Tenerife, Gran Canaria e Isole Canarie, dal 3 al 25 luglio
Trentacinque edizioni, ventitré giorni di programmazione diffusa in otto isole, 59 concerti distribuiti in 30 diversi luoghi. Sono alcuni numeri che raccontano il Festival Internacional Canarias Jazz & Más che si è svolto dal 3 al 25 luglio, un progetto ambizioso che, per la prima volta in questa edizione, ha coperto tutto l’arcipelago delle Canarie. Basti pensare cosa comporta la logistica di un festival diffuso che si muove per mare, con 220 musicisti di 16 diverse nazionalità che, nell’arco di tre settimane, si esibiscono in trenta differenti contesti, dai teatri più tradizionali di Gran Canaria e Tenerife ai piccoli spazi di El Hierro e La Gomera. Se l’organizzazione di un festival jazz non è mai facile, qui la logistica richiede molto di più, solo il fatto di far combaciare traghetti, voli interni, palchi montati e smontati a distanza di ore è una complicazione non da poco. È una macchina complessa che il pubblico non percepisce, perché tutto funziona benissimo.
La storia di Canarias Jazz & Más
Nato in sordina all’inizio degli anni Novanta, il festival conserva la memoria delle sue origini quasi clandestine. All’epoca ascoltare jazz alle Canarie era una rarità e quasi tutto era ancora da costruire, come racconta il suo direttore Miguel Ramírez. Musicista a sua volta, e testimone diretto di quella stagione, Ramirez ha descritto quelle prime edizioni come un’oasi in un deserto, almeno per gli appassionati di jazz. Trent’anni dopo, quel progetto partito da Gran Canaria si è esteso a ogni isola senza perdere del tutto l’approccio artigianale e l’entusiasmo della prima ora, anche se oggi il festival è una realtà importante, sorretta da una rete istituzionale solida e da un impatto economico dichiarato che supera i 580mila euro, con oltre la metà del budget spesa sul territorio. Un dato che pesa, in un contesto insulare dove la cultura rischia sempre di ridursi a corollario del turismo.
Rispetto al cartellone, il nome stesso Canarias Jazz & Más, ovvero Músicas Creativas, dichiara la sua vocazione: il jazz è un margine mobile felice di estendersi a musiche affini, che il festival frequenta da sempre. La scelta regge bene perché il filo conduttore comune è l’improvvisazione, la musica improvvisata e la scrittura aperta come lingua condivisa. Chi arriva da fuori coglie soprattutto la doppia natura di questa proposta: la formalità degli splendidi auditori affacciati sull’Atlantico e l’informalità delle piazze, dove il jazz si ascolta gratis, all’aperto, e arriva a tutti in un’atmosfera di festa. Il comune denominatore è un pubblico numeroso, entusiasta, che smentisce l’idea di una musica per pochi.
A questa edizione Musica Jazz è stata invitata come testata italiana, insieme a colleghi di Regno Unito, Germania, Portogallo e Polonia, per seguire una settimana di festival tra Tenerife e Gran Canaria, il viaggio è stato sostenuto da Turismo de Gran Canaria. I concerti qui recensiti sono quelli visti di persona in quei giorni.
Marco Mezquida Trio a Santa Cruz de Tenerife
Allo Espacio La Granja, la sala teatrale ricavata nella Casa de la Cultura di Santa Cruz de Tenerife, mercoledì 15 luglio, il trio guidato dal pianista Marco Mezquida ha portato un programma quasi interamente costruito su «Táctil», quarto album della formazione, autoprodotto e uscito a febbraio. Con lui Martín Meléndez al violoncello e Aleix Tobias alla batteria e percussioni. Un organico insolito, senza contrabbasso, che il violoncello copre passando dal pizzicato in funzione di basso all’arco delle parti cantabili, analogo a quello di L’Antidote, il trio ascoltato lo scorso anno a Milano nell’ambito del festival JazzMi. I tre suonano insieme dal 2016, quando fu la musica di Maurice Ravel a far nascere il progetto, e i dieci anni condivisi si sentono tutti: sembrano un unico corpo a tre teste, in una simbiosi perfetta.

