Brda Contemporary Music Festival, XVI edizione

Lo spirito comunitario della libertà creativa

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Medana

10-12 settembre

«Perché l’improvvisazione totale funzioni al meglio, è necessario che i musicisti non si conoscano. O almeno, che uno di loro non abbia mai suonato con gli altri». In questo pensiero si riassume la filosofia del batterista e percussionista Zlatko Kaučič, protagonista della scena improvvisata europea fin dal lontano 1978 e direttore artistico del Brda Contemporary Music Festival. Dal 2011 – quando il Ministero della Cultura sloveno gli conferì un riconoscimento per i meriti acquisiti, garantendogli un finanziamento per l’organizzazione del festival – Kaučič è riuscito a creare con pochi mezzi una piccola isola felice di libertà creativa nei piccoli borghi del Collio sloveno (Brda, appunto): prima a Šmartno e negli ultimi quattro anni a Medana. Anche in questa sedicesima edizione è riuscito a coinvolgere, con acume e lungimiranza, protagonisti di lunga militanza e musicisti emergenti tutti collocabili nell’area dell’improvvisazione, sia di matrice jazzistica che non.

Come sempre strutturata nell’arco di tre giornate, la rassegna prevedeva numerosi set molto concentrati – della durata media di quarantacinque minuti, quasi tutti ospitati nel piccolo teatro costruito nell’immediato dopoguerra – e comprendeva una sezione dedicata alla didattica. Quest’anno i due workshop in programma sono stati affidati alla vocalist greca Savina Yannatou e alla contrabbassista senese Silvia Bolognesi. I due seminari-laboratorio si sono conclusi, come da tradizione, con delle brevi esibizioni dei partecipanti in un’atmosfera festosa.

10 settembre. I concerti in cartellone si sono svolti sotto il comun denominatore del trio, coniugato diversamente ma sempre all’insegna dell’improvvisazione totale. Le prime due formazioni ben rappresentavano la feconda collaborazione che da anni caratterizza il rapporto tra musicisti italiani (di area friulana e giuliana) e sloveni, questi ultimi ex allievi di Kaučič. Il primo trio in programma era composto da Mirko Cisilino (tromba e trombone), Matjaž Bajc (contrabbasso) e Žiga Ipavec (batteria). Cisilino possiede un lessico ampio e ricco di sfumature. Come trombettista può spaziare da cellule prodotte con squilli e sussulti improvvisi, suoni stoppati e soffiato a fraseggi aperti e articolati, timbricamente variegati anche in virtù dell’impiego della sordina mute, a tratti dotati di un asciutto lirismo. Sotto questo aspetto si colgono paralleli sia con il primo Leo Smith che con il Kenny Wheeler prima protagonista della scena free britannica e poi membro del quartetto di Anthony Braxton. Al trombone applica un approccio analogo, con un suono che si riallaccia alla tradizione (Ray Anderson è un possibile referente) ma un linguaggio che attinge alla ricerca condotta da Albert Mangelsdorff e George Lewis. Con lui dialogano efficacemente Bajc e Ipavec: il contrabbassista con un pizzicato corposo, secco e a momenti strappato; il batterista con scomposizioni e buon controllo delle dinamiche.

Tripsi è formato da Yannis Maizan (sax tenore), Roberto Fabrizio (chitarra) e Marko Lasič (batteria). Il trio si concentra su una ricerca timbrica basata sulla parcellizzazione del suono e sull’alea pura. Ne risultano sequenze fatte di spirali ipnotiche e vortici corrosivi, a cui contribuiscono un tenore dal fraseggio viscerale e acuminato, una batteria in costante fibrillazione e una chitarra che – snaturandosi – produce schegge metalliche, raschiamenti e bordoni. Una dimensione espressiva per certi versi associabile a certe sperimentazioni radicali di Mats Gustafsson e Peter Brötzmann. Ne consegue però una certa uniformità e alla lunga anche l’iterazione finisce per diventare una formula ripetitiva.

