Fra «Doors» e «Perspectives»: parla Michele Polga

In attesa del concerto al Bollate Jazz Meeting, tra «Doors» e «Perspectives» Michele Polga racconta due dischi che segnano una fase particolarmente ispirata del sassofonista veneto

- Advertisement -

Ciao Michele, grazie per aver accettato il nostro invito per questa intervista. Vorrei iniziare chiedendoti dei tuoi primi anni di formazione: quale è stato il tuo percorso, chi erano i tuoi maestri, con chi suonavi all’inizio?
Durante l’adolescenza ho deciso davvero di dedicarmi allo studio della musica. Da bambino, i miei genitori mi avevano avviato presto: in famiglia la musica era sempre presente. Mio padre suonava nella banda del paese, avevo uno zio acquisito di Milano che suonava la chitarra e il pianoforte, e anche uno dei fratelli di mio padre suonava le percussioni nella banda. In terza elementare mi iscrissero a una scuola di musica, dove ho studiato pianoforte per sei anni, fino alla terza media. Ero arrivato a un livello discreto, ma in quel periodo non mi appassionava più: preferivo il calcio e stare con gli amici. Così dissi che non volevo più studiare musica e smisi per un breve periodo.

Poi mio padre mi ha coinvolto nella banda del paese. Ho guardato quali strumenti fossero disponibili e, dopo varie prove, il sassofono mi è sembrato il più adatto: non è stato un colpo di fulmine, ma era quello che mi piaceva di più tra quelli della banda. Sapevo già leggere la musica, quindi si è trattato soprattutto di imparare l’emissione, la diteggiatura e la tecnica. Furono anni però in cui l’impegno era altalenante; per periodi andavo e altri lasciavo perdere. La musica che si suonava non mi appassionava molto.

In quarta superiore ho conosciuto dei musicisti che mi hanno fatto scoprire musica nuova e interessante. Ho pensato: “Quasi quasi voglio studiare musica sul serio.” Ho mollato il liceo e intrapreso gli studi classici: mi sono iscritto a sassofono al conservatorio di Bologna e ho portato avanti il mio percorso. Nel frattempo, entrando “di prepotenza” nel mondo della musica, ho avuto altri contatti che mi hanno fatto ascoltare la fusion e, poco alla volta, mi sono appassionato al jazz.

Prima di terminare gli studi classici (il vecchio ordinamento prevedeva sette anni), durante il sesto anno mi sono iscritto anche a una scuola di musica jazz diretta da Lilian Terry, a Bassano del Grappa, intitolata a Dizzy Gillespie. Lì ho incontrato la persona che mi ha davvero messo sulla strada giusta: Maurizio Caldura. Scomparso troppo prematuramente, oltre ad essere un ottimo musicista era anche un ottimo didatta.  Lui mi ha catapultato in un mondo che fino ad allora avevo solo intravisto. Ho frequentato quella scuola per un anno, seguendo lezioni con lui e facendo musica d’insieme. L’anno dopo, il settimo in conservatorio e quello del diploma classico, gli ho detto: “Quest’anno mi concentro di più sulla classica; continuo con te, ma un po’ più diradato.” E così è stato.

Due o tre anni dopo, quando Maurizio è venuto a mancare, sono approdato al Conservatorio di Trento. C’era un corso speciale di jazz, accessibile solo dopo il diploma classico: tre anni fantastici con Franco D’Andrea. Nel frattempo ho seguito le clinics estive organizzate da Veneto Jazz con la Manhattan School of Music, dove per due anni ho studiato con Dick Oatts, che per me resta un vero mentore. Ho frequentato anche i seminari di Siena Jazz, dove ho vinto una borsa di studio per l’IASJ (International association School of Jazz), l’associazione fondata da Dave Liebman: ogni anno organizza un meeting di 15–20 giorni in una delle scuole associate. L’anno in cui vinsi io ebbi la fortuna di farlo al Berklee di Boston. Anche quella è stata un’esperienza fondamentale.

