 e 10 agosto 2025, Madison Park, NYC, ndr], gratuito e con nomi di primissimo livello. Ecco, i figli ci hanno visto fare tutto quello che serviva per portare a casa il risultato, combattere attraverso mille difficoltà e, alla fine, è stato bello condividere tutti insieme il successo che ha ottenuto l’iniziativa. 

Ci sono due brani in «My Life Matters»: “Can Tomorrow Be Brighter?” e “Prayer for a Brighter Tomorrow”. Una è una domanda, l’altra una preghiera sullo stesso tema. Allora ti domando cos’è per te la speranza e che ruolo ha la spiritualità nella tua musica, visto che il primo ringraziamento nel disco va a Jehovah. 

Chiaro. Credo che tutto intorno a noi accada attraverso il nostro Padre Celeste, Jehovah. Ma la speranza riguarda noi, come umanità, perché possiamo alzarci con una unica voce e vivere in armonia in un mondo ti pace, senza crimine, droga; un posto in cui si sia capaci di affrontare le giornate e con questo intendo aver abbastanza soldi per le cure mediche, per il cibo. Mi spezza il cuore, davvero, vedere certi video in cui c’è gente che muore di fame o senza un tetto per vivere. Io prego ogni giorno per questo, perché non ci siano dolore e sofferenze. 

Hai parlato della tua formazione familiare e dei tuoi figli; parliamo più in generale delle radici musicali che sembrano importanti per te. In «Passage» c’era West Beckerly Street che è un brano schiettamente soul, qui c’è We’ll Never Know (They Didn’t Even Get to Try), che sembra molto vicino al gospel. 

Le radici sono una delle cose più importanti. Come sai, mio padre era un grande violinista e lui stesso fu influenzato parecchio dal crescere in una chiesa Battista; quella musica è entrata nel suo modo di suonare. Sua madre, cioè mia nonna, era un’organista di chiesa e mia zia, la sua sorella maggiore, era anche lei cantante e organista. Quindi parti dal fatto che sono nato e cresciuto in questo contesto e poi tutto il resto è blues; non puoi avere musica senza il blues e il blues è tutto ciò che ho. Puoi parlare del Southern blues o di quello di Chicago, poco importa. Pensa che mio padre si era costruito uno studio nel seminterrato di casa e vi teneva la sua collezione di vinili e il registratore. Io, tornando da scuola, praticamente vivevo là sotto, spulciando e ascoltando tutti i dischi che aveva, tra i quali c’era una collezione molto importante di blues e di gospel. Sono state queste le prime sonorità che mi hanno davvero toccato il cuore e quindi il resto è stato un processo naturale, ho provato a inserirle nella mia creatività. 

Johnathan Blake
Johnathan Blake «My Life Matters»

Mi tiri la domanda più banale in modo irresistibile: cos’è allora per te il blues? Sapresti definirlo? 

Oh, mamma mia, la domanda ci sta, è buona. Dunque, la prima cosa che mi viene da dire è che ha a che fare con il sentimento, il feeling in modo profondo. Prima mi chiedevi che cosa può fare la musica per promuovere il cambiamento. Ecco, il blues. Questa musica ha il dono di raggiungere le persone e farle sentire in un certo modo, che non tutti i linguaggi hanno. Si parla di emozioni, quelle cose che ti arrivano dentro per una semplice scala blues o per una terza minore. Non si tratta di dodici battute, è qualcosa di molto più complesso. Occorre rispondere alla domanda: in che modo il blues ti parla, cosa ti fa sentire? A me, personalmente, fa venire subito in mente il gospel, la chiesa, i tempi in cui si vivevano mille difficoltà, ma allo stesso tempo la celebrazione del fatto che quelle difficoltà possono essere affrontate e superate insieme. 

Quando mi capitano musicisti del tuo livello, sono sempre curioso di confrontarmi con la mia personalissima idea che i batteristi e i bassisti siano tra i migliori arrangiatori e compositori della storia del jazz. Ti sembra un’eresia? Che ne pensi? 

No, altroché, sono completamente d’accordo… Sarò anche di parte, ma lo penso sul serio! Puoi dire che sviluppiamo in modo diverso l’orecchio, ma più in generale partecipiamo di due mondi allo stesso tempo: l’aspetto ritmico e l’aspetto melodico. È come poter surfare sulla cresta più alta e migliore di entrambi i mondi. Io suono uno strumento ritmico che però ha anche un suo lato melodico, e questo rende secondo me speciali bassisti e batteristi. Quando suoniamo in gruppo, siamo messi nella posizione di dover provvedere alla direzione ritmica, ma anche a quella armonica, è una condizione anfibia unica. Ci sono nella storia anche straordinari arrangiatori che vengono da strumenti a fiato, ma hanno una scrittura particolare, almeno io la riconosco. Se suoni la batteria, devi curare la parte melodica e armonica che il mio strumento offre e, quando riesci a entrare in sintonia con questo splendido mescolamento di bellezza, arrivi a un altro livello. Pensa solo alle scritture di gente come Joe Chambers, Al Foster, Victor Lewis e Tony Williams… Che compositori! E per andare ai tempi più recenti, incontri Brian Blade, Clarence Penn o Bill Stewart; non parliamo di grandi batteristi, ma proprio di grandi compositori. 

Per essere batteristi, bisogna avere il cervello diviso in cinque parti: quattro seguono gli arti superiori e inferiori che sono indipendenti e la quinta tiene il fenomeno d’insieme. Questa necessità strumentale si riflette anche nel tuo modo di pensare comune? 

Wow! Sì, hai perfettamente ragione. Come hai detto, siamo abituati a mettere in funzione intelligenze diverse e questo mi porta a vedere la realtà di tutti i giorni in un modo multiforme, mi accorgo di vedere un aspetto e contemporaneamente di poterne governare intellettualmente un altro. Ora, la speranza è che la combinazione di questo groviglio aiuti a mettere a fuoco le questioni in modo più nitido, così da avviare un confronto più ricco. 

So che è stato scritto e so anche che non sei molto d’accordo, ma c’è qualcosa che può richiamare a questo tuo lavoro quello di Max Roach con «We Insist! A Freedom Suite»? 

Tanta gente ha fatto questo paragone. E io ripeto anche a te che non sono d’accordo. Forse c’è una sorta di riflesso condizionato, di necessità delle persone di far gravitare album monumentali sulle novità, cercando un cambiamento. Non saprei, magari c’è pure un legame, ma il mio non è un disco di protesta vera e propria come quello, capisci? Ancora una volta, volevo solo innescare una conversazione di cui credo ci fosse bisogno.

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