Il titolo programmatico del festival di quest’anno era Set the Pace: l’intenzione di Lovano era quella di “dettare il passo”, costruendo un cartellone capace non solo di incidere sul presente ma anche di indicare nuove direzioni per la musica di domani. Come da tradizione, una proposta molto eterogenea di concerti offre uno spaccato della scena jazzistica contemporanea che pochi altri festival in Italia riescono a restituire con altrettanta efficacia.
Il prologo si è svolto giovedì 20 marzo, presso l’Aula Picta del Museo Diocesano, situato alle spalle del Duomo cittadino, con il concerto per piano solo di Wayne Horvitz. Pur non trattandosi di una prima assoluta, si è comunque configurato come un evento piuttosto raro. Infatti, sebbene previsto nei prossimi mesi e nonostante una carriera cinquantennale, al momento non esiste ancora alcun album per piano solo firmato da Horvitz. Come lui stesso ha avuto modo di raccontarci, si tratta di un’idea maturata piuttosto recentemente. In passato si era già saltuariamente cimentato con questa formula, ma negli ultimi tempi il progetto ha assunto una forma sempre più strutturata e definita.

Non si è trattato di un’esibizione totalmente improvvisata: oltre ai due brani in omaggio a Carla Bley e Cecil Taylor, Horvitz ha attinto a una serie di materiali prestabiliti, utilizzati come base di partenza per le sue escursioni improvvisative. Il risultato è stato un’ora di musica sospesa e dal forte carattere cinematografico, con trame sonore che richiamavano i piano solo di Ran Blake e Paul Bley, il tutto filtrato attraverso il suo personale bagaglio culturale. In questo senso, i passaggi con effetti elettronici si sono rivelati gli elementi più distintivi e riconoscibili del concerto, rimandando idealmente agli album che hanno definito fin da subito l’estetica della musica di Horvitz, come «Dinner at Eight» o «The President». La musica sembrava prestarsi a una colonna sonora per un noir distopico: il tono è stato riflessivo, carico di tensione e pathos.
Nel complesso, un progetto ancora in divenire ma già capace di suggerire sviluppi interessanti, soprattutto se messo in relazione con il più ampio percorso artistico del musicista.
Il tempo di un breve pasto al Circolino della Città Alta, altro luogo festivaliero, e ci siamo poi spostati al Teatro Sociale per assistere al doppio set del trio di Franco D’Andrea e del quartetto di Melissa Aldana.
Franco D’Andrea non ha certo bisogno di presentazioni e l’esibizione al Sociale ne è stata un’ulteriore conferma. La formazione era quella di «Live», uscito per Parco della Musica, con Gabriele Evangelista al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria. Avevamo già avuto modo di incontrare D’Andrea per approfondire questo progetto e le buone impressioni emerse all’ascolto del disco sono state pienamente confermate dal vivo. Si tratta di un trio ormai perfettamente rodato, in cui la chimica tra i musicisti risulta evidente. Il pianismo gentile e raffinato di D’Andrea attinge in larga parte al repertorio degli standard, seguendo un processo chiaro: ripartire dalla prima incisione di ogni brano, utilizzandola come base per una personale reinterpretazione. Un’altra peculiarità del gruppo è la grande attenzione alla dinamica dell’ensemble. Il tocco delicato di D’Andrea potrebbe essere facilmente oscurato da una sezione ritmica troppo invadente, ma sia Evangelista sia, in particolare, Gatto hanno saputo mantenere il giusto equilibrio, fornendo impulso e direzione senza mai sovrastare la voce del leader.


L’esibizione del Bergamo Jazz Festival ha così confermato un trio di grande classe e perfettamente centrato: una delle formazioni più solide e convincenti dell’attuale panorama del jazz italiano.
Discorso diverso per il quartetto di Melissa Aldana. La sassofonista di origini cilene è in rampa di lancio da oltre un decennio e ha recentemente pubblicato per Blue Note il suo terzo album, «Filin», dedicato all’omonimo genere musicale cubano. Negli Stati Uniti è considerata una delle voci più promettenti del nuovo jazz, ma l’esibizione di Bergamo non è apparsa all’altezza delle aspettative. Il riferimento più evidente è quello del quartetto di Wayne Shorter, ma nel complesso sia il concerto sia gli interventi solistici sono risultati piuttosto uniformi. Il fraseggio di Aldana è rilassato e predilige traiettorie sghembe, ma anche nei brani più esplicitamente legati al filin è mancata quella spinta ritmica che caratterizza il genere.

Le stesse note di presentazione mettevano in guardia il pubblico: la musica di Aldana non è di immediata fruizione, e in questa occasione si è rivelato difficile stabilire un legame emotivo profondo.
Resta tuttavia la sensazione di trovarsi di fronte a un’artista dotata di una voce riconoscibile e di un suono personale, qualità che lasciano intravedere ancora margini di sviluppo futuri.