Michele Polga

La mia formazione, più “scolastica”, è stata questa: conservatorio (prima classico e poi jazz) e varie masterclass estive, alcune grazie a borse di studio. Ma c’è stata anche una cosa per me decisiva: fin da subito ho cercato di suonare con musicisti più bravi di me. Amavo talmente questa musica che volevo davvero sentirla accadere: chiamare chi aveva più esperienza, più anni di palco, un bagaglio più consistente. Solo stare sul palco con loro è stata (e lo è ancora tutt’oggi perché è quello che cerco sempre di fare) una lezione enorme, con i relativi attacchi di panico e le vertigini delle prime volte, ma quella è stata la mia scuola più grande: avere la sfacciataggine (o il coraggio) di cercare sempre di suonare con persone più brave di me.

All’inizio suonavo con musicisti della zona — sono della provincia di Vicenza — e mi muovevo tra Vicenza, Venezia e Padova. Suonavo con Marcello Tonolo, con Paolo Birro, Marc Abrams, Enzo Carpentieri. Poi ho cercato di allargare la cerchia. Una tappa importante è stata l’esperienza con Fabrizio Bosso: prima in un quintetto a mio nome, poi quando mi ha chiamato per il suo progetto dedicato a Duke. Lì ho iniziato a suonare con musicisti che fanno base a Roma e mi sono reso conto che, senza parlare di “competizione”, l’offerta è ampia e il livello si alza: bisogna essere efficaci, non ci sono alternative.

Dopo dieci anni senza un disco a tuo nome, esce «Doors». Cosa ti ha spinto a tornare in studio proprio ora e con questo progetto?
Dieci anni senza incisioni a mio nome non sono facili da spiegare. Nella vita mi sono successe molte cose: ho cambiato casa tre volte (Bassano del Grappa, Asolo ed infine Padova), ho cercato di costruirmi, lo ammetto, una situazione economica più stabile. Da cinque anni ho un contratto a tempo indeterminato al Conservatorio di Padova, ma arrivarci ha richiesto impegno: ho accettato tutte le supplenze possibili. Questo mi ha inevitabilmente distolto non tanto dalla musica in sé, quanto da una ricerca personale più profonda. Continuavo a studiare e a esercitarmi, ma non con l’intensità degli anni da studente, quando il tempo aveva un’altra dimensione. Questi dieci anni sono stati quasi una pausa forzata. Musicalmente sono accadute cose belle, ma mancava sempre qualcosa che partisse davvero da me.

Ora che la mia situazione è più stabile e so di essere più tranquillo, ho ritrovato le energie per rimettermi lì, riprendere idee musicali annotate e mai sviluppate, e tornare in studio. Il 2025 è stato davvero un anno prolifico: ho registrato «Doors» a mio nome, ho partecipato a un paio di altri progetti come side-man, uno dei quali è un omaggio di Marcello Tonolo proprio a Maurizio Caldura, di cui sono uscite le registrazioni. È uscito un disco da co-leader con Lorenzo Conte, assieme a Pasquale Fiore e Dario Carnovale e con Enrico Pieranunzi, assieme con Mauro Beggio e Thomas Fonnesbaek, abbiamo fatto un paio di giri di concerti e registrato. L’album, intitolato «Perspectives» è appena stato pubblicato, sempre dalla RED Records.

Michele Polga Doors

In «Doors» ci sono idee che avevo abbozzato in questi dieci anni e che ho completato solo di recente. Mi sono anche reso conto però che l’impegno per l’insegnamento e per “ottenere il posto” mi aveva portato quasi ad abituarmi a non fare certe cose e così ad un certo punto mi sono detto: “Basta aspettare! Anche se non è esattamente come vorrei, vado in studio e registro.”

