Hedvig Mollestad: nessun grado di separazione

La chitarrista norvegese  – all’ottavo album in una decina d’anni – passa senza problemi dal jazz all’hard rock, da Jim Hall ai Black Sabbath. Ecco cosa ci ha raccontato a Bergamo

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Nel febbraio 2025 erano apparse sulle pagine di Musica Jazz alcune colonne firmate da Enzo Capua dedicate a Hedvig Mollestad. L’occasione era stata un incontro a New York, dove la chitarrista norvegese si trovava come guest star di Cortex, giovane band di connazionali in residenza al locale Nublu. Un contesto laterale rispetto al trio, suo progetto principale, e un’intervista raccolta di corsa, tra le prove e il concerto, con la ripartenza per la Pennsylvania il giorno dopo. Quel ritratto restituiva con precisione la figura di una musicista anomala, capace di mettere insieme Jim Hall e Tony Iommi senza che la cosa sembrasse forzata. Ma lasciava in sospeso il suo lavoro in trio, uno dei capitoli principali della sua storia. È stato quindi un doppio piacere ritrovarla: prima attraverso «Bees in the Bonnet», uscito nel maggio 2025 per Rune Grammofon e accolto dalla stampa internazionale come uno degli album dell’anno, e poi di persona nel cartellone di Bergamo Jazz, festival che, anche quest’anno, ha confermato la sua vocazione a portare in Italia musicisti che altrimenti si vedono di rado da queste parti.

Nata ad Ålesund, sulla costa occidentale della Norvegia, poco più di quarant’anni fa, Mollestad cresce in una famiglia di musicisti e arriva alla chitarra quasi per inerzia, prima di capire che è quello il suo strumento e che non ha intenzione di suonarlo come ci si aspetterebbe. Studia all’Accademia di Musica di Oslo, assorbe la tradizione jazz, e nel frattempo ascolta di tutto: Jimi Hendrix e i King Crimson, Miles Davis e i Black Sabbath, Jim Hall e Terje Rypdal, il grande chitarrista norvegese che prima di lei aveva già dimostrato una certa propensione a far convivere jazz, rock psichedelico e musica da camera, senza preoccuparsi troppo della separazione tra generi. Quando nel 2009 il Molde Jazz Festival invita Mollestad a formare una band, mette insieme Ellen Brekken al basso elettrico e Ivar Loe Bjørnstad alla batteria, e quello che nasce quasi per caso come un trio di jazz mainstream prende una direzione diversa e diventa la sua formazione stabile. Sette album in poco più di un decennio, una presenza costante sui palchi europei e nordamericani, e un suono che nel tempo si è avvicinato al rock, radicato nel riff e nella potenza della sezione ritmica, senza però mai perdere la capacità di aprirsi all’improvvisazione quando la musica lo richiede.

«Bees in the Bonnet» è l’ottavo album del trio, il primo dopo quattro anni di silenzio discografico del gruppo. Sei brani, trentasette minuti, con la chitarra di Mollestad che lavora su riff costruiti per accumulo e la sezione ritmica di Brekken e Bjørnstad che tiene tutto insieme con una precisione quasi meccanica. In mezzo, spazio per momenti di apertura improvvisativa e per almeno un episodio di tutt’altra natura, Lamament, ballata dedicata al padre della chitarrista, radicata nel jazz e lontana dal resto del disco per atmosfera e densità emotiva. La stampa specializzata lo ha accolto come il disco più compatto della carriera della chitarrista, il più vicino all’hard rock di matrice anni Settanta, ed è entrato in diverse classifiche degli album dell’anno di critici e riviste specializzate. Il 21 marzo il trio di Mollestad si è esibito nel pomeriggio all’Auditorium dell’Istituto Palazzolo, nell’ambito di Bergamo Jazz, prima lombarda e una delle rare apparizioni italiane della formazione, con un pubblico in cui si avvistavano, accanto agli habitués del festival, rockers e metallari arrivati da più parti d’Italia apposta per lei. La sera, al Teatro Donizetti, andava in scena il concerto di The Bad Plus con Chris Potter e Craig Taborn. È lì che abbiamo incontrato il trio, nel foyer, dove erano arrivati come spettatori. Alla fine del concerto, Mollestad non ha usato mezze misure per descriverlo: «Out of this world». L’intervista che segue è nata in quel contesto, a serata ancora in corso, con la musica degli altri ancora nell’aria e l’emozione per un debutto che di certo verrà ricordato nella storia del festival.

