Da qualche parte, prima. «Somewhere Before» (1968) è, per chi ha buona memoria, uno dei primissimi album di un poco più che ventenne Keith Jarrett, in trio con Paul Motian e Charlie Haden. Quel titolo, un invito alla vaghezza e alla ricerca insieme, è uno dei modi possibili per avvicinarsi all’ultimo lavoro di un altro titano come Bill Frisell che, giusto prima di soffiare settantacinque candeline, esce con «In My Dreams» (Blue Note). Il disco di Jarrett è una possibile prospettiva sia per ragioni aneddotiche sia perché, ad aprirlo, era la rilettura di un brano di Bob Dylan, My Back Pages.
L’aneddoto (raccontato in più occasioni, ma recentemente discusso a fondo in un’intervista fatta a Frisell da Ethan Iverson) vuole che il direttore musicale dell’orchestra scolastica avesse dato da imparare al chitarrista Bumpin’ on Sunset di Wes Montgomery che per il ragazzo, al tempo incantato da Jimi Hendrix, aveva costituito la porta d’accesso al jazz. Scoperto, con una certa soddisfazione, che il brano aveva un solo accordo, ma stralunato dalle sonorità, Bill andò da Woolworth, un famoso negozio di dischi a basso costo, a prendere qualche altro album del chitarrista di Indianapolis. Poi comprò con largo anticipo un biglietto per il festival di Newport del 1968, dove in cartellone era presente Wes, che però morì due mesi prima; così si dovette «accontentare» di un pianista strambo, Thelonious Monk, al quale la platea non risparmiò un’interminabile seria di boo. Non certo quello di Frisell, che, diventato vorace di jazz, andò a sbattere nella musica di Charles Lloyd, guarda caso proprio in tour in quelle settimane col suo quartetto, il cui pianista era un ragazzotto di 23 anni, Keith Jarrett. Bill viene rapito da quella strepitosa miniera di immaginazione e corre a comprarsi «Somewhere Before», primo album live – che se ne sappia – di un trio jarrettiano. L’album, dicevamo. si apre con la cover di quel brano di Dylan e di lì in poi Bill Frisell iniziò a praticare, prima di ogni teoria, la connessione luminosa che da Aaron Copland passa per le radici del folk (Guthrie, Dylan) e del blues-rock e arriva al jazz. È una specie di quelli che i fisici chiamano «sistemi chiusi»: organizzazioni in cui l’energia circola e trova sempre nuove forme di aggregazione, senza dispersioni. Non sorprende quindi che, solo per restare agli ultimi album a trazione Blue Note, abbia potuto pubblicare «Four» nel 2022 (con Gerald Clayton, Gregory Tardy e Johnathan Blake), il multiplo «Orchestras» nel 2024 e, giusto oggi, questo incantevole «In My Dreams», stavolta in compagnia di un trio d’archi (Eyvind Kang, viola; Hank Roberts, violoncello; Jenny Scheinman, violino) e della rodatissima sezione ritmica di Thomas Morgan al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria. Pur cambiando la natura della formazione, quell’energia che ha impresso Frisell al suo percorso professionale resta completamente integra, inalterata.
È un’energia legata – anche – a una dimensione di trasognata vaghezza, ben disposta all’ignoto, che può assumere il nome dell’album di Jarrett o la tridimensionalità onirica di quest’ultima uscita. Anche «In My Dreams» è fondati su un altrove lontano, un sogno in qualche modo premonitore tra monaci, colori e rivelazioni, come Frisell sta giusto per raccontarci.
Tanta è la forza evocativa di ognuno dei dodici brani dell’album, che si addipanano in una sontuosa versione in doppio vinile, che parrebbe di trovarsi di fronte alla colonna sonora di una saga cinematografica, però senza le immagini. Musiche per film mai girati o sonorizzati (come azzardò tempo fa Marc Ribot col suo «Silent Movies») eppure motrici di fantasie. Il valore aggiunto è dato anche dalla particolare produzione con la quale l’album è stato costruito: inciso in diverse sedute dal vivo, è stato curiosamente «manipolato» con aggiunte, sottrazioni e riarrangiamenti in studio da un geniaccio dell’ingegneria musicale come Adam Muñoz che, insieme a Frisell e all’immancabile Lee Townsend, ha contribuito all’ibridazione di due ambienti tanto differenti.
