Jimmy Cliff: la voce terrena del reggae

Se n’è andato un artista fondamentale della musica nera, la voce terrena del reggae così come quella di Bob Marley ne era stata la voce spirituale. Ripercorriamo la sua lunga carriera per mostrarne l’assoluta importanza

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Quando se ne va un artista cha ha dato un suono a un popolo, i rumori circostanti perdono mordente, diventano eco. È accaduto il 24 novembre scorso, quando la notizia della morte di Jimmy Cliff ha attraversato le onde lunghe della rete e dei notiziari. Così anche l’ultimo dei pionieri, cui non servivano proclami per essere universali, had left the building. 

Nato James Chambers nel 1944, cresciuto tra la povertà e la grazia ostinata della Giamaica rurale, Jimmy Cliff ha attraversato oltre sei decenni di musica muovendosi con la naturalezza e la velocità di chi non ha tempo da perdere. La sua produzione discografica è immensa: un percorso che va dallo ska degli anni Sessanta al reggae degli anni Settanta, dalla black music contaminata degli anni Ottanta al ritorno alle radici dell’inizio del nuovo millennio.

Se il 1972 è l’anno che lo proietta nel mito grazie alla colonna sonora del film The Harder They Come, l’attività discografica a suo nome è tutt’altro che secondaria. Album come «Jimmy Cliff» nel 1969, «Follow My Mind» nel 1975, «Give The People What They Want» nel 1981 – solo alcuni titoli da citare della sua produzione – mostrano un artista che, mentre il reggae esplode nel mondo con tutta la sua semplicità e attaccamento alle radici, non ha paura di renderlo più melodico, più spirituale e anche più universale. Gli anni Settanta lo consacrarono icona – insieme a Bob Marley – non solo per la colonna sonora succitata ma anche perché in quegli anni – per la precisione nel 1976 – incise uno dei brani più importanti della storia del reggae: Police and Thieves, una canzone che è già cinema senza bisogno dello schermo e che evoca guerra di strada, tensione, spirale sociale. L’interpretazione di Cliff è morbida e accorata ma il testo è una lama perché racconta una Giamaica in fermento, una Kingston in cui la polizia e i ladri sono le due facce della stessa medaglia, una realtà in cui la violenza è il sistema, non un’eccezione. Il brano entrò a far parte della colonna sonora di The Harder They Come e nelle riedizioni successive diventò un ponte tra la spiritualità tesa del reggae e la furia scheggiata del punk. Quelli della mia generazione ricorderanno la versione dei Clash nel 1977, nel loro album d’esordio, una cover accelerata, scomposta, elettrizzata che Joe Strummer definì «una chiamata alle armi». Con la loro versione, i Clash aprirono una strada che milioni di ragazzi inglesi seguirono negli anni successivi: il reggae come linguaggio parallelo del malcontento urbano. Police and Thieves fu un paradosso: una canzone nata per descrivere il caos giamaicano diventò la colonna sonora del caos londinese. Quella canzone arrivò in Inghilterra poco prima che la miccia del malcontento esplodesse davvero. Ed è una storia che va raccontata, perché altrimenti oggi non si riesce a comprendere fino in fondo la portata del messaggio musicale di Jimmy Cliff. 

