Il pianista statunitense sarà al fianco di Marilena Paradisi il 4 gennaio al teatro Il Cantiere di Roma.
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Come è nata la tua passione per il jazz e quando hai capito che non sarebbe stato solo un linguaggio musicale, ma una vera scelta di vita?
Le radici della musica jazz e la realtà del black gospel sono musicalmente e culturalmente connesse; perciò, in un certo senso, la mia prima passione per il jazz è nata dall’esperienza della musica che ho ascoltato nelle black (African-American) churches. Dopo la laurea al New England Conservatory of Music e dopo aver cominciato a lavorare come pianista, questa professione è diventata sempre più il mio modo di vivere, definendo i miei obiettivi personali e artistici.
Se dovessi definirti oggi come musicista, al di là delle etichette, come ti racconteresti? E quali sono gli stili, le tradizioni e le esperienze che senti davvero tue?
Mi descriverei come un esploratore paziente e curioso, concentrato sulle soluzioni piuttosto che sulle giustificazioni. Gli stili e le tradizioni che ritengo importanti da incorporare nella mia musica e nelle mie composizioni sono principalmente quelli delle culture pan-africane, che spesso si intrecciano con altri stili folkloristici internazionali e con la musica classica europea. Dalle tradizioni cubane dell’abakuá e del changüí, fino al neo-soul di Jill Scott e Lauryn Hill; sono tutte forti influenze per me. Per quanto riguarda le esperienze che alimentano la mia creatività, considero altrettanto importanti le lingue, il cibo, l’architettura, la moda, le conversazioni, l’umorismo, il cinema e i libri.
La tua formazione, dicevamo, affonda anche nel gospel e nella musica afroamericana; quanto c’è di spirituale nel tuo modo di suonare oggi, e quanto questo influisce sulle tue scelte artistiche?
Il black gospel e la musica afroamericana fanno parte dei miei anni formativi e continuano a essere la base da cui mi muovo verso altre categorie creative. Dal punto di vista spirituale, la musica mi connette e mi porta a pensare oltre me stesso, così profondamente che per me è sempre stato strano ascoltare musica senza muoversi, oscillare, esclamare o ballare. Al di là delle molte definizioni di ciò che può significare “spirituale”, cerco sempre di connettermi con le persone e di “muoverle” a sentire.
Nel tuo percorso hai collaborato con artisti di grandissimo livello, come Terri Lyne Carrington e musicisti legati alla scena di Roy Hargrove. Cosa ti hanno insegnato queste collaborazioni, musicalmente ed umanamente?
Suonare con Terri Lyne è una continua lezione di pensiero fuori dagli schemi, sul piano sociale, musicale e creativo. Lei, come altri artisti profondamente consapevoli, mi ha insegnato a rimanere ancorato alla mia creatività più autentica e alla mia filosofia di vita. Questo mi ha permesso di andare oltre me stesso e, insieme, più in profondità, dentro di me. Parlando di musicisti legati a Roy Hargrove, non vedo l’ora di suonare di nuovo con il bassista Ameen Saleem, è una presenza solida, piena di sentimento, e imparo sempre qualcosa di nuovo da lui. Per quanto riguarda Alexey Kabakov, ho sentito che è in gamba e sono certo che ci divertiremo molto l’8 gennaio all’Arciliuto.
Ci sono artisti con cui non hai ancora collaborato ma che senti profondamente affini? Chi sono e cosa immagini potrebbe nascere da un incontro con loro?
Come compositore, sarei felicissimo di avere l’opportunità di presentare nuove composizioni da camera con gli Imani Winds, così come nuovi lavori sinfonici con alcune delle principali orchestre del mondo. Vedo in queste collaborazioni la possibilità di spingere oltre i limiti di ciò che tradizionalmente ci si aspetta dalla musica da camera e sinfonica, anche rispetto ai luoghi in cui viene eseguita. Gli Imani Winds già stanno ridefinendo questi confini, ed è proprio questo che rende per me ancora più stimolante l’idea di collaborare con loro.
Il duo con Marilena Paridisi, con la quale duetterai il 4 gennaio al Teatro Cantiere di Roma, è un progetto molto intimo. Cosa ti ha insegnato il dialogo piano-voce?
Quest’anno è stato ricco di straordinarie collaborazioni in duo. Ho suonato con il pianista Tim Ray, la chitarrista Sheryl Bailey e ho registrato un album con il trombettista Jason Palmer che uscirà per SteepleChase Records nel 2026. Pianoforte e chitarra possono produrre più note contemporaneamente, quindi richiedono una grande attenzione all’equilibrio dello spazio sonoro, per evitare di sovrapporsi. Con la tromba o con la voce, invece, il dialogo è diverso, si lavora più sull’attesa e sull’interazione, ma il risultato può essere altrettanto coinvolgente. Con Marilena abbiamo già collaborato in passato e i nostri live sono stati estremamente stimolanti. La sua estensione vocale, lo spettro sonoro e il timbro sono molto ampi e impressionanti. Suonare con lei significa confrontarsi con un’artista che espande i confini tradizionali e contemporanei, spingendomi a fare lo stesso con il pianoforte. Esplorare territori inesplorati dello strumento significa anche esplorare nuovi territori di se stessi.

foto di Fabrizio Sodani
In contesti essenziali come il duo, il silenzio diventa parte della musica. Come lavori sullo spazio, sull’attesa e sull’improvvisazione?