Con il quartetto prima del Covid avevamo già fatto qualche concerto: erano i musicisti giusti per dare voce all’idea musicale che avevo in mente. Ho organizzato una serie di concerti e poi, se tutto fosse andato come immaginavo, saremmo entrati in studio. E così è stato. Due o tre brani sono nuovi, mentre gli altri erano bozze che hanno preso forma nell’ultimo anno. Suonare con Alessandro, Gabriele e Bernardo — per musicalità e visione — mi dà grande fiducia: li considero musicisti eccellenti e sento con loro una forte affinità. Sapevo che non serviva chissà cosa per arrivare a un progetto con identità e senso. Venivamo da tre o quattro concerti consecutivi: siamo entrati in studio alle 11 e usciti alle 16. Qualche brano ha avuto due, forse tre takes, ma è stato tutto molto spontaneo.

Il titolo «Doors» suggerisce soglie, passaggi, possibilità. È un’apertura di una nuova porta?
Sì. Involontariamente, ma sì. Nei miei dischi ho sempre scelto come titolo quello di una traccia che, in quel momento, sentivo rappresentare più il mio periodo di vita che quello musicale. Doors è quasi un augurio: non tanto perché “voglio che succeda qualcosa” in particolare, ma che si aprano porte — nuove collaborazioni, nuove idee, nuove capacità di cogliere le occasioni.

Michele Polga Enrico Pieranunzi

Non c’è un motivo specifico. Anche nei dischi precedenti c’era spesso un brano con un assetto diverso del gruppo: nel primo, un piano solo; nel terzo, un brano in cui Paolo (Birro) suona e io mi limito a enunciare il tema, per variare le dinamiche e il suono complessivo. Nei giorni dei concerti antecedenti la registrazione qualche standard lo suonavamo, e Along Came Betty era entrato in scaletta. Ho sempre inciso musica mia, ma confrontarsi con brani di altri sassofonisti diventati standard è una prassi comune. Abbiamo deciso di farlo in duo, partendo subito dai soli e lasciando il tema alla fine.

Nella mia recensione ti ho definito un musician’s musician. Ti riconosci più nella stima dei colleghi che in quella degli addetti ai lavori e del pubblico? Come vivi questa percezione?

Quando l’ho letto mi sono commosso! È una domanda delicata. Avere la stima dei musicisti mi fa stare bene. Il jazz, almeno per me, è una musica che ti mette a nudo ed è altamente performativa: servono prestanza tecnica, suono, idee pertinenti, e qualsiasi interferenza mentale ostacola il flusso di questi elementi. Sapere di essere considerato un buon musicista dai colleghi alleggerisce molte paranoie. Io tendo sempre a pensare di non essere all’altezza; se però me lo dice qualcuno che stimo, allora è un piacere.

Dalle reazioni del pubblico a fine concerto mi sembra che chi viene ai concerti apprezzi la musica e il mio modo di suonare, e questo mi rende felice. Quanto agli organizzatori, senza presunzione credo di avere una buona considerazione con quelli con i quali c’è anche un rapporto di conoscenza. Ammetto però che mi piacerebbe suonare di più, essere più presente nel panorama nazionale, soprattutto in contesti importanti. Mi rendo però che, per svariati motivi, non è facile entrarci.

Dopo circa venticinque anni di carriera, è cambiato il “peso” di pubblicare un disco? Ha ancora senso in un mondo in cui il supporto fisico quasi non esiste?
Se pensi al music business, forse no. Ma se pensi alla musica, sì: ha sempre senso registrare, perché è la fotografia del momento che stai vivendo. Per me non è cambiato nulla — la voglia e le motivazioni sono le stesse del primo disco, e non hanno a che fare con le vendite. È vero che il mercato e le abitudini sono cambiati con la musica “liquida”: oggi l’attenzione spesso si concentra sul singolo brano. Se ti lasci guidare da queste dinamiche, rischi di spostare il focus sul “veicolare” più che sul “fare”. Io, invece, voglio fare musica.