Il Regno Unito alla metà degli anni Settanta era una polveriera: disoccupazione crescente, scontri razziali, crisi industriale, tensioni nei quartieri a forte presenza caraibica. Brixton, Hackney, Ladbroke Grove, oggi intoccabili, sinonimi di gentrificazione e di benessere economico, allora nomi che rischiavano di diventare scenari di guerra civile. Nel 1976, al carnevale di Notting Hill, Police and Thieves diventò la colonna sonora involontaria degli scontri che esplosero tra i ragazzi neri e la polizia britannica. Una coincidenza? No: la dimostrazione che una canzone, quando è vera, diventa profezia. I Clash allora erano dei giovani – e ingenui – punk rockers affamati di tutto quello che il rock istituzionale non concedeva. Joe Strummer sentì Police and Thieves e si fece coinvolgere dall’energia dei sound systems londinesi, dal peso politico del reggae e da una nuova identità ibrida che nasceva in quei quartieri e così decise di registrarla per il loro album d’esordio. La loro versione fu un lampo: più veloce, nervosa, più punk persino del punk. Ascoltatela: le chitarre stridono, la voce di Strummer taglia, la ritmica corre, a perdifiato. Non fu però un atto di appropriazione, ma di alleanza, una mano tesa tra il sottoproletariato bianco e la diaspora nera. Il punk smise di essere solo ribellione estetica per diventare ribellione sociale e fu l’inizio di un dialogo che durerà anni: dalle contaminazioni dub di «Sandinista» a tutta la stagione post-punk. 

Jimmy Cliff

Dopo l’uscita sul mercato discografico di Police and Thieves rifatta dai Clash successe qualcosa di irreversibile: i giovani bianchi iniziarono a ascoltare il reggae con un orecchio diverso, i giovani neri percepirono il punk non più come minaccia culturale, ma come potenziale alleato, le band britanniche cominciarono a contaminare il loro suono, i sound systems giamaicani trovarono un nuovo pubblico, un nuovo spazio, e una nuova dignità. Fu qualcosa di molto influente i cui effetti durano e si sentono ancora oggi. Da lì nacque un percorso che partendo dallo ska revival degli Specials e dei Selecter, attraverso il post-punk dub dei Public Image Ltd e le produzioni di Adrian Sherwood, arrivò alla rivoluzione elettronica che negli anni novanta generò la jungle, il trip-hop e lo UK Garage. E tutto questo – sembra incredibile – ebbe inizio con quella canzone: Police and Thieves di Jimmy Cliff. Ed è questo il motivo principale per cui questo brano è considerato uno dei cardini della sua eredità: non fu solo un brano di denuncia, ma un simbolo della circolazione culturale tra Giamaica e Regno Unito. Una canzone che insegnò al punk a guardare oltre i propri confini e al reggae a poter essere politico anche fuori casa mostrando agli inglesi che il ritmo dell’isola non era folklore, era storia viva. E forse è proprio questo che Jimmy Cliff ci lascia in eredità: non solo musica ma dialoghi possibili.

Il successo, non solo di culto, di quella canzone avrebbe portato chiunque a sedersi sugli allori. Jimmy Cliff non era il tipo: sapeva leggere il tempo. E modellarlo. E nel 1983 uscì sul mercato Reggae Night, prodotta da Kool & the Gang. Un successo mondiale, un misto tra reggae e pop levigato, ideale per le radio e segnato da una voce lucidissima. Il suo ritornello diventò, ovunque, un invito alla festa e alla comunione e sotto la sua superficie scintillante covava l’urgenza ritmica della Giamaica. Reggae Night portò il cantante nelle chart internazionali, nelle discoteche, nei Walkman. Era la prova che il reggae può essere ballato senza perdere dignità e può essere leggero ma non vuoto.

Ma non si può commemorare Jimmy Cliff senza continuare a tornare lì. A quel 1972. A quel film che non voleva essere un film ma una dichiarazione politica, un atto d’amore e di rabbia verso un paese ancora in cerca di sé stesso. Ogni scena di The Harder They Come è una scheggia autobiografica, la cronaca di quello che accadeva – e che ancora accade – nei ghetti di Kingston, la città in cui Jimmy Cliff ha lasciato questa vita, stroncato da una polmonite. La sua colonna sonora, un cosmo in miniatura, fu la cassa di risonanza di un mondo che chiedeva di far sentire la sua voce.