Il somewhere before è raccontato anche nelle note di copertina: una poesia minimalista dello stesso Frisell, giocata sulla polisemia tra le parole place e space, che, se fosse pensabile, sembrerebbero uscite dalla penna di Dino Campana. Certo è che la giustezza di tempo e spazio ha molto a che vedere con la musica di Bill Frisell: e da questi due aspetti partiamo.

Bill Frisell, bentornato su Musica Jazz. Proviamo a partire dalla coda, per una volta: le sue note di copertina. Come mai la scelta di una poesia sugli spazi e sui luoghi?
Grazie! Devo dire che non pensavo di dover rispondere a questa domanda: vediamo come spiegarlo. Credo di aver scritto quelle parole durante qualche viaggio, e non erano destinate a esser lette; stavo ragionando sulla musica e su quanto la sua natura più profonda sia quella di creare uno spazio e un luogo dove le cose possano accadere, un posto in cui ci sentiamo sicuri e di cui ci fidiamo. Quella è l’unica condizione in cui consentire alla musica di nascere, restando senza preoccupazioni sovrastrutturali. C’è una componente che ricorre in tutta la mia vita ed è, come dire, l’urgenza di fare musica, che spesso si scontra con la necessità di dover aspettare. Una specie di «panico» che mi dice: devi suonare, di più e di più, devi suonare! Con il passare degli anni, forse invecchiando, cerco di controllare di più questa urgenza: saper aspettare e cogliere l’attimo migliore per esserci, trovare il momento giusto. Mi piace, al proposito, ricordare uno dei miei grandi eroi, un mio insegnante senza tempo: Wayne Shorter; quando lo vedevi suonare, ti sembrava non stesse facendo altro, ma appena lo guardavi negli occhi era incredibile vedere come perlustrasse a fondo tutto ciò che era intorno a lui e calibrava esattamente il momento in cui iniziare a suonare o interrompersi. Lo faceva ogni volta e ogni volta era una specie di bam! Il momento perfetto.
Restiamo sul «tempo», cosa significa per lei?
Posso dire che sto invecchiando ed è una cosa che non mi piace affatto. Mi spiego: è come se non capissi tutto quello che è successo, una specie di mistero legato al funzionamento di un orologio. Alle volte mi sembra quasi di sognare, credo di restare immobile e poi eccomi di colpo davanti al futuro; è tutto molto liquido, si allunga, si comprime, ha una estensione incommensurabile. Credo che nella musica accada qualcosa del genere… È molto difficile da spiegare a parole; quando sono concentrato, nel bel mezzo dell’espressione arriva una sensazione per cui il tempo rallenta o diventa più veloce in modo non meccanicistico. Un secondo può sembrare lungo come una settimana o un’ora durare un secondo…
È una situazione un po’ da Kafka.
Esatto! Infatti, confesso che ho sempre bisogno di avere un orologio sul palco, ne ho uno piccolino che mi dice se, alle volte, sto suonando ininterrottamente da un’ora… In certe situazioni resto esterrefatto perché mi sembra di aver appena iniziato; quindi mi tocca usarlo, altrimenti gli organizzatori mi contestano le durate…
Credo che il pubblico contesterebbe gli organizzatori, ma capisco. Entrando più nel dettaglio di questo album, ci sono brani di grande evocazione come Curtis, che immagino sia dedicato a qualcuno.
