Riccardo, bentornato a Musica Jazz, ti “colgo” appena finite le prove con Maurizio Giammarco per una delle tue tre Carte Blanche alla Casa del Jazz. Quindi c’è ancora chi prova…
Lo trovo molto importante: un concerto non è una jam session, utile per conoscere persone o intrecciare nuove relazioni musicali. Ma a maggior ragione, quando si tratta di standard, come per la musica originale, è essenziale provare temi, forme e improvvisazioni, anche per cercare una situazione più intima, senza pubblico, in cui costruire il repertorio con una comunicazione più diretta.
Nella tre giorni romana avrai modo di suonare di nuovo con Maurizio Giammarco e Umberto Fiorentino, che è stato recentemente nostro ospite. Si suona meglio se si è tra amici e “vecchi” pirati?
Non è indispensabile, certamente con chi conosci è più probabile trovare affinità musicali. Poi nel caso di Umberto entriamo in un rapporto molto speciale: avevamo sedici anni quando ci siamo conosciuti, due capelloni, tutti e due del quartiere Balduina a Roma; non ricordo chi gli avesse detto che suonavo la chitarra e si è presentato col suo batterista e il suo bassista; è iniziata lì la nostra collaborazione. Dopo un po’ sono passato al basso elettrico e rapidamente al contrabbasso. La vita ci ha portato a fare cose diverse, io mi sono trasferito a Parigi da tantissimi anni, ma, per alcune coincidenze, da qualche anno abbiamo ripreso contatto e così è nata l’idea di ritrovarsi sul palco, insieme ad Alessandro Marzi alla batteria. Recentemente, abbiamo suonato a Napoli, poi all’Alexanderplatz, ma è stato tutto naturale, come se i vent’anni senza vedersi non fossero passati; mi sono emozionato a constatare la meraviglia di empatia e telepatia sul palco.

foto di Christian Ducasse
Leggendo la presentazione del tuo concerto con Giammarco, tu alludi a una tua “rinascita”, a cosa fai riferimento?
Posso dirti di essere nato a Roma e rinato a Parigi. Qui ho dovuto ricominciare tutto: la lingua, la cultura, la rete sociale. Oggi mi sento più francese che italiano, dopo 45 anni lo sono, e a Parigi ho le mie relazioni musicali, molte delle quali sono ereditate dal tempo, come, per l’Italia, nel caso di Maurizio. Negli anni l’ho invitato in Conservatorio e lui ha pensato a me quando ha costituito il suo gruppo Rumors; è uno dei rapporti che si sono mantenuti, per me importanti.
Parigi è ancora uno degli epicentri mondiali del jazz? Resta una città accogliente per chi suona questa musica?
È rimasta accogliente, anche se, come ti dicevo, si assiste al fenomeno (europeo, in generale, e non solo) di una proliferazione di musicisti di grande qualità che prima non c’era e che in qualche modo devono trovare un modo per esistere, essere attivi creandosi realtà nuove, come quella dell’associazionismo o delle cooperative, come del resto avviene anche a Roma, in Italia (penso al Cantiere). Tuttavia, per una qualità così ampia numericamente non c’è la corrispondente offerta di spazi, questo crea una sorta di “strozzatura” nel circuito. Spero, però, di non sbagliarmi nel vedere una leva di nuovi promoter e organizzatori che scelgono nuovi spazi di aggregazione e tentano di fare una programmazione jazz con stili diversi; ce n’è uno nuovo a Parigi che si chiama Jass Club dove ho suonato recentemente, ma anche il 38Riv che, peraltro, è in una posizione fantastica vicino a Châtelet. Resta il fatto che oggi essere musicisti di jazz comporta avere anche la capacità di proporre progetti, essere poliedrici rispetto al contesto, multi-stilistici per tentare un pubblico più ampio, senza essere integralisti.
Paolo Romano