Hedvig Mollestad
Hedvig Mollestad Trio ©Guala

Avete presentato un set molto intenso qui a Bergamo Jazz, con una reazione forte del pubblico, come avete vissuto il concerto dal palco?
È stato fantastico. Non sai mai cosa aspettarti, soprattutto quando suoni per la prima volta in un posto e non sai se il pubblico conosce la tua musica. Qui l’accoglienza è stata davvero calorosa, l’attenzione altissima. È stato qualcosa di travolgente.

Per chi vi ascolta per la prima volta, qual è l’idea alla base del vostro trio?
Cerchiamo semplicemente di fare buona musica. Deve essere stimolante da suonare e interessante da ascoltare dal vivo. Non c’è molto altro: suonare buona musica.

Come nasce il trio e come si è evoluto nel tempo?
Abbiamo iniziato nel 2009-2010, quando siamo stati invitati a formare una band per il Molde Jazz Festival. All’inizio suonavamo cose più vicine al jazz tradizionale, più mainstream. Poi è arrivato un brano costruito su un riff, e abbiamo capito che quella direzione funzionava meglio per noi. In quindici anni abbiamo attraversato diverse fasi. Siamo musicisti con formazione jazz, ma ascoltiamo molto altro.

Quali sono le vostre principali influenze?
Arriviamo da percorsi diversi: folk, musica classica, rock, improvvisazione libera, ma anche jazz mainstream. La tradizione jazz la conosciamo e la amiamo. Allo stesso tempo ascoltiamo di tutto, da Jim Hall ai Black Sabbath.

Il concerto era incentrato sul vostro ultimo album «Bees in the Bonnet», che ha avuto un’accoglienza lusinghiera sia da parte della critica sia da parte del pubblico. Come è nato questo disco?
Il punto di partenza è sempre lo stesso: fare nuova musica. Iniziamo a suonare, emergono idee, e si costruisce da lì. Molto del materiale è influenzato dai concerti, ci piace molto fare concerti e la nostra dimensione preferita è proprio quella dal vivo. Negli anni la nostra musica è diventata più ritmica, più fisica, più pesante. Questo è probabilmente il nostro disco più «heavy».

Hedvig Mollestad
Hedvig Mollestad Trio

Il processo compositivo è condiviso?
Sì. Ognuno porta idee, a volte brani completi, altre volte semplici spunti. Poi lavoriamo insieme: togliamo, aggiungiamo, trasformiamo. Un’idea diventa qualcosa di molto più grande quando passa attraverso tutti e tre. Alcuni pezzi nascono da strutture già definite, altri da cellule minime sviluppate collettivamente, anche con tecniche compositive più vicine alla musica classica. L’improvvisazione comunque resta sempre parte del processo.

Ascoltando il vostro concerto ho percepito, nella vostra musica, il predominio di riff e della dimensione ritmica. È una lettura corretta?
Se è quello che hai sentito, allora è corretto. Ognuno percepisce cose diverse, ma sì, amiamo lavorare su riff e groove.

State già pensando al futuro dopo questo disco?
Entreremo di nuovo in studio a settembre, quindi stiamo scrivendo nuova musica. All’inizio eravamo più tesi in studio, oggi c’è molta più fiducia reciproca. Non pianifichiamo in modo rigido una direzione: l’obiettivo è fare musica migliore di quella precedente. Poi vogliamo suonare molto dal vivo, è la cosa che ci piace di più.

E l’Italia?
La amiamo. Ci piacerebbe tornare spesso. Il pubblico è attento, i festival sono organizzati in modo molto professionale. E poi il cibo, le città, la lingua: tutto è molto stimolante.

Chi sono i vostri riferimenti oggi?
Sono tanti, probabilmente centinaia. Anche i musicisti che suonano qui al festival sono straordinari. Ascoltiamo tutto: jazz, rock, pop. Se la musica funziona, se ti prende fisicamente, allora è quella giusta. 

 

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