C’è un disco che ti ha fatto innamorare del jazz? Lo ascolti ancora oggi?
Non so se ce ne sia uno solo. Quando ho iniziato a studiare alla scuola di Lilian Terry, Maurizio Caldura conosceva davvero il jazz e mi ha fatto scoprire dischi fondamentali. Da sassofonista, ovviamente: Sonny Rollins, John Coltrane, Hank Mobley… Poi Horace Silver, Art Blakey, Wayne Shorter. Ricordo il forte impatto al primo ascolto dei live del quartetto di Cedar Walton con Bob Berg.
Un momento di svolta chiaro, però, c’è stato. Conoscevo già Joe Henderson, ma non ero ancora riuscito ad apprezzarlo fino in fondo. In edicola usciva una collana Blue Note con CD allegato: quando ho sentito l’album The Sidewinder di Lee Morgan, c’era un sassofono che non riconoscevo e che mi ha fatto impazzire. Era Joe!!! Da lì ho iniziato ad ascoltarlo continuamente e ne ho preso una cotta che dura ancora oggi: ho cercato tutto ciò che aveva registrato.
Non so se nel mio suono si senta (e, sinceramente, non credo tutto sommato mi interessi), ma in quel momento ho capito un’estetica musicale e sonora che mi ha conquistato e mi ha fatto innamorare.

Michele Polga

C’è un ascolto – dentro o fuori dal jazz – che ha influenzato il tuo modo di suonare?
Qualsiasi cosa ti influenzi un po’ nella vita finisce inevitabilmente per influenzare anche il modo in cui suoni. Ho ascoltato molta musica classica, soprattutto pianismo solistico, e mi sono avvicinato alla musica minimale ed elettronica. Ho avuto una forte attrazione per Ryūichi Sakamoto e per le sue collaborazioni con Alva Noto, che per me sono dei veri capolavori. Per un bel periodo Sakamoto mi ha coinvolto profondamente. Ora sono attratto — forse anche perché da ragazzo mi piaceva la dance — dai progetti collaterali di jazzisti che collaborano con artisti della musica hip hop e con i suoi dintorni: Robert Glasper Experiment, Marquis Hill, Keyon Harrold per citarne alcuni. In generale, mi interessano territori trasversali, ma che restano comunque all’interno della Black American Music

C’è un musicista, italiano o internazionale, con cui faresti carte false per suonare dal vivo o in studio?
Ce ne sono tanti. La collaborazione con Enrico Pieranunzi è nata l’anno scorso e, ti giuro, ne sono davvero onorato e felicissimo. Due anni fa avevo suonato con lui in un suo progetto allargato, un omaggio a Duke Ellington e George Gershwin con una piccola band e orchestra classica. Il progetto in quartetto, che era nelle idee da tempo, si è concretizzato nel 2025: abbiamo fatto un primo giro di concerti a febbraio e alla fine del tour abbiamo registrato. Enrico è un musicista di caratura immensa e mi auguro che questa collaborazione possa continuare a lungo.
Come detto prima ci sono davvero molto musicisti con i quali mi piacerebbe suonare e citarli tutti sarebbe difficile, però amando molto il suono e la dimensione del quintetto mi piacerebbe moltissimo suonare con Enrico Rava.

E a livello internazionale: c’è qualcuno che stimi molto e che vedresti adatto alla tua musica?
Difficile citarne uno solo. Seguo con particolare attenzione ciò che accade oltre oceano, anche grazie a internet: New York, per mio gusto personale, resta il riferimento più importante per il jazz — lì succedono davvero molte cose. Tutti i musicisti di jazz passano da New York almeno per un periodo. Ce ne sono davvero tantissimi che mi piacciono, ma è impossibile citarli tutti. Con alcuni ho avuto la fortuna di suonare. Se dovessi pensare, però così per gioco, a dei musicisti per un quartetto d’oltreoceano forse ti direi Gerald Clayton o Kevin Hays al pianoforte, Ben Street o Harish Raghavan al basso e Kendrick Scott o Johnathan Blake alla batteria.

