In un periodo storico in cui le occasioni per la musica dal vivo si fanno sempre più rare, la rassegna “avant-garde under-ground”, ideata dal contrabbassista Andrea Grossi, rappresenta un autentico presidio per la scena milanese. Grazie a una rete di relazioni costruite negli anni, Grossi riesce a portare in questo spazio sotterraneo progetti di grande qualità e radicalmente fuori dagli schemi, gestiti in autonomia e sostenuti dalle donazioni del pubblico. L’ultimo appuntamento ha visto protagonista Filippo Monico che, in occasione dei suoi 71 anni, ha riunito musicisti e danzatrici dando vita a una performance interdisciplinare e festeggiando a dovere questo traguardo.
Monico non è certo un nome nuovo per gli appassionati: attivo fin dagli anni Settanta (tra le collaborazioni spiccano quelle con Giorgio Gaslini, Gaetano Liguori e gli Aktuala) il batterista milanese si è sempre distinto per un approccio non convenzionale allo strumento. Una cifra che attraversa gran parte della sua produzione e che nel tempo lo ha portato a integrare elementi scenici e figurativi nelle proprie esibizioni, aprendo ulteriori prospettive alla pratica dell’improvvisazione radicale.

Non si tratta, in fondo, di una novità ma di un ritorno alle origini. Già all’epoca delle marching band, la dimensione performativa era essenziale: funerali, parate e feste pubbliche erano momenti in cui musica, movimento e ritualità convergevano in un’unica esperienza. Il gesto musicale era inseparabile dalla coreografia: l’andatura della banda, la disposizione degli strumenti, il dialogo con il pubblico. Il jazz nasce anche come teatro sociale diffuso, e tale rimane per lungo tempo.
La successiva istituzionalizzazione (club, teatri, industria discografica) ha attenuato questa componente visiva, fino alla sua riemersione tra gli anni Sessanta e Settanta grazie alle avanguardie: dall’Art Ensemble of Chicago alla Sun Ra Arkestra, passando per le marching band di Mike Westbrook, le incursioni teatrali di Lol Coxhill e, in Italia, gli stessi Aktuala.
È in questa prospettiva che si può leggere la performance ideata da Monico. L’elemento scenico torna al centro, ristabilendo un legame profondo tanto con le origini del jazz quanto con le sue derive più radicali. Il nucleo dell’ensemble, formato da Monico, Andrea Grossi e Michel Doneda (attivi da anni anche nel trio KORR) si è mosso con grande coesione, affiancato da Federico Sanesi alle tabla e dalle danzatrici Cristina Negro e Maria Carpaneto.

In un contesto interamente improvvisato, si sono susseguite sequenze sonore e visive che richiamavano un teatro dell’assurdo, paradossale e apertamente postmoderno, lasciando allo spettatore piena libertà interpretativa. Tra i protagonisti, Michel Doneda si è imposto per personalità e rigore: sassofonista autodidatta, classe 1954, è uno dei più coerenti eredi della lezione di Lol Coxhill. Il suo linguaggio, radicale e anticonvenzionale, spinge lo strumento verso i limiti estremi delle sue possibilità timbriche ed espressive.
Le tabla di Federico Sanesi hanno introdotto una dimensione timbrica ulteriore, evocando suggestioni orientali senza mai sovrapporsi al tessuto collettivo. Andrea Grossi, alternandosi tra contrabbasso e percussioni, ha lavorato con intelligenza sugli spazi, contribuendo a strutturare e al tempo stesso destabilizzare il flusso improvvisativo. Fondamentale il ruolo delle danzatrici Cristina Negro e Maria Carpaneto, capaci di restituire fisicità e tensione alla performance attraverso una gestualità intensa, amplificata da un sapiente uso delle ombre.
In questo paesaggio sonoro fatto di rumori, silenzi, urla, ruggiti e barriti, la batteria di Monico emergeva come motore ritmico irrefrenabile ma anche come fulcro visivo. Maschere, bastoni, scettri, coperte, padelle: ogni oggetto entrava a far parte di un arsenale performativo perfettamente coerente con la sua idea di spettacolo.
Il risultato è stato un rito collettivo più che un semplice concerto, un’esperienza che sfugge a ogni classificazione e che riafferma, con forza e lucidità, la possibilità di un jazz ancora capace di sorprendere, interrogare e mettere in discussione le proprie forme. In uno spazio marginale e sotterraneo, lontano dai circuiti ufficiali, si è consumato un gesto artistico necessario: non tanto una celebrazione anagrafica, quanto la dimostrazione viva di una pratica che continua a reinventarsi, fedele alla propria vocazione più profonda.
Filippo Monico – batteria
Michel Doneda – sax soprano e sopranino
Andrea Grossi – contrabbasso
Federico Sanesi – tabla e percussioni
Cristina Negro, Maria Carpaneto – danza