The Harder They Come fu un film girato quasi senza soldi, con attori presi dalla strada, con una troupe mossa più da fede che da mezzi e con un’idea molto semplice: raccontare la Giamaica com’era davvero. Non cartolina. E neanche paradiso turistico. Cliff interpreta Ivan Martin, un giovane contadino che arriva a Kingston con lo stesso bagaglio leggero e gli stessi occhi determinati che lo stesso Jimmy aveva portato in quella città anni prima. Ivan vuole cantare, vuole emergere, vuole essere qualcuno. Ma per essere qualcuno, in quell’epoca e in quel posto, bisognava prima accettare di essere schiacciati. Ivan Martin era il suo alter ego, il suo fratello ombra: fu ingannato dal suo produttore, fu usato dal mercato, fu divorato dalla città e diventò un fuorilegge suo malgrado, un Robin Hood tropicale a cui la realtà sottrae, giorno dopo giorno, ogni possibile via di rettitudine. Quello che rende The Harder They Come un film seminale non è solo la narrazione – moderna, quasi neorealista – e neanche l’interpretazione di Cliff, magnetica, nervosa, viva. È la fusione tra musica e immagine, il modo in cui le canzoni diventano capitoli interni del personaggio e del Paese. Quel film vibra come una radio accesa in mezzo a una piazza: sporca, storta, irresistibile. Fu d’ispirazione per buona parte dei registi della blaxploitation statunitense di quegli anni. E se il film è il cuore pulsante della Giamaica di quel periodo la sua colonna sonora – che metteva insieme Jimmy Cliff, The Melodians, Desmond Dekker, The Maytals – è il suo battito irregolare, potente, ostinato. Un vero e proprio manifesto del periodo in cui il reggae non era ancora mainstream ma stava per diventarlo. Le canzoni non furono scelte a caso da Perry Hanzell, il regista, con l’intento di raccontare l’isola non dal punto di vista della gloria, ma da quello della sopravvivenza: You Can Get It If You Really Want fu l’inno della speranza, Many Rivers to Cross la ballata del dolore, della migrazione (era già stata incisa da Cliff anni prima ma nel film divenne un’invocazione universale), The Harder They Come, la title-track, fu incisa apposta per la pellicola ed era la filosofia del protagonista, Ivan Martin (e forse di Jimmy stesso), con la sua esortazione a non demordere, a rialzarti ogni volta che ti tirano giù, Rivers of Babylon dei Melodians fu un salmo laico sulla diaspora, Pressure Drop dei Maytals l’avvertimento del destino, del karma, della vita che presenta i conti, 007 Shanty Town di Desmond Dekker fu la dura urbanità degli slums raccontata come un noir. Era una colonna sonora che non accompagnava il film ma lo spiegava, come una fiamma che stava accendendo il mondo che infatti, poco dopo, si incendiò davvero. 

Jimmy Cliff

Alcuni critici hanno scritto che il reggae deve a The Harder They Come più di quanto il rock debba ai Beatles. Forse è vero. E forse non importa. Quello che importa è che da lì in poi la musica caraibica non è stata più territorio periferico ma centro di una cultura sempre più globale. Nel guardare il film oggi, sapendo che Jimmy Cliff non c’è più, si ha la strana sensazione che il personaggio di Ivan Martin sia diventato la sua doppia ombra, una figura talmente radicata nell’immaginario collettivo da sopravvivere anche al suo interprete. Ivan è l’eroe tragico della modernità giamaicana, Jimmy l’ambasciatore della stessa storia. Il primo muore nel film, il secondo – oggi – muore nella vita. Eppure restano entrambi. 