Il trio della sassofonista svedese Anna Högberg – affiancata dai connazionali Gus Loxbo (contrabbasso) e Anton Jonsson (batteria) – costituisce un valido esempio di una formazione coesa in cui prevalgono l’empatia e il reciproco ascolto, tanto nelle fasi dense di dinamiche sottili e rarefatte, quanto nei momenti di crescente tensione ed esplorazione di timbriche estreme. Al sax alto Högberg esprime un lirismo aspro e dolente che le permette di costruire un percorso fondato su una concatenazione logica di eventi sonori. In poche parole, una vera e propria narrazione. Quando il timbro si fa più ruvido e rugoso riaffiora lo spirito di esponenti storici dell’improvvisazione europea come Ernst-Ludwig Petrowsky e Mike Osborne. Nei crescendo e nei passaggi più impervi la sassofonista si avventura con misura su acuti e sovracuti, riuscendo poi a produrre esiti poetici perfino con il soffiato all’interno dello strumento privato del bocchino, ma senza effettismo alcuno. Secondo questi parametri agiscono anche i colleghi: Loxbo con propensione spiccata alla dialettica ed esplorazioni timbriche con sfregamenti sulle corde e sul ponticello; Jonsson con grande capacità di ascolto e interazione, nonché con un’azione sempre misurata e sfaccettata sui vari elementi del suo set percussivo.

Il trio di Anna Hogberg – Foto di Ziga Koritnik

11 settembre. La seconda giornata si è aperta con un breve set tardo pomeridiano del percussionista spagnolo Joni Sigil, che sovverte certi canoni con una ricerca originalissima sul suono. Infatti, in maniera del tutto imprevedibile riesce a ricavare sonorità inedite dalla pressione e dallo sfregamento sulla superficie di un piumino, dall’azione a mani nude su un rullante e un tom, dalla combinazione legno-metallo ottenuta infilando delle bacchettine nei fori di un piatto perforato. Un campionario divertente ma un po’ fine a sé stesso di possibilità inedite, che sarebbe interessante riascoltare in un contesto allargato.

Un’ampia varietà di soluzioni timbriche ed espressive è stata offerta da due autorevoli esponenti della scena improvvista europea: il finlandese Harri Sjöström (sax soprano e sopranino) e il tedesco Frank Gratkowski (sax alto e clarinetti). I due musicisti hanno prodotto un interscambio proficuo e continuo sostenuto da un controllo impeccabile delle dinamiche e del fraseggio anche nei passaggi più spericolati, e favorito da una vasta gamma di combinazioni timbriche: sopranino con sordina e clarinetto basso; soprano e clarinetto in Si bemolle; soprano (con o senza sordina) e alto. Versatilità, varietà e ricchezza linguistiche consentono ai due sassofonisti di spaziare agilmente da dialoghi concitati, densi di intrecci che si risolvono in registri estremi e sovracuti, a momenti di riflessione da cui emergono perfino brandelli di melodia. Alla mente affiorano possibili paralleli con la ricerca di Anthony Braxton o i duetti tra Steve Lacy e Steve Potts, ma il linguaggio di Sjöström e Gratkowski è indiscutibilmente europeo.

Harri Sjostrom & Frank Gratkowski – Foto di Ziga Koritnik

Reduce dalla prima giornata di workshop, la vocalist greca Savina Yannatou ha proposto un saggio magistrale delle sue risorse in una performance quasi completamente solistica. Yannatou si focalizza sulle infinite possibilità della voce come strumento e riserva di suoni. Fonemi, sillabe, singulti, sussurri, rantoli si susseguono senza soluzione di continuità, anche con repentini salti di registro, in un’unica ma coerente sequenza. Nel corpo di questa caleidoscopica successione di eventi Yannatou inserisce frasi significative con le quali sembra interrogarsi sul suo ruolo: What Am I Doing Here? Do I Play Music? Do I Sing?. L’ingresso concordato di Gratkowski al clarinetto in un paio di brani stabilisce un diverso equilibrio: i due respirano all’unisono, espressione di un pensiero unico. In conclusione, Yannatou è depositaria di una vocalità sfaccettata, senza compromessi, che trae origine da una preparazione tecnica di matrice accademica, ma attinge linfa vitale a una sperimentazione svincolata da categorie definite che la colloca in un’area per certi versi comune a Cathy Berberian, Meredith Monk, Joan La Barbara, Lauren Newton e Shelley Hirsch.