foto di Luz Sosa
Il titolo del disco è anche il programma dell’esecuzione. La fisicità del suono è manifesta fin dall’attacco, con un intro di Tobias al tamburo a cornice rotondo, prima del passaggio alla batteria, e prosegue con Mezquida che interviene direttamente sulla cordiera, percuotendo e smorzando le corde per accompagnarsi, mentre il violoncello di Meléndez tiene una pulsazione pizzicata quasi costante che si apre all’arco nei momenti melodici. È un concerto da guardare, oltre che da ascoltare: il gesto che produce il suono resta visibile, una scelta coerente con l’idea, dichiarata da Mezquida nelle note del disco, di restituire alla musica la sua dimensione fisica, fatta di pelle e contatto, in un’epoca che la vuole smaterializzata.
Quel che si ascolta è un equilibrio tra virtuosismo e lirismo, che per il trio di Mezquida non sono ambiti separati. Si va dai metri dispari e dalle velocità sostenute di Constantine, composizione ispirata, come spiega divertito Mezquida, dalla conversazione con un logorroico, all’apertura di Felice, con il violoncello pizzicato, fino alle pagine più raccolte World’s Hope e Fraternitat. A metà percorso il trio torna alla propria origine con Quartet F, che rilegge il Quartetto per archi in fa maggiore di Ravel: un richiamo alla grammatica del gruppo, che a Ravel ha già dedicato un intero album e il cui impasto di pianoforte e violoncello deve alla musica da camera quanto al jazz. In «Táctil» convive anche un versante più dolente, che culmina nella dedica al popolo palestinese di Gaza scritta da Mezquida nelle note di copertina; dal vivo, però, il trio ne ha privilegiato il lato luminoso e fraterno. Nel finale, dopo il tamburo rotondo, torna un tamburo a cornice, stavolta quadrato: Tobias imbraccia l’adufe, un tamburo quadrato a due pelli di capra con semi che risuonano all’interno, percosso a mani nude e tenuto alto davanti al volto, strumento legato per tradizione al canto delle adufeiras, sopravvissuto grazie al lavoro dei gruppi etnografici. Un concerto costruito sulla fisicità del suono che si chiude con uno strumento tanto antico e tattile porta in scena la musica come materia da toccare e, come nel caso dell’adufe, anche da salvare.

foto di Luz Sosa
José James con Célia Kameni a San Cristóbal de La Laguna di Tenerife
Al centenario Teatro Leal di San Cristóbal de La Laguna, giovedì 16 luglio, José James ha portato uno spettacolo annunciato come celebrazione dei cinquant’anni di «I Want You», il celeberrimo album che Marvin Gaye pubblicò nel 1976. Alla voce lo affianca la francese Célia Kameni, subentrata per questa parte del tour a China Moses, sua partner in buona parte della tournée; con loro Marcus Machado alla chitarra elettrica, Parker McAllister al basso, Bigyuki (Masayuki Hirano) alle tastiere e Jharis Yokley alla batteria, band solida e fedele al suono dell’epoca.
L’omaggio, però, è parziale fin dall’impianto. Lo spettacolo apre con i primi tre brani dell’album di Gaye, I Want You, Come Live with Me Angel e I Wanna Be Where You Are, con James che emula Gaye con naturalezza, affiancato dalla voce di Kameni; poi «I Want You» sparisce quasi del tutto dalla scaletta. Il resto attinge all’altro Gaye, quello politico di «What’s Going On» del 1971, con Mercy Mercy Me (The Ecology), Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) e la conclusiva What’s Going On, e soprattutto al repertorio di James, da Park Bench People a Trouble, fino al bis di Lovely Day di Bill Withers. Chi era venuto per ascoltare l’album per intero è rimasto in parte deluso, il cinquantenario funziona infatti più da cornice che da programma. A metà serata, dopo una Mercy Mercy Me ridotta alla sola voce e chitarra, James lascia il palco a Kameni che prosegue da sola per alcune canzoni, un blocco che rischia di allontanarsi dal cuore dello spettacolo ma che regala il momento più poetico. Accade in Best Cards, un suo brano: prima di attaccarlo la cantante invita la sala a partecipare. «Di solito in questo pezzo faccio cantare il pubblico, ma so che qui alle Canarie avete un potere speciale, quello di imitare il canto degli uccelli» dice, e il teatro risponde. Il richiamo non è casuale: l’arcipelago custodisce nel silbo, il linguaggio fischiato di La Gomera riconosciuto dall’UNESCO e soprannominato la lingua degli uccelli, una vera e propria cultura del fischio. Per qualche minuto il concerto diventa un gioco di chiamata e risposta con la platea, che accompagna la magnifica voce di Kameni fischiettando.

foto di Luz Sosa
James ritorna in scena e pone il fulcro dello spettacolo su Marvin Gaye attraverso il racconto di sé. Rivolgendosi alla sala, presenta la propria personale trinità, John Coltrane, Billie Holiday e Marvin Gaye, accomunati da quello che ha definito «the sound of the cry», il suono del pianto; e spiega il suo legame con Gaye con un rovesciamento efficace: Gaye era un cantante soul che avrebbe voluto fare jazz, lui è un cantante di jazz che vorrebbe fare soul. È la chiave onesta di uno spettacolo che, più che restituire «I Want You», racconta cosa quel disco e quella tradizione rappresentano per chi li interpreta oggi, un testamento imprescindibile.
José James a Las Palmas de Gran Canaria
La sera dopo, venerdì 17 luglio al Teatro Pérez Galdós di Las Palmas de Gran Canaria, il grande teatro lirico della città, lo stesso spettacolo cambia pelle. Era l’ultima data della tournée europea, e si è sentito nell’esecuzione più sciolta e rilassata, soprattutto da parte di James. La scaletta è quasi identica, ma Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) risale in quarta posizione, subito dopo la triade iniziale, e il concerto procede con più libertà. Torna anche il gioco degli uccelli di Best Cards, con Kameni di nuovo a far fischiare la platea. James allunga assoli e improvvisazioni e mette alla prova la propria versatilità vocale fino alla tecnica con cui imita lo scratch del giradischi assieme all’ottimo Jharis Yokley alla batteria, uno dei momenti più notevoli delle due sere, in particolare di questa. Il rilassamento di fine tour toglie forse un po’ di concentrazione, ma restituisce personalità: paradossalmente è la sera meno filologica quella in cui lo spettacolo, mai davvero fedele a «I Want You», risulta più convincente. È il momento in cui James si lascia andare, smette di ricalcare Gaye e fa quello che sa fare meglio, ovvero se stesso. Anche a Las Palmas de Gran Canaria, come a Tenerife, il pubblico accoglie James e Kameni con un’ovazione.