Se una persona sceglie il silenzio e la creatività dello spazio ma l’altra no, allora non c’è silenzio né spazio creativo. Se entrambi li cercano, allora bisogna prepararsi. Immagino che per i grandi pittori la capacità di padroneggiare i colori, unita alla scelta consapevole di quando non usarli, possa rafforzare enormemente il messaggio artistico. Cerco di fare lo stesso con lo spazio, non solo nei duetti ma in tutti i contesti collaborativi. Thelonious Monk era un maestro assoluto di questo approccio.
Embers affronta temi sociali forti come razzismo, disuguaglianze e resistenza civile; credi che il jazz abbia ancora oggi una responsabilità etica e politica?
Non solo le forme d’arte, ma quasi ogni azione può portare con sé una responsabilità sociale. Dipende se si sceglie di attribuirla o meno al proprio lavoro, anche se talvolta è il pubblico a percepirla come tale. Con le stesse dodici note si può invitare a ballare o scatenare una rivolta. A volte suono per creare connessione e gioia, altre volte per affrontare l’ingiustizia. Come dice l’educatore messicano Cesar Cruz: «L’arte dovrebbe confortare i turbati e turbare coloro che sono a loro agio.». La musica è neutra, come il sale. Ma può diventare uno strumento di resistenza e consapevolezza. Da una prospettiva occidentale, il pianoforte dispone di dodici note, una certa combinazione ritmica di note e silenzi può invitare le persone a ballare. Una combinazione diversa di quelle stesse dodici note, basti pensare a Right of Spring di Stravinskij, può invece arrivare a provocare una rivolta. Spero che una parte delle mie composizioni porti sempre con sé una responsabilità etica e sociale.
In Embers parli di braci che continuano a bruciare sotto la superficie. Qual è la scintilla personale che ti spinge a comporre e a prendere posizione attraverso la musica?
La grande scrittrice Maya Angelou diceva: «Il costo della tua vita è già stato pagato». Dai genitori che conosco agli antenati che non ho mai incontrato, hanno resistito affinché io potessi resistere. E io continuo affinché altri possano farlo in futuro. Questa è una scintilla che mi alimenta continuamente.
Vitruvian Echoes. Come nasce questo progetto che presenterai ufficialmente l’8 gennaio a Roma, all’Arciliuto? Cosa rappresenta oggi per te?
Questo progetto nasce dalla mia ammirazione per Leonardo da Vinci, in particolare attraverso la lettura dei suoi taccuini, che mi hanno permesso di comprendere più a fondo il suo processo di pensiero. Ogni brano di Vitruvian Echoes è dedicato a opere e artisti che incarnano l’equilibrio tra il “confortare i turbati” e il “turbare i comodi”, un concetto che ritrovo anche nella proporzione dell’Uomo Vitruviano. Tra le fonti di ispirazione ci sono la celebre scrittrice Edna St. Vincent Millay con Conscientious Objector, i lavori di Artemisia Gentileschi con Susanna e i vecchioni, la fumettista Jackie Ormes con il personaggio Torchy Brown e Henry David Thoreau’s book con tanti dei passaggi di Walden. Li considero «echi» per la loro influenza persistente nel tempo, su di me e su chi ascolterà questa musica.
Con Vitruvian Echoes introduci il tema dell’equilibrio e della proporzione. Che rapporto c’è, per te, tra struttura e libertà nell’improvvisazione jazz?
Credo che la relazione tra struttura e libertà nasca da una tensione interiore nel comprendere davvero entrambe. Più cerco di comprendere una pianista come Mary Lou Williams, più riconosco la sua influenza su Thelonious Monk, che a partire da quella tradizione ha allungato e trasformato la struttura tipica dei pianisti stride come lei. E più mi avvicino a Monk, più emerge Bud Powell, che a sua volta, con la sua libertà filosofica, ha esteso ulteriormente la struttura di Monk e di molti suoi contemporanei. E così via. Non a caso Bill Evans e Herbie Hancock hanno spesso affermato che un pianista jazz deve comprendere Bud Powell per cogliere davvero l’importanza della struttura e del suo superamento attraverso la libertà. In tutti questi casi, ciò che inizialmente viene percepito come contemporaneo finisce per diventare tradizione. Il musicista che segue si confronta con quella struttura, ne ridefinisce i confini e, così facendo, conquista nuovi livelli di libertà e di padronanza. È importante però sottolineare che la libertà può essere esplorata in profondità sia all’interno dei parametri tradizionali della struttura sia all’interno di quelli della libertà stessa. In ogni caso, resta un territorio di esplorazione potenzialmente infinito.
Dopo una prima anteprima di Vitruvian Echoes al Regattabar, accompagnato da due maestri della scena jazz internazionale come Rufus Reid e Neal Smith, presenterai questo progetto a Roma con il bassista di rilievo internazionale Ameen Saleem e il talentuoso batterista emergente Alexey Kabakov. Che ruolo hanno i tuoi compagni di viaggio nel definire l’identità di questo progetto?
La considerazione principale è la fiducia. Mi fido di musicisti come Ameen Saleem e Alexey Kabakov perché sono abituati a dare vita alla musica ad altissimo livello. Come in una grande conversazione, non si sa esattamente dove porterà, ma si sa che sarà significativa. Questa è la bellezza della nostra professione.
Guardando al futuro, qual è il sogno che hai ancora nel cassetto?
Mi piacerebbe comporre brani dedicati alle esperienze culturali vissute nelle diverse città del mondo che ho avuto la possibilità di esplorare. Una composizione per ogni città, anche se sarebbe un progetto molto lungo. E poi c’è il sogno di diventare poliglotta, parlare due lingue europee, due asiatiche, due africane e due delle Americhe centrali e due del Sud, sarebbe davvero straordinario.
Amalia Mancini