Come è nato questo progetto?
Leonhart: Conosco Titti Santini da trent’anni, e conoscevo Alberto Fabris il produttore. Quando mi hanno parlato di uno spettacolo con Israel Galvàn ho detto subito: meraviglioso. Poi ho chiesto quale fosse l’idea. «Sketches of Spain.» Mi sono fermato. Non perché non volessi farlo, ma perché siamo davanti a uno degli album più grandi mai registrati. Non puoi avvicinartici con leggerezza. Sono stati molto pazienti con me. Ho detto: ho bisogno di tempo per capire se può funzionare, come farebbe un pittore davanti a un’opera che non gli appartiene. Per farti capire, è uno dei miei album preferiti di sempre, ce l’ho appeso in casa. Ogni due mesi chiamavano per sapere a che punto ero. «Ci sto lavorando, ci sto pensando.» Il primo passo da arrangiatore è capire come lo faresti dal vivo prima ancora di avere un danzatore. Un’orchestra di trenta elementi? Un trio? Sette musicisti? Che è poi dove siamo arrivati.
Come funziona lo spettacolo? Quanta parte è improvvisata?
Galván: Nell’opera di Miles Davis, con gli arrangiamenti di Michael, non mi considero a tutti gli effetti un musicista in più. Anche se per me in questo spettacolo ho cambiamento di ruolo molto bello: io danzo, ma mi piace stare anche in seconda linea come musicista. Sono in feeling con la direzione di Michael e con tutti i musicisti. È molto bello il fatto che ci siano due linee: una sono io che danzo, e la musica di Miles Davis è come un film, ogni pezzo è una parte della Spagna. C’è Siviglia, c’è un’altra, c’è un’altra ancora. Quella dualità per me è molto importante. Sono molto attento alla partitura, e allo stesso tempo sono anche libero di viaggiare. Ho un riferimento alla parte scritta, ma ho anche la libertà. In questo mi considero come una percussione visiva.
Leonhart: È quasi come il teatro, dove musicisti e danzatore fanno parte della stessa famiglia. Ci sono certi punti della storia ai quali sappiamo di dover arrivare: non importa da dove veniamo, dobbiamo arrivare “a casa”. A un certo punto dobbiamo uscire, a un certo punto comincerà a piovere. Come ci arriviamo dipende da noi, ma dobbiamo arrivarci. Ci sono dei punti fermi. Non è caos totale, non è solo danza. Ci sono parti scritte, c’è una sezione più coreografata, e poi l’improvvisazione vera: io so dove sta andando Israel, ci sono punti che dobbiamo raggiungere insieme, e poi lui è libero.


Foto di Filippo Manzini
Com’è stato per voi lavorare insieme?
Galván: Per me è stato bellissimo ballare la musica di Miles Davis. Quando è venuta l’idea, ho pensato: i musicisti devono essere bravi. E, di fatto, sono bravi. Mi piace molto la libertà. C’è libertà, ma c’è anche un rigore ritmico. Quella miscela di rigore musicale e libertà è, credo, quello che ha fatto sì che tra di noi ci trovassimo così bene.
Leonhart: Abbiamo un approccio artistico simile senza averne mai parlato esplicitamente. Da una delle prime conversazioni ho capito che Israel pensa come penso io: quando ci concentriamo su un progetto diamo il cento per cento, cerchiamo la struttura, e dentro quella struttura vogliamo tanto spazio. Ho lavorato con molti ballerini, e non tutti funzionano così. Con Israel c’è molta fiducia e molta onestà. Se vuole che faccia qualcosa di diverso, me lo dice. Se ho bisogno di qualcosa da parte sua, glielo dico. Non ci spaventa non sapere in anticipo dove si arriverà. Anzi.
Rosarita Crisafi