Manon Muller Quintet e Hamilton de Holanda Trio a Santa Brigida
Cambio di atmosfera sabato 18 luglio nella piazza di Santa Brígida, un paese di collina nell’entroterra di Gran Canaria. Il concerto è a ingresso libero, la piazza è gremita da un pubblico numeroso di ogni età e il clima di festa rivela la faccia più popolare e conviviale di Canarias Jazz & Más. Il programma riserva un doppio concerto, in apertura il quintetto della giovane pianista svizzera Manon Mullener, formazione di jazz europeo con una dichiarata vena latina, maturata anche grazie agli studi a Cuba. Il gruppo ha proposto composizioni originali dalla chiara eco caraibica, e il pubblico ha risposto con calore, fino a chiedere il bis. Sul piano musicale, però, la proposta ha convinto solo in parte: un pianismo ritmicamente saldo ma poco incline alla sfumatura.

La seconda parte della serata dalla star del mandolino Hamilton de Holanda, in trio con Salomão Soares alle tastiere e Thiago “Big” Rabello alla batteria. Il programma ha ripercorso i suoi due dischi più recenti, «Live in NYC», premiato con il Latin Grammy 2025, e, soprattutto, «Nova» del 2026, con brani come Saudades do Rio, Afro Choro e Mono No Aware che ha riservato il momento più lirico della serata. De Holanda è un virtuoso assoluto, e non da meno sono i suoi compagni: un organ trio di rara compattezza, capace di una spinta ritmica continua e di un interplay formidabile. Il suo bandolim, del resto, non è uno strumento qualsiasi, con le sue dieci corde anziché otto, in modo da allargarne estensione e colore, è un’invenzione con cui De Holanda ha rifondato la tradizione del mandolino, e che, nelle sue mani, rende possibili cose all’apparenza impraticabili. Magistrale.
La cultura dell’arcipelago
Il festival, del resto, è anche un pretesto per entrare nella cultura dell’isola, e il suono dell’Atlantico è stato una presenza fissa, tra il lungomare di Santa Cruz di Tenerife e le finestre dell’albergo di Las Palmas de Gran Canaria. Domenica 19 luglio, l’ultimo giorno di permanenza, il Cabildo di Gran Canaria, l’ente insulare, ha accompagnato la stampa invitata alla scoperta dell’entroterra. Prima tappa Telde, uno dei due antichi regni aborigeni dell’isola prima della conquista, con i quartieri storici di San Juan e San Francisco; poi Agüimes, con il suo centro storico ben conservato, e infine il Barranco de Guayadeque, la gola che separa Ingenio e Agüimes. Qui, in un canyon che fu un importante insediamento preispanico e dove il silenzio è rotto solo dal canto degli uccelli, si vive ancora nelle case scavate nella roccia, e nella roccia è ricavato anche il suggestivo ristorante Tagoror, dove si è pranzato con la cucina isolana più schietta. Ultima sosta al cratere di Bandama, la grande caldera vulcanica alle porte di Las Palmas: il nome, che si direbbe di origine aborigena, è in realtà la castiglianizzazione di Van Damme, il mercante fiammingo che nel Cinquecento qui visse da eremita e vi piantò per primo le vigne. Un itinerario che dice, meglio di molte parole, perché un festival di jazz e altre musiche creative possa nascere e prosperare proprio qui.
Un festival che si vive per frammenti
Restano fuori da questo resoconto molte delle serate che hanno dato il polso della trentacinquesima edizione, dall’incontro sinfonico di Jacob Collier con la Filarmónica di Gran Canaria al pianismo di Tigran Hamasyan, dal pianoforte cubano di Roberto Fonseca al contralto di Miguel Zenón, per non dire della folta scena isolana e delle molte formazioni guidate da donne. Ed è proprio questa impossibilità di vederlo per intero a dire, meglio di ogni cifra, cosa sia Canarias Jazz & Más, un festival che si vive per frammenti, isola per isola, e che è un ottimo pretesto per approfondire la complessa cultura e le tradizioni di un arcipelago che ha le sue radici in tre continenti, Africa, Americhe ed Europa. Proprio come il jazz.
Rosarita Crisafi
