Grazie per averci concesso questa intervista, come è nato L’Antidote?
Redi Hasa: È successo nel 2019, la prima volta. In realtà era già il 2020, proprio a ridosso del Covid: abbiamo registrato e, cinque giorni dopo, il mondo si è fermato. È stato un momento assurdo.
All’inizio è stato tutto molto spontaneo. Abbiamo passato quattro giorni in studio, improvvisando liberamente. Ognuno portava il proprio linguaggio: Rami magari proponeva un tema o un’idea, Bijan Chemirani lavorava sulle percussioni, io alternavo elettronica e violoncello. Piano piano si costruivano delle strutture, come un puzzle che prende forma pezzo dopo pezzo. Ma la prima fase è stata davvero libera, senza un focus preciso.
Quindi la forma del disco è arrivata dopo, in un secondo momento?
Redi Hasa: Esatto. Dopo quel primo lavoro, il materiale ha iniziato a trovare una direzione più definita.
Parliamo del vostro background: venite da studi classici o jazz?
Rami Khalifé: All’inizio sì, classica. Ma ho sempre avuto dentro questa spinta verso l’improvvisazione. Mi è sempre piaciuto improvvisare, sentivo una libertà naturale nel fare cose diverse rispetto al repertorio classico. La formazione classica è stata una base importante, ma per me la musica è soprattutto libertà – la possibilità di sedermi al piano e suonare qualcosa nell’istante, nel momento.
Dove ti sei formato?
Rami Khalifé: Ho studiato al Conservatorio di Parigi e poi alla Juilliard School di New York.
Ho sempre voluto improvvisare, però. Ho ascoltato ambienti molto diversi, musiche differenti – rock, elettronica, musica orientale. Ho mantenuto quello spirito di bambino, la voglia di fare molte cose, di non concentrarmi su un solo linguaggio.
Questo progetto, all’interno della vostra discografia, come si colloca? È qualcosa di nuovo?
Rami Khalifé: Lo vedo come una nuova avventura. Un incontro meraviglioso, anche musicalmente. Per me, per suonare con altre persone, è importante essere amici, vivere momenti insieme. L’amicizia è fondamentale per fare musica bella.

Vi siete trovati bene anche fuori dal palco, quindi.
Rami Khalifé: Molto bene. Abbiamo anche passioni in comune, come il calcio…l’OM, l’Inter…
Quindi prima amici e poi colleghi.
Rami Khalifé: Esattamente. E questa complicità si riflette nella musica: troviamo uno spirito di libertà, la possibilità di fare cose aperte, diverse. Abbiamo questo in comune.
Avete già pubblicato due album, giusto?
Redi Hasa: Abbiamo registrato nuovo materiale circa un mese fa, sempre con un approccio improvvisativo. Quattro giorni di studio, da cui sono usciti otto brani. Ma vogliamo continuare a sperimentare: torneremo a registrare a settembre.
Non state pensando a un disco in senso tradizionale, quindi.
Redi Hasa: No. Non stiamo registrando “un disco”, stiamo registrando musica. Poi, eventualmente, sceglieremo cosa pubblicare.
È importante anche avere molto materiale. Per esempio, Armani ci ha chiesto della musica per una sfilata a Milano: hanno scelto alcune improvvisazioni nostre, che abbiamo poi leggermente remixato. Non erano nemmeno brani del primo disco.
Quindi il vostro suono è in continua evoluzione.
Redi Hasa: Assolutamente. Ogni tappa è un capitolo nuovo. Non c’è una struttura rigida: può essere una continuità oppure una rottura.
La presenza di contrasti – anche forti – sembra centrale nella vostra musica.
Redi Hasa: Sì. A volte Rami porta anche un brano quasi punk, e questo contrasto crea movimento. E noi abbiamo bisogno del movimento. Anche il pubblico lo cerca, vuole stare dentro questo flusso. È una musica libera.
Quanto è stato difficile lavorare insieme, considerando background culturali così diversi?
Rami Khalifé: Non è stato difficile. La cosa che abbiamo in comune è l’improvvisazione. Partiamo da lì.
Tutti noi abbiamo una miscela di culture: io sono nato in Libano, ho vissuto in Francia; Redi è cresciuto in Albania e in Italia. Abbiamo percorsi diversi, ma la musica non ha confini. È un linguaggio che unisce.
Per noi è semplicemente un piacere condividere il palco e condividere la musica insieme. Non vogliamo intellettualizzare troppo quello che facciamo. Preferiamo essere diretti, autentici. Andare all’essenza.
Come definireste la vostra musica? È jazz?
Rami Khalifé: Non mi piace definirla. Non amo le etichette. Servono al mercato, non a noi. Il nostro lavoro è suonare.
La musica deve unire il maggior numero possibile di persone, soprattutto oggi.

Il vostro pubblico è variegato?
Rami Khalifé: Molto. Ci sono bambini, famiglie, giovani, persone più adulte. È un pubblico trasversale.
E anche i contesti in cui suonate sono diversi?
Rami Khalifé: Sì. Abbiamo suonato in teatri, festival jazz, eventi all’aperto, contesti legati alla world music.
Redi Hasa: La nostra musica si adatta a molti spazi, dal club al teatro fino alle arene.
In futuro pensate di continuare su questa strada? E magari di ampliare il progetto?
Redi Hasa: Finché lo sentiamo, finché stiamo bene insieme, il progetto andrà avanti. È qualcosa che cresce naturalmente.
Siamo aperti anche a collaborazioni. Per esempio, abbiamo pensato di coinvolgere il padre di Rami, che è un grandissimo cantante del Medio Oriente. Ci piace l’idea di aprire il suono, aggiungere nuove sfumature.
Quindi un progetto aperto, in continua trasformazione.
Redi Hasa: Esattamente. Aperto, sempre.