Guardando avanti, che “porte” vedi aprirsi dopo questo disco? Ci sono già nuove collaborazioni in cantiere?
È stato — dall’anno scorso a oggi — un periodo ricchissimo: belle esperienze, bei concerti, collaborazioni, incisioni. Come vuole la regola del gioco, dopo un pieno arriva sempre un momento più vuoto: adesso non ho molti concerti in vista, ma me lo sto godendo come un periodo di tranquillità, utile per rimettermi a studiare.
La speranza è quella di entrare sempre più nei circuiti di maggiore spessore, in festival con cartelloni importanti, anche a livello europeo: sarebbe fantastico, seppur non semplice. C’è anche una questione logistico/economica non banale, soprattutto quando bisogna spostare quattro persone fuori dall’Italia. Io però ci spero sempre: magari capita qualcosa di ancora più bello!

Michele Polga Enrico Pieranunzi Perspectives

Puoi parlarmi del tuo rapporto con l’etichetta Red Records? Come è nata l’opportunità per entrare a far parte di questa gloriosa label? Cosa significa entrare in un catalogo di così alta caratura?
La Red è sempre stata nei miei sogni e desideri. È un’etichetta fantastica che ha prodotto artisti di caratura mondiale e molti sassofonisti a me particolarmente cari. Sono davvero felice che il disco sia piaciuto a Marco Pennisi. È stata una grande soddisfazione anche la copertina, con quell’estetica un po’ Blue Note, grazie anche allo zampino di Roberto Cifarelli. Uscire per la Red e instaurare con Marco un rapporto sincero e diretto — in cui ci diciamo sempre quello che pensiamo e troviamo facilmente un accordo — è stata una vera gioia.

Con la Red avevo provato tante volte. Conosco Sergio Veschi e ha sempre espresso pareri positivi su di me, ma c’era sempre qualcosa nei miei quartetti che non lo convinceva del tutto. Inoltre, nell’ultima fase, la label si stava un po’ spegnendo e non era semplicissimo. Poi, un giorno, ho visto su Facebook un post su un disco di Gaspare Pasini e ho chiesto notizie: “Siete ripartiti? Ho un disco, mi piacerebbe fartelo sentire…”. Da lì Sergio mi passato il contatto di Marco: gli ho scritto, ho mandato i file, lui ha ascoltato, e così è nato tutto. Gioia pura.

Mi piacerebbe inserire un ringraziamento formale proprio a Marco. Tra l’altro, come accennato prima, produrrà anche il disco con Pieranunzi: uscirà a nome di tutti e quattro, senza un vero leader. I brani sono miei e di Enrico, tutti originali, ma è chiaro che il “peso” di Enrico si sente.
E poi: a Bollate Giordano Minora ha organizzato la nuova stagione di concerti, quest’anno dedicati alla Red Records. Il 30 marzo suoneremo lì.

 

 

 

 

 

- Advertisement -

Iscriviti alla nostra newsletter

Iscriviti subito alla nostra newsletter per ricevere le ultime notizie sul JAZZ internazionale

Autorizzo il trattamento dei miei dati personali (ai sensi dell'art. 7 del GDPR 2016/679 e della normativa nazionale vigente).

Articoli correlati

Enrico Pieranunzi «Improclassica»

«I am large, I contain multitudes» (Sono immenso, contengo moltitudini), cantava il poeta Walt Whitman, ripreso dal Bob Dylan del disco «Rough and Rowdy...

Musica Jazz di dicembre 2025 è in edicola

Musica Jazz di dicembre 2025 è in edicola: in copertina e protagonista del dossier è Jack DeJohnette, il CD di registrazioni storiche incise da John Coltrane fra il 56' e il 58', poi Enrico Pieranunzi, Gerry Hemingway, Pietro Paris, un focus sul Chicago Soul, i nuovi dischi di Franco D'Andrea e Maria Pia De Vito, un articolo su Patti Smith e molto altro ancora!

ENRICO PIERANUNZI «Improclassica» e LUIGI MARTINALE «Invisible Cities»

AUTORE Enrico Pieranunzi / Luigi Martinale TITOLO DEL DISCO «Improclassica» e «Invisible Cities» ETICHETTA Abeat ______________________________________________________________ Swing e sinfonica, opposti che si attraggono. L’incontro tra un gruppo jazz e una grande...