Sì, in effetti è dedicato a Curtis Fowlkes, lo straordinario trombonista scomparso due anni fa con il quale ho suonato per un lungo tratto di vita [su «Quartet», 1996; «This Land», 1994; «Blue Dreams», 2001; «Unspeakable», 2004]. Ho avuto per molto tempo un quartetto in cui c’erano lui, Eyvind Kang e Ron Miles, ed è stato un momento molto bello, sia musicalmente che a livello personale.
Tutti i musicisti di «In My Dreams» sono vecchi compagni di viaggio
Certamente, e infatti l’interazione ha funzionato alla meraviglia; con Eyvind, Jenny e Hank suoniamo praticamente da sempre e già da un po’ si sono aggiunti Rudy e Thomas, ma non si erano mai ritrovati tutti assieme in un progetto. È sempre capitato di incrociarsi in altri contesti, con gruppi più piccoli. Per me è stato un lavoro particolarmente motivante, specie nell’arrangiamento degli archi.

Nel brano di apertura, Trapped in the Sky, non c’è la chitarra ma un duo per archi che suona insieme «classico», per l’uso del contrappunto, e «moderno», per alcune dissonanze. Come è stato lavorare sul fronte compositivo?
Non è che abbia lavorato di più sulla composizione, si tratta sempre di un procedimento, di qualcosa che si evolve. Non ho la smania di scrivere a tutti i costi, anche se mi piace; qui il «lusso» è dato dal fatto di avere questi splendidi musicisti che, oltre a essere amici, capiscono esattamente cosa suonare e cosa ho in mente. Qualunque musica io possa sottoporre, riescono a sorprendermi portando un valore aggiunto, nulla che fosse stato predeterminato o inchiodato a una fissità. Il brano che hai citato è qualcosa di molto semplice, sono due linee melodiche che si inseguono e sono gli esecutori a scegliere se suonare su un registro alto o basso, cambiano di continuo; nonostante abbiano davanti la stessa partitura, riescono soprattutto a «vedere» la musica e a compiere delle scelte su di essa e questo infonde lo spirito vitale ai suoni.
Questa capacità di «vedere» la musica sembra una caratteristica centrale dell’album; molti brani hanno un andamento incerto, cambiano di continuo da tonalità maggiore a minore, diminuiti, aumentati, lascia l’ascoltatore in una sorta di stupore e di attesa
Grazie, è un bel complimento; credo che sia il prodotto di suonare da tanti anni insieme e di fidarsi. Sono in qualche modo allergico a una musica predeterminata, in cui si sa cosa sta per accadere, e tento di evitarla. Mi piace che resti un margine ampio di incertezza, perché le cose migliori accadono quando si è disposti allo spiazzamento; è un modo per lasciare la comfort zone e vedere cosa accade: alcune volte l’operazione riesce e altre meno, ma bisogna correre il rischio, altrimenti non succede mai nulla.
Un grande maestro di scrittura e di strade impervie è stato Duke Ellington. «In My Dreams» contiene una rilettura molto bella della sua Isfahan, scritta da Billy Strayhorn, e registrata per celebrare il tour in Medio Oriente dell’orchestra… È un brano semplice e complicato, credo.
Com’è vero! Mi sono avvicinato a Billy Strayhorn dopo tantissimo tempo, ci ho pensato e ripensato, solo negli ultimi anni ho iniziato a suonare in modo più credibile la sua musica, penso ad alcune canzoni come Lush Life. Ci ho provato continuamente nel corso degli anni, credimi, imparare a suonarlo non è affatto banale, perché c’è moltissimo nelle sue composizioni. La stessa Isfahan nell’album ha delle armonie incredibili, una grandissima ricchezza melodica ed è insieme «senza tempo» e modernissima. Ci sono elementi sorprendenti, lo stesso movimento della melodia su alcuni accordi non è facile… Per l’arrangiamento in questo disco non ho fatto altro che trascrivere per gli archi l’originale arrangiamento per fiati, nel punto in cui in sottofondo colorano l’andamento del pezzo. Alcune volte l’abbiamo suonata in trio con Thomas e Rudy, ma qua l’effetto è completamente diverso ed è proprio come l’avevamo immaginato.

