Ben Wendel stupisce al Blue Note di Milano con il suo BaRcoDe

Il forte sassofonista canadese ha portato al Blue Note il suo ultimo lavoro discografico, suggellando un nuovo capitolo della sua carriera

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Ben Wendel non è certo un nome nuovo fra gli appassionati. Cinquant’anni appena compiuti e più di venticinque trascorsi nella Grande Mela, dove si è imposto fra i sassofonisti più brillanti della sua generazione. Sideman in numerosi progetti ma soprattutto leader di valore, a partire dal gruppo Kneebody (attivo dal 2001) con Nate Wood, Adam Benjamin e Shane Endsley. Un altro capitolo significativo della sua carriera è rappresentato dal sodalizio con l’etichetta Edition Records, con la quale ha inciso quattro album, sia con il proprio quartetto (completato da Gerald Clayton, Linda May Han Oh e Obed Calvaire), sia con questo nuovo e stimolante ensemble.

Ben Wendel «BaRcoDe» (Edition Records)
Ben Wendel «BaRcoDe» (Edition Records)

Il progetto BaRcoDe nasce infatti da una commissione della Jazz Gallery di New York nel 2024, e si configura fin da subito come un laboratorio timbrico e compositivo: un quintetto senza sezione ritmica tradizionale, in cui il ruolo armonico, ritmico e persino “orchestrale” viene affidato interamente a quattro vibrafonisti. Più che un semplice ensemble, si tratta di un vero e proprio sistema modulare di suoni, costruito attorno all’idea di stratificazione, incastro e trasformazione del materiale musicale, da cui anche il gioco grafico del titolo.

Al Blue Note di Milano la formazione era completata da Joel Ross, Patricia Brennan, Simon Moullier e Warren Wolf, quest’ultimo subentrato a Juan Diego Villalobos rispetto alla formazione del disco. Wendel aveva già mostrato in passato un interesse per organici non convenzionali, ma qui la sfida si spinge oltre: inserire la voce del sassofono all’interno di una trama così densa e percussiva, evitando la semplice sovrapposizione, significa ripensare radicalmente il rapporto fra solisti e accompagnatori.

Ben Wendel BaRcoDe
Ben Wendel BaRcoDe

Dal vivo, ancora più che su disco, il progetto si è rivelato estremamente efficace. Il repertorio prevedeva una serie di composizioni originali costruite spesso su cellule ritmiche iterate e su architetture aperte all’improvvisazione collettiva, oltre a un riuscito arrangiamento di Olhá Maria di Chico Buarque, riletto attraverso un’ampia tavolozza timbrica. I quattro vibrafonisti avevano infatti a disposizione una vasta gamma di strumenti a tastiera percussiva (vibrafono, marimba, balafon cromatico) oltre a elettronica e piccole percussioni, elementi che contribuivano a espandere ulteriormente lo spettro sonoro.

Il livello musicale è stato eccellente dall’inizio alla fine, con tutti e cinque i musicisti visibilmente coinvolti in un dialogo continuo, quasi cameristico, ma al tempo stesso attraversato da una forte energia ritmica. Ognuno dei vibrafonisti ha portato una cifra ben riconoscibile: la potenza e il controllo dinamico di Warren Wolf, la raffinatezza lirica di Joel Ross, le articolate escursioni improvvisative di Patricia Brennan e la solidità strutturale di Simon Moullier sono diventati elementi chiave nella costruzione del suono collettivo.

In questo contesto Ben Wendel è riuscito a esprimere il meglio di sé, muovendosi con intelligenza all’interno di un tessuto sonoro così peculiare: i suoi assoli, sempre freschi e cangianti, evitano qualsiasi forma di manierismo e si inseriscono con naturalezza nelle geometrie del gruppo, talvolta emergendo, talvolta fondendosi nel flusso. Con BaRcoDe, Wendel riafferma la propria statura di sassofonista e compositore, firmando uno dei progetti più originali e interessanti apparsi fin qui nel 2026.

Ben Wendel BaRcoDe
Ben Wendel BaRcoDe
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