Dolomiti Ski Jazz, 6-15 marzo 2026, varie località delle Valli di Fiemme, Fassa e Cembra

di Giuseppe Segala

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Tra le funzioni preziose di un festival c’è senza dubbio l’impegno di seguire con cura artisti e musicisti che meritano considerazione e magari, come troppo spesso accade, subiscono un ingiusto oblio nel frastuono generale che circonda e inquina l’attenzione. Dolomiti Ski Jazz, giunto quest’anno alla sua trentesima edizione sotto la guida competente e appassionata di Enrico Tommasini, ha sempre serbato parte della propria programmazione a tale impegno, riproponendo alcuni musicisti e il loro lavoro in progress nel corso del tempo. In questa direzione si sono inquadrati i concerti della rassegna dolomitica ai quali abbiamo assistito quest’anno, che non hanno deluso le aspettative.

Pietro Tonolo con Giovanni Giorgi (foto di Christian Miorandi)

In primo luogo, ma senza l’intenzione di stilare una graduatoria di merito, vorremmo ricordare il concerto al Palafiemme di Cavalese di Alta Quota Quartet, che riuniva Pietro Tonolo al sax tenore, soprano e flauto, Paolo Birro al pianoforte, Caterina Crucitti al basso elettrico e voce, Giovanni Giorgi alla batteria. Il sassofonista veneziano è stato spesso ospite del festival coronato dalle pareti rocciose più illustri del mondo, dove proprio lo scorso anno aveva portato il pregnante lavoro Somewhere, insieme a Dario Deidda e Jorge Rossy. In questa occasione, sulla stessa traccia della precedente esperienza, nell’ottica in cui convergono passione e personalità, si attingeva ad altri autori di altissimo livello quali Billy Staryhorn, Joe Henderson, Thelonious Monk, Kenny Wheeler e Steve Lacy. La proposta del quartetto, che per la quantità e varietà di vette affrontate si poteva ben chiamare Alte Quote, al plurale, è entrata nei materiali con intelligenza, energia felpata ed estrema attenzione ai dettagli e alle alchimie.

Jeff Tain Watts (foto di Christian Miorandi)

Tonolo ha messo in evidenza le proprie doti di grande investigatore, sondando gli echi che intercorrono costantemente tra il monkiano Bright Mississippi e lo standard Sweet Georgia Brown, evocando gli schizzi metafisici di Lacy, vezzeggiando le screziate liriche di Strayhorn e di Wheeler (My Little Brown Book, For Jan), in un itinerario ben calibrato dall’apporto degli altri musicisti, tra i quali va senz’altro citata la finezza di Birro.

Logan Richardson (foto Christian Miorandi)

Pure il trio del sassofonista Logan Richardson ha riportato sulla scena di Dolomiti Ski Jazz un personaggio che passava per la terza volta dal festival e che nel panorama di oggi meriterebbe più attenzione. Insieme a Jeff “Tain” Watts alla batteria, maestro dello strumento, meraviglioso modellatore di spazi timbrici, tessitore di ragnatele poliritmiche, e ad un Riccardo Gola perfettamente sintonizzato con le dinamiche del trio, Richardson ha percorso con perizia spericolata un itinerario basato sulla propria concezione di jazz contemporaneo. Un’idea fortemente legata alle radici nere, intrisa di blues, ma pure di quelle astrazioni che, partendo da Ornette Coleman raggiungono l’altro Coleman, Steve. In questo caso, Richardson interpreta il lato più aperto, scardinato e fibroso di una musica che si libera dagli ostinati troppo geometrici, che lavora sugli incastri della metrica in modo leggero e sbarazzino. Anche il suo sax alto dritto ha toccato le vette di Monk, con un vorticoso, infervorato Evidence.

L’altro concerto che citiamo con piacere è quello del gruppo di Simone Alessandrini, Storytellers, anche in questo caso un ritorno al festival con stimoli nuovi. Nella versione in sestetto, ai sassofoni alto e soprano del leader si affiancano Antonello Sorrentino alla tromba e flicorno, Federico Pascucci al sax tenore e clarinetto turco, Giacomo Ancillotto alla chitarra elettrica, Riccardo Gambatesa alla batteria e Marco Zenini al basso. Quest’ultimo in sostituzione di Gola, impegnato appunto nel tour con Richardson. La formazione del sassofonista romano ha da poco festeggiato i dieci anni di attività, con tre album al proprio attivo. Criterio dichiarato della proposta è la volontà narrativa, che tocca vari tracciati e linguaggi, dalla musica popolare e di banda agli echi ellingtoniani, al rock e alle suggestioni del jazz contemporaneo. Una musica ben strutturata e coesa, sulla quale gli interventi solistici scorrono con spigliata vitalità.

Giuseppe Segala

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