Anche con Thomas Morgan avete una lunga frequentazione: di recente lei ha suonato nel suo album da leader, «Around You Is a Forest». Avete una continuità di pensiero sorprendente, una creatura mitologica con un solo, gigantesco chitarrone e la stessa testa…
È un ottimo modo di rappresentarci, perché è esattamente come ci sentiamo. Una connessione rara è quella che ci lega, alcune volte (anzi spesso) mi capita di suonare una nota, pensare a una frase e lui è già lì con me, come se mi avesse letto nel pensiero (e viceversa). Questo legame è nato da subito: la prima volta che abbiamo suonato insieme, è scattato qualcosa dentro di me che mi diceva che avevo bisogno di lui per esprimermi; è accaduto per la realizzazione di un album di Paul Motian, «The Windmills of Your Mind» (2011), dove sapevo esserci Thomas oltre a Petra Haden. Mi sono detto subito: OK, devo continuare a suonare con questo ragazzo.
Ricordo quel disco di Motian e al riguardo mi viene in mente che quarant’anni fa registraste insieme a Kenny Wheeler un disco molto bello, «Rambler», dove c’è When We Go, un brano che ha riproposto anche in «In My Dreams». Che tipo di viaggio è stato andare a recuperare un brano di tanto tempo fa per un album di oggi?
Diventando più vecchio, mi capita di voltarmi indietro e trovare qualcosa scritta tanto tempo prima e questa è una delle cose positive, credo, del passare degli anni… Riuscire a maneggiare materiale che, quando scrissi, non avrei mai immaginato di riconsiderare. Oggi, chiaramente, ho molta più esperienza, la vita ha avuto il suo corso, la sensazione è abbastanza strana: sembra quasi di prendere un vecchio standard, come se fosse, visto che ne abbiamo parlato, Isfahan o altri brani di Strayhorn. Ho la fortuna di poter tornare indietro e trovare nuovi spunti in molti dei miei brani; mi stupisco e mi dico: Diamine, non ricordavo che ci fosse questa cosa! Trovo nuove direzioni da dare a quelle composizioni del passato… In particolare, era tantissimo tempo che non pensavo a When We Go e ho provato a proporla al gruppo. C’erano tante armonie che non mi ricordavo di aver composto e la freschezza del risultato deriva dal fatto che nessuno di loro lo conoscesse o lo avesse mai suonato prima.
Penso che neanche lei l’abbia suonato dal vivo in tempi recenti.
È probabile, è passato talmente tanto tempo che neanche me lo ricordo più. Certo non negli ultimi decenni.
A questo punto devo chiederlo, ma la storia del sogno con i monaci che ha dato il nome all’album è vera?
Verissima! Mi trovavo in una libreria circondato da migliaia di volumi e oggetti antichi, con al centro un tavolo, intorno al quale sedevano queste figure che sembravano monaci. All’inizio sembravano spaventosi, ma poi si rivelavano caldi e accoglienti. Mi dicevano: «Vogliamo mostrarti le cose per la loro vera natura e così anche i colori». Aprivano questa specie di scatola e mi facevano vedere il colore rosso ed era il più bello e intenso che io avessi mai visto. Poi mi hanno detto: «Sappiamo che sei un musicista e allora vogliamo farti sentire come suona davvero la musica» e da lì si è aperto una specie di vortice da cui è uscito il più incredibile suono che avessi mai udito. Era una specie di nitidissimo e cristallino rimescolamento di Nino Rota, Monk, Rollins, Segovia, Hendrix… E poi mi sono svegliato. Ma è stato un trip incredibile, se ci ripenso ancora oggi.
E il titolo dell’album?
È come se volessi in qualche modo recuperare la bellezza di quel suono così ricco e così distinto con una formazione come questa, che ha molti colori diversi. Tirare fuori una musica che sapesse di verità e che colpisse come aveva colpito me quella del sogno …
E il rosso ha capito perché?