Savina Yannatou – Foto di Ziga Koritnik

Vero protagonista della serata, Gratkowski è ritornato sul palco per un’esibizione in trio assieme a Silvia Bolognesi al contrabbasso e alla batterista spagnola Lucía Martínez. Il trio ha dimostrato come si possa recuperare l’eredità dell’improvvisazione radicale europea degli anni Settanta per proporre una propria interpretazione – sincera ed efficace, priva di formule stereotipate – di una musica informale provvista di solide radici jazzistiche. Al sax alto Gratkowski elabora fraseggi asimmetrici con timbri ispidi e taglienti, ma controllo assoluto delle dinamiche. Al clarinetto spazia da sonorità affini ad ance mediorientali come arghul o zurna a echi della tradizione jazzistica (Tony Scott come possibile referente). Il contrabbasso di Bolognesi si rivela un solido fulcro nell’economia del trio, grazie a possenti pedali prodotti sia con un pizzicato incalzante che con arcate avvolgenti, a linee ficcanti e dialettiche, a ostinato implacabili. Martínez dà vita a continue scomposizioni e variazioni, aggiungendo colori con l’uso di oggettistica e della voce. In tal modo, dimostra di aver recepito e rielaborato la lezione di Han Bennink, Paul Lovens, Tony Oxley e Paul Lytton.

12 settembre. Conclusa come da tradizione dalle gioiose esibizioni dei musicisti partecipanti ai workshop di Savina Yannatou e Silvia Bolognesi, la giornata finale si è aperta secondo consuetudine con un evento dedicato al connubio tra poesia e musica. Oggetto dell’evento la poesia visionaria e lungimirante di Srečko Kosovel (1904-1926), che con la sua analisi profonda e critica aveva stigmatizzato la tragedia della Prima Guerra Mondiale e previsto il disfacimento dell’Europa. La recitazione della duplice versione slovena e italiana è stata affidata ad Ana Geršak e Pierluigi Pintar, mentre la partitura di Kaučič è stata eseguita da Jure Boršič (clarinetto), Anton Lorenzutti (chitarra), Jošt Drašler (contrabbasso) e Gal Furlan (percussioni).

A seguire, la performance fresca e creativa proposta da Chiara De Santi all’interno del memoriale Gradnik e Zorzut. In una giocosa successione di brevi eventi De Santi prima ha proposto sequenze di unisono tra voce e contrabbasso e digressioni vocali comprendenti onomatopee e una sorta di grammelot. Vi ha poi aggiunto richiami alla tradizione popolare con melodie e filastrocche. Ha infine integrato quello che si può definire un vero e proprio racconto con due carillon, un pianino giocattolo e altra oggettistica. Una narrazione genuina e godibile, senza sovrastrutture intellettuali o inutili sperimentalismi.

Di nuovo in teatro, il pubblico ha potuto assistere al set di un duo sperimentale di violini composto dalla bulgara Biljana Voutchkova e dalla slovena Ana Kravanja. Le due violiniste snaturano ad arte i rispettivi strumenti ricavandone stridori e risonanze metalliche che confluiscono in un flusso massiccio e ipnotico, piuttosto ripetitivo. Occasionalmente vi sovrappongono vocalizzi. Solo a un certo punto la fissità dell’esecuzione è interrotta da evidenti richiami alla tradizione balcanica. Sotto un profilo squisitamente timbrico Voutchkova e Kravanja sembrano voler spingere oltre il limite la ricerca condotta da Philipp Wachsmann, altro autorevole esponente dell’avanguardia europea.

Il concerto conclusivo è stato affidato all’Up and Out Quartet, formato per l’occasione da Sjöström (soprano e sopranino), dalla pianista catalana Jordina Millá, dal contrabbassista inglese John Edwards e da Kaučič alla batteria. L’azione del quartetto comincia a prendere forma – in un’area puramente aleatoria – da microcellule sottolineate dagli interventi di Millá sulla cordiera preparata del piano. Gradualmente le dinamiche si intensificano e cresce la tensione, nella quale si distingue Edwards: prima con il suo pizzicato corposo, cavernoso, a tratti strappato; poi con bordoni e pedali disegnati con l’arco. Millá emerge progressivamente con fluidi arpeggi seguiti da incursioni sul registro grave. Il crescendo implacabile mette in evidenza l’approccio di Sjöström, appuntito e spigoloso, che poi sfocia in un fitto dialogo con il contrabbasso con arco, anticipazione di una furibonda sezione completamente free. Per parte sua, Kaučič esibisce la consueta prontezza nel recepire e ritrasmettere impulsi ai colleghi con una congrua varietà di soluzioni. Quello che comunque spicca maggiormente è l’equilibrio del collettivo nella risoluzione dei vari passaggi.

Up and Out Quartet – Foto di Ziga Koritnik

Ancora una volta il Brda Contemporary Music Festival ha confermato di essere un raro esempio di spirito comunitario, di vero scambio, di libertà e democrazia in musica.

 

Enzo Boddi                                                 Foto di Žiga Koritnik

 

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