Marco Glaviano: una vita nel jazz da dietro l’obiettivo

Fotografo di prestigio, architetto e, in un lontano passato, anche vibrafonista. Parla l’autore della foto di copertina del numero di gennaio 2026, un memorabile ritratto di Dexter Gordon

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Quando lo raggiungiamo in videochiamata, Marco Glaviano, celeberrimo fotografo dalla lunga carriera, vuole subito vedere la copertina di Musica Jazz di gennaio 2026. «È già uscita?», chiede. Gli spieghiamo che sì, è online, sul sito. Lui sorride: «Perché normalmente le rovinano benissimo. Invece no: sono bravi, non l’hanno rovinata». Poi, quasi senza preamboli, si torna indietro – molto indietro.

«Su Musica Jazz c’ero già stato. Come musicista»

Glaviano rivendica un dettaglio poco noto: prima della fotografia, c’era la musica. «Su Musica Jazz c’ero già stato come musicista, alla fine degli anni Cinquanta. Suonavo il vibrafono». Ricorda infatti che la rivista aveva parlato di lui: «Avevano fatto un articolo sul trio… non so dove sia finito».

L’incontro con Dexter Gordon: Comblain-la-Tour e il Montmartre

Dexter Gordon, per Glaviano, non è solo un soggetto fotografico: è un incontro umano. «Era un amico, Dexter». La conoscenza risale ai tempi in cui suonava in trio in Sicilia, con Claudio Lo Cascio, e girava i festival europei. «Dopo il festival di Comblain-la-Tour – una specie di Woodstock del jazz, cinquantamila persone – andammo a Copenaghen».

È lì che entra in scena il Montmartre, il club leggendario: «Dexter suonava al Montmartre, e lì l’ho conosciuto. Era un bel tipo». Il ricordo non è soltanto musicale: il Montmartre, racconta, era anche un luogo di vita. «Era divertente… c’erano un sacco di belle ragazze. Chissà se è ancora così. È cambiato il mondo…»

E poi una digressione tipicamente «alla Glaviano», a metà tra costume e antropologia: la Scandinavia, dice, aveva dinamiche sue. «Tutti pensano che gli svedesi fossero liberati: macché, sono ancora tremendamente repressi. I danesi no. C’era il traghetto da Malmö: arrivavano tutte al Montmartre per fare festa. Dexter era molto contento».

Marco Glaviano

Lo scatto: «Venne nel mio studio a New York»

La fotografia che abbiamo messo in copertina, spiega, non risale al primo incontro: «Siamo rimasti più o meno in contatto… Poi venne nel mio studio a New York». La data, nel parlato, oscilla; lui stesso prova a ricostruirla sul momento. 1978 o 1973? Ma il punto è un altro: Dexter, in quegli anni, aveva scelto l’Europa. «Era rimasto a Copenaghen, aveva sposato una danese. Aveva un successo pazzesco. In America trattavano male i neri; lì era il paradiso».

Jazz prima della fotografia

Alla domanda cruciale – jazz o fotografia? – Glaviano non ha dubbi: «Io prima il jazz». La fotografia viene dopo, ma diventa un passaporto per frequentare una comunità e un’epoca. «Nel mio studio a New York sono passati tutti». Cita i suoi legami più stretti: Milt Jackson che lo andava a prendere all’aeroporto ogni volta che si recava a New York, Percy Heath con cui andava a pesca, Dizzy Gillespie e torna su un episodio che racconta con orgoglio: «Milt Jackson mi fece suonare il suo vibrafono. Mi disse: sei l’unico bianco a cui lo lascio». 

Non è solo New York. Glaviano rivendica anche una geografia italiana del jazz, spesso sottovalutata: «Io sono palermitano. A Palermo c’era una grande attività di jazz. Venivano tutti».

Grappelli a casa sua: «Suonava il piano meravigliosamente»

Tra le amicizie più sorprendenti, spunta Stéphane Grappelli. «Ha passato tre estati a casa mia a Palermo. Suonava il piano meravigliosamente, ma non lo faceva sapere a nessuno. Mi diceva: “Il piano lo suonano tutti. Il violino solo io”».

Jazz e moda: «Sono riuscito a far pubblicare foto di jazzisti su Harper’s Bazaar»

Il discorso si sposta su un tema raro ma importante: il dialogo tra jazz e immagine «alta», tra musica e fashion system. Glaviano racconta di aver portato i jazzisti in contesti dove normalmente non entravano. «Sono riuscito a far pubblicare foto di jazzisti su Harper’s Bazaar o Vogue, riviste che non avevano mai pensato a ritrarre musicisti di jazz sulle loro pagine». Per i musicisti, dice, era un riconoscimento.

Marco Glaviano Toto
Marco Glaviano assieme ai Toto nel suo studio

«Miles Davis? Abbiamo litigato»

L’aneddoto più duro, e forse più rivelatore, arriva quando si parla di occasioni mancate. «Con Miles Davis abbiamo litigato. Miles era uno stronzo», dice senza giri di parole – e subito dopo lo ridimensiona: «Ma io lo capisco: era orgoglioso. Un genio. Era più incazzato degli altri».

Il racconto è preciso, e restituisce un clima d’epoca: qualcuno gli passa il numero di Miles (Glaviano cita Dizzy Gillespie), lui lo chiama e gli propone uno shooting in studio. «E lui mi dice: No, io in studio da te non ci vengo. “Perché?” Davis mi risponde: “Perché sei bianco”». Glaviano si irrigidisce: «Accusare me di razzismo è una follia: ero amico di tutti». E gli risponde di pancia: «“Vieni tu a casa mia” fa Miles. E io: “No, io a casa tua non ci vengo”. “Perché?” “Perché sei nero”». Oggi ammette che reagirebbe diversamente: «All’epoca ero più giovane… Adesso non lo farei». Ma quella frase, ripete, gli fece male: «Mi dava fastidio. Era offensiva».

Il free jazz e «l’epoca d’oro»

Glaviano non nasconde le sue preferenze. «I miei riferimenti sono morti… Milt Jackson, Percy Heath, il Modern Jazz Quartet. Quella era l’epoca d’oro». Poi una stoccata: «Prima che distruggessero tutto col free jazz». Anche qui la provocazione è seguita da una precisazione: «In realtà l’ho pure suonato, perché non ero capace», ride. «Era protesta, si capisce. Ma ci sono stati eccessi».

Un «club non ufficiale» e la musica in casa

Alla fine, la fotografia torna a coincidere soprattutto con una vita condivisa. Glaviano racconta che a casa sua, a Milano, la musica ha continuato a circolare nel tempo: «Questo è una specie di jazz club non ufficiale. Quando passano gli americani, spesso vengono qui. Ho diversi strumenti a disposizione e, ogni tanto, mi unisco ancora anch’io». Tra i ricordi che affiorano, anche quello dei Manhattan Transfer, seduti a tavola e messisi spontaneamente a cantare a cappella nel corso di una cena: episodi che Glaviano custodisce con evidente affetto, come frammenti di un tempo in cui musica e quotidianità si intrecciano senza soluzione di continuità. 

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