Intervista a Marilena Paradisi

di Amalia Mancini

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La cantante, compositrice e improvvisatrice si esibirà in duo con il pianista statunitense Kevin Harris il 4 gennaio al teatro Il Cantiere di Roma.

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Nel 2019 ti sei esibita a Roma con Kevin Harris in duo, presso Interno Musica Sforza, affrontando un repertorio che spaziava da Ruby, My Dear di Thelonious Monk a But Beautiful di Jimmy Van Heusen con una forte componente di improvvisazione. Oggi, a distanza di anni, torni a incontrarlo il 4 gennaio, per il concerto Marilena Paradisi meets Kevin Harris al Teatro Cantiere di Roma. Ci racconti come vi siete conosciuti, come si è evoluto nel tempo il vostro dialogo musicale e che tipo di fiducia è necessaria per salire sul palco senza una struttura prestabilita?
Quel concerto del 2019 era un evento privato, un house concert, un evento estemporaneo svoltosi a Roma mentre Kevin era in tour in Europa . Avevo già suonato con lui ad Harvard l’anno precedente, nel 2018, in trio col batterista Steve Langone. Poi, come sappiamo, è arrivata la pandemia, un periodo molto difficile per tutti che oggi sembra lontanissimo, quasi irreale. Sono stati per me incontri molto stimolanti e di grande ispirazione. Ci divertiamo molto a suonare insieme e a sperimentare e, ogni volta che tra Boston e Roma si crea l’occasione di incontrarsi, è naturale e bello fare qualcosa di musicale insieme: che si tratti di libera improvvisazione o di musica più strutturata, fare musica insieme richiede sempre una profonda fiducia nell’altro e, soprattutto, come in questo caso, una reciproca curiosità nello sperimentare.

Ripensando ai diversi concerti e al tuo percorso artistico, cosa senti che oggi è cambiato nel tuo modo di dialogare musicalmente rispetto agli inizi?
Credo di avere oggi una maggiore consapevolezza. Nel tempo, le esperienze musicali e lo studio hanno arricchito il mio pensiero musicale, anche se è un percorso che, per sua natura, non finisce mai.

Se dovessi raccontare in poche parole il tuo percorso musicale, quali tappe senti davvero decisive? E cosa ti ha portato a scegliere il jazz e l’improvvisazione come linguaggio principale della tua ricerca artistica?
Non saprei individuare tappe definitive. Mi considero ancora in cammino, perché ogni arrivo diventa subito una nuova partenza. Ho scelto le musiche improvvisate per la libertà espressiva che offrono, per la possibilità di restare sempre in ascolto e in movimento.

Tra composizione e improvvisazione esiste uno spazio fragile e misterioso. Come riesci ad attraversarlo nella tua musica? C’è stato un momento che ha segnato una svolta nel tuo percorso artistico?
Molti grandi della storia della musica hanno composto partendo all’improvvisazione, per poi trascriverla in partitura. È stato il caso di Chopin e Bach, ma anche di Giacinto Scelsi. Non sempre la composizione è scrivere a tavolino con carta e matita. La grande differenza, secondo me, è questa: nell’improvvisazione totale si rischia tutto. Si vive pienamente un momento che si sa destinato a dissolversi nell’aria, a restare forse solo nei ricordi di chi ascolta, e che difficilmente potrà essere riprodotto nello stesso modo. Se invece diventa partitura, allora potrà essere reinterpretata da altri ed essere riprodotta nel tempo. Ho composto alcune canzoni partendo dal testo; avevo scritto delle poesie che, improvvisate vocalmente, sono poi diventate canzoni e successivamente riportate in partitura. La svolta, per me, è avvenuta con l’incontro con la grande cantante giapponese Michiko Hirayama, con la quale ho studiato improvvisazione contemporanea e con la quale ho inciso nel 2011 il cd per voce sola «Prelude for Voice and Silence» (Silta Classic).

Marilena Paradisi
Foto di Fabrizio Sodani

Il tuo ultimo album Here and Now (Losen Records 2024) in duo col contrabbassista americano Bob Nieske, è un titolo che richiama una presenza totale. Che significato ha per te questo «qui e ora», sia sul piano musicale che umano? Cosa ti ha spinto verso questa scelta e quanto è stato centrale l’ascolto reciproco nella costruzione del progetto?
«Qui e ora» è il motto del musicista di jazz  di chi si esprime con l’improvvisazione. Improvvisazione che, ci tengo a specificare, si raggiunge studiando tantissimo. Mettere una presenza totale nell’attimo e un’attenzione altrettanto totale verso l’altro è la scintilla che permette alle cose di accadere, un dialogo che può svilupparsi solo nella piena presenza. Questo vale nella musica, ma anche nella vita, restare in ascolto, saper cogliere le cose belle che ci sono sempre e trovare il modo di rispondere a esse. «Here and Now» è un album nato nella spontaneità, non c’è stata una scelta troppo razionale e, trattandosi di un progetto per sola voce e contrabbasso, l’ascolto doveva essere necessariamente totale.

Il repertorio di «Here and Now» attraversa alcune delle pagine più alte della storia del jazz. Come sono nati i brani, come li hai scelti e che tipo di relazione personale hai con questo tuo progetto?

Scelgo sempre brani che amo cantare, ma in questo caso la scelta si e’ orientata anche su brani che potessero funzionare bene nella formazione duo voce – contrabbasso,  essendo uno strumento che non produce “ accordi” come la chitarra o il pianoforte, ma produce una linea, quindi alcuni brani funzionano meglio di altri . Con Bob Nieske, che è un grandissimo musicista e compositore, il suo modo di accompagnare la voce è stato così orchestrale che quasi non sembrava di essere in duo.

In questo lavoro l’improvvisazione non è un elemento decorativo, ma una vera struttura portante. In che modo «Here and Now» rappresenta una sintesi del tuo percorso artistico e perché per te è importante che un disco continui a trasformarsi dal vivo?

Essendo un album di jazz sicuramente l’improvvisazione è uno degli elementi che più lo caratterizzano, è un album che rappresenta una parte di me, un grande amore per questa sonorità voce-contrabbasso. Infatti è il secondo album in questa formazione. Il primo è stato in duo con il contrabbassista Pietro Leveratto «Intimate  Conversation» (Abeat Records 2004). Penso che la ricerca di ogni musicista di jazz sia quella di suonare ogni sera qualcosa di diverso, di fare un assolo più bello e ricco del precedente. Si è sempre alla ricerca di una novità, che non sempre si trova. Per questo un progetto, un album, non viene mai suonato nello stesso modo, si arricchisce continuamente delle esperienze vissute. In genere, se diventa sempre uguale, io smetto di suonarlo, per me ha perso ispirazione. E ci si inventa qualcosa di nuovo.

Guardando al futuro, quali sono i tuoi prossimi obiettivi artistici? Hai un progetto che prima o poi vorresti far nascere?

Ci sono due progetti in cantiere. Il primo è un progetto itinerante sperimentale di ricerca sul canto di gola degli Inuit, il katajjaq, le cui registrazioni sono iniziate in Groenlandia e che dovrebbero proseguire, spero, nel 2026. Il secondo progetto più strettamente jazzistico  è il koete, che esplora nuove sonorità tra voce e fisarmonica, in duo con il fisarmonicista Natalino Marchetti, progetto che andrà in studio di registrazione a fine gennaio.

E, per chiudere, raccontaci qualcosa di te che non è emerso finora. Hai un sogno nel cassetto?

Mi piacerebbe duettare col percussionista indiano Trilok Gurtu.

Amalia Mancini

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