Danilo Pérez Trio: spazi aperti

Nel nome (ma non solo) di Wayne Shorter

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Pistoia, Fortezza Santa Barbara

20 luglio

Sicuramente gli spettatori del concerto del trio di Danilo Pérez – evento inserito nella rassegna Spazi Aperti e patrocinato da Music Pool – avranno percepito lo spirito di Wayne Shorter aleggiare a tratti nell’aria. Non tanto per il repertorio proposto dal trio, quanto per la lunga militanza del pianista panamense e del contrabbassista John Patitucci nel quartetto diretto dal sassofonista e compositore recentemente scomparso. Un’esperienza liberatoria per i componenti (il quarto era il batterista Brian Blade), in quanto raccoglieva idealmente l’eredità del quintetto di Miles Davis – soprattutto per quanto riguarda la rottura di certi schemi ritmico-armonici e l’adozione di forme libere – e la calava in una dimensione pulsante, pullulante di invenzioni, in alcuni frangenti catartica.
Di tutto questo nel concerto pistoiese si è sentito ben poco. Tuttavia, questa affermazione non deve essere interpretata come una diminutio o, peggio, come un apprezzamento negativo. Con questo trio, completato dal batterista Adam Cruz, Pérez propone una musica composita che riunisce – e talvolta condensa – le influenze che hanno contribuito a formare la sua identità artistica. Prima di tutto, il retroterra latino-americano connaturato alle sue radici ed esplorato in un’altra ottica con la United Nations Orchestra di Dizzy Gillespie. Nel suo approccio pianistico si colgono tracce della poetica di Chick Corea per quanto riguarda i tratti più melodici, la Spanish Tinge e altri colori latini. Qua e là affiorano elementi riconducibili a Herbie Hancock, per quanto attiene invece all’esplorazione degli impianti modali. Da Shorter Pérez ha ereditato la predilezione per certe intricate progressioni armoniche e per la costruzione di lunghe e multiformi sequenze senza soluzione di continuità. Molto acuta l’interpretazione da parte del trio di Witch Hunt, brano di Shorter desunto da un album storico come «Speak No Evil»: le cellule del tema, dal respiro arcano, vengono centellinate e distillate in un clima ritmico sospeso.

Eventuali divagazioni o deviazioni da questa linea non risultano sgradite. È il caso di una breve improvvisazione sul tema di C’era una volta in America di Morricone, o di una ‘Round Midnight giocata in punta di piedi, punteggiata di sottili dinamiche e preceduta da un’introduzione di solo piano, in cui Pérez riesce a interpolare alcuni brandelli della melodia di Estate con le cellule del tema di Thelonious Monk.

La gamma timbrica è arricchita dall’impiego funzionale e disinvolto di una tastiera Yamaha MX49, che – oltre a fungere da sintetizzatore vero e proprio – riproduce anche il suono del Fender Rhodes. Sempre in quest’ottica, al contrabbasso Patitucci affianca con efficaci risultati il basso elettrico. Come sua abitudine, utilizza uno Yamaha a sei corde, sul quale si produce in molteplici invenzioni melodiche alimentate dalla consueta capacità di interazione. Sotto questi aspetti, non si smentisce neanche con lo strumento acustico, in virtù della propensione al dialogo e dell’abilità di riempire gli spazi disponibili, sostenute da un fraseggio plasticamente articolato e da una cavata possente.

Per parte sua, Cruz si dimostra pronto a recepire i segnali trasmessi dai colleghi, appropriarsene e rilanciarli con un drumming mai invadente, anzi, decisamente essenziale. Cruz e Patitucci rappresentano l’equilibrio tra due gruppi di Pérez. Il batterista fa parte del trio in cui figura il contrabbassista Ben Street; Patitucci è stato co-protagonista, con Brian Blade alla batteria, di quello che nel 2015 ha realizzato «Children Of The Light». Per parafrasare il titolo della rassegna pistoiese, il trio sembra proprio rappresentare per Pérez uno spazio aperto.
Enzo Boddi

Foto di Marco Vagnetti