Jimmy Cliff è morto per complicazioni legate a una polmonite. Una notizia nuda. Ma gli artisti non muoiono (solo) per questo: muoiono soprattutto quando nessuno li ascolta più. E per Jimmy Cliff questo non accadrà mai. Negli ultimi anni il cantante è stato celebrato in mille maniere come uno dei due personaggi musicali più rappresentativi del reggae. L’altro è ovviamente Bob Marley. E molti si affannano a cercare similitudini tra le loro scomparse, ma il problema è che bisogna accettare un paradosso: ovvero che le loro morti non potrebbero essere più diverse pur avendo parlato entrambi la stessa lingua. Marley muore giovane, consumato da un melanoma che si metastatizza, nel pieno della sua potenza, diventando icona politica, mito, profeta spirituale. Cliff muore ragionevolmente anziano (ottantun anni) dopo una lunga vita di musica e cinema, e se ne va da patriarca. 

E allora perché nel ricordo collettivo sembrano appartenere alla stessa narrazione? Perché Bob Marley e Jimmy Cliff rappresentano due volti della stessa rivoluzione. Entrambi hanno trasformato il reggae in un linguaggio globale: Bob Marley lo ha fatto attraverso la sacralità e la lotta, Jimmy Cliff lo ha fatto attraverso il cinema, la voce luminosa e la sua umanità. Due strade diverse che hanno contribuito a portare il ritmo in levare nel cuore della cultura mondiale: Marley lo ha fatto come messaggero, come figura quasi biblica con canzoni che sono diventate degli inni politici (Get Up, Stand Up), spirituali (One Love), planetari (No Woman, No Cry), Jimmy Cliff lo ha fatto come narratore, come una figura più terrena. Marley è morto nel 1981 e la sua scomparsa è stata come una faglia improvvisa, un terremoto in cui il mondo scoprì che anche una delle sue icone più luminose era mortale. Jimmy Cliff è uscito di scena nel 2025 e la sua scomparsa non è uno shock ma un passaggio che segna la fine dell’ultima generazione originaria del reggae. Non si piange solo lui, si piange la fine di un ciclo storico. In entrambi i casi si ha la sensazione che non se ne vada un uomo ma una parte del mondo, perché entrambi hanno costruito il ponte culturale tra la Giamaica e il mondo e perché sono diventati bandiere di due aspirazioni complementari: Bob Marley la redenzione, Jimmy Cliff la resistenza. Il mondo aveva bisogno di entrambi: del sogno (Marley), della realtà (Cliff). Senza Cliff non ci sarebbe stata la diffusione iniziale del reggae, senza Bob non ci sarebbe stata la sua esplosione planetaria: sono due movimenti della stessa sinfonia, il primo costruisce l’orchestra, il secondo la fa suonare al mondo intero. Le loro morti richiamano la memoria della stessa ferita: la vulnerabilità dei giganti. E la stessa Giamaica che aveva pianto Bob Marley come un figlio, oggi ha salutato Jimmy Cliff come un padre. I due, nella loro diversità, hanno rappresentato la stessa cosa: la dimostrazione che un genere nato nelle baracche di Kingston può cambiare la storia culturale del pianeta.

Jimmy Cliff

Gli omaggi arrivati da tutto il mondo alla notizia della morte di Jimmy Cliff, dagli Stati Uniti alla Giamaica, dai musicisti reggae alle star del pop, ci restituiscono l’immagine di un uomo che non ha mai smesso di essere ponte, radice, respiro. E noi, adesso, ci troviamo davanti a una domanda: cosa resta di lui? Resta l’idea che la musica è prima di tutto luce. Resta la certezza che la cultura di un popolo può cambiare il mondo quando trova un linguaggio vero. Resta la lezione – dura, semplice, luminosa – che più ti buttano giù, più torni a galla. E resta soprattutto un suono, quello di un ragazzo che, nel 1972, cantava «The harder they come, the harder they fall, one and all» mentre un intero pianeta, senza saperlo, stava imparando a conoscere la Giamaica. Lo salutiamo non con un minuto di silenzio ma con un minuto di ritmo e di quella ostinazione melodica che gli apparteneva, come appartiene alle onde che non smettono mai di battere la costa. 

Fa’ buon viaggio, Jimmy. La tua voce continua a cantare anche se non ci sei più.

 

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