No, quello ancora no …
Ne ha mai parlato con il suo produttore Lee Townsend, che nella vita fa anche lo psicoterapeuta?
No, hai ragione, devo assolutamente farlo! (ride, ndr)
A parte gli scherzi, questo disco consolida il suo rapporto con Don Was e la Blue Note, oltre alla produzione, ma ha un valore aggiunto, perché avete fatto un editing in studio dei live, con altre sezioni aggiunte.
Sono sempre felice quando si tratta di lavorare con Blue Note e con Lee ci conosciamo ormai da talmente tanti anni che non abbiamo segreti, collaborare è facilissimo. Invece sull’ibridazione di live e studio hai ragione, è qualcosa che non avevo mai fatto. È nato da un’esigenza pratica, perché i brani vengono da tre live in tre differenti contesti, ovvero New Haven nel Connecticut, Brooklyn e Denver. Dopo un ascolto attento, abbiamo deciso di prendere una parte di melodia da un concerto e una seconda parte da un altro, rendere omogenei i suoni delle diverse hall e il lavoro di engineering che ha fatto Adam Muñoz è stato semplicemente incredibile. Sembrava una magia vederlo spostare e riassemblare le parti con tanta facilità e intuizione rispetto all’idea di partenza. Sì, devo dire di essere molto contento del risultato, senza dubbio.
Nell’album, non mi sorprende, ci sono anche due traditionals, Hard Times e Home on the Range, pieni di straordinaria bellezza e malinconia. Quando suona quella musica, c’è una specie di America ideale che sogna e che la trasporta in un passato migliore?
Immagino che stiamo per parlare dell’America di oggi, ma forse è meglio soprassedere… È un casino. Ma, al di là dell’attualità, è vero quello che dici: la musica mi dà sempre speranza, è un esempio virtuoso di come le cose potrebbero funzionare meglio. Quando suono è come se tutto, di colpo, avesse senso, c’è l’armonia che consente di ascoltarsi a vicenda con rispetto ed è una sensazione bella. È normale domandarsi: come mai non è possibile agire nello stesso modo negli altri campi? La musica per me resta sempre una grande lezione sul come mettersi in rapporto con gli altri, e questo mi porta ad avere ancora speranza.

Quasi di rito: c’è qualcosa che ancora è curioso di imparare dal suo strumento?Quello sempre!
Anche il flamenco?
No, non esattamente… In realtà non è che pensi mai a uno stile, ma ogni volta che prendo la chitarra in mano (sfodera subito una Telecaster super-customizzata alla sua destra, ndr) mi sento un principiante che deve iniziare a capire qualcosa. Non parto mai con un programma specifico, tipo: ora faccio questa cosa. Inizio a suonare ed è come se fosse lo strumento a farmi domande e io provo a dare le mie risposte migliori.
E litiga mai con la chitarra?
No, e per un semplice motivo: ha sempre ragione lei! Non mente, ti dice la verità e ti suggerisce cosa devi migliorare o su cosa devi lavorare ancora molto, è una specie di specchio, non la puoi prendere in giro.
Ma quando è finalmente a casa, solo, ascolta musica o preferisce il silenzio?
Più passa il tempo, più trovo una grande ricchezza nel silenzio. Continuo certamente a pensare alla musica, ma non ascolto più così tanto come facevo in passato. Apprezzo di più i momenti di quiete, una tregua che prendo anche da me stesso. Sono un gran camminatore, mi piace fare lunghe passeggiate appena posso; cammino e iniziano ad arrivarmi in testa alcune melodie, e questo mi conferma l’idea che servono spazi per lasciare che le cose accadano, come dicevamo all’inizio. Non posso ascoltare tutte le novità che escono oggi, non più, anche se sarebbe proprio una necessità, un qualcosa di intenso, per verificare cosa accade in giro per il mondo.
Grazie e buon compleanno, Maestro!
Grazie a Musica Jazz e alle tante persone che ascoltano la mia musica. Ci vediamo presto in Italia, spero in estate.