Enrico Rava – Top Jazz 2025

Ennesime conferme nel nostro referendum per il trombettista e per il suo gruppo più recente, a dimostrazione che il jazz mantiene giovani

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Enrico Rava ha vinto il Top Jazz 2025 come Musicista dell’anno. Un riconoscimento prestigioso per un artista da decenni protagonista assoluto del jazz italiano e mondiale. Lo abbiamo intervistato per raccogliere le sue impressioni e parlare di una carriera strepitosa e irripetibile. 

Enrico, anche nel Top Jazz 2025 hai vinto un premio importante. Visto che per te non è la prima volta, che effetto ti fa essere ancora in cima a ottantasei anni?

Mi fa un bell’effetto: vuol dire che sono ancora in pista. Non ce ne sono molti altri della mia età. C’è Charles Lloyd, per esempio, che credo sia un anno più grande di me. In genere i miei coetanei non vanno più in giro a fare concerti. Comunque anch’io ho ridotto del settanta per cento la mia attività. Suonare è meraviglioso: non ho perso neanche un grammo di passione e di voglia, ma tutto il resto è insopportabile: i viaggi, gli alberghi, i bagagli e i ristoranti dove si mangia malissimo. Ho deciso di darci un bel taglio perché non ce la farei a suonare più di quello che faccio. Però sono ancora in pista, dicevo, e questo fa un gran piacere. 

Il tuo rapporto con la tromba com’è a questa età nonostante sia il tuo grande amore?

Il mio non è mai stato un gran rapporto. Da sempre ho con lei una convivenza conflittuale, perché è uno strumento davvero bastardo. Dizzy Gillespie diceva che un giorno ti svegli, fai una nota, è bella, piena di armonici, vai su e giù, curi l’estensione e altro. Hai vinto tu. Il giorno dopo, misteriosamente, fai una nota e il suono non ti piace, gli armonici non vanno e non c’è una ragione precisa. La tromba è un grosso problema. Quando i trombettisti si incontrano, dopo due minuti a chiedersi come stai, eccetera eccetera, cominciano a parlare dei loro problemi con il labbro. È una cosa estremamente frustrante. È una lotta continua contro uno strumento maledetto e benedetto allo stesso tempo. 

Come tutti sanno, sei anche un prolifico compositore. Continui a scrivere brani o senti che la tua vena compositiva si sta esaurendo?

Sento in tutto e per tutto che la vena si è già esaurita. Metto insieme qualcosa, e poi non mi piace perché mi sembra assomigliare a un pezzo che ho già scritto. Io compongo al pianoforte, non uso la tromba. Prima un pianoforte lo avevo, e mi divertivo a suonarlo a casa. Mi ci sedevo davanti, mi concentravo e venivano fuori un sacco di temi con facilità estrema. Non dico di saperlo suonare, diciamo che me la cavo quel tanto che serve a farmi divertire.  Adesso ho una tastiera e non possiedo più il pianoforte. E il divertimento è finito. Non ci sono gli armonici, il suono è artificiale. Oggi è difficile che mi sieda a giocherellare con la tastiera. Anzi, ne provo una specie di rigetto. Per tutta la vita, tanto ho vissuto in senso conflittuale il rapporto con la tromba quanto in maniera positiva quello con la composizione. Quando dovevo fare un nuovo disco mi mettevo lì e, in quattro o cinque ore, uscivano dei pezzi. Tutti soddisfacenti e venuti fuori con una facilità incredibile. Forse questa mia creatività si è esaurita proprio perché non ho più il pianoforte e la tastiera è ostica. D’altronde, ho scritto così tanti brani che posso benissimo pescare da quel repertorio. Succede spesso che i musicisti con cui suono mi dicano: Dai, facciamo il pezzo x o quello y, ma io non ricordo neanche di averli composti! Trent’anni fa ho scritto cose che avrei potuto scrivere ancora oggi. Non sono datate. Il mio modo di fare musica è rimasto lo stesso. 

Enrico Rava Fearless Five
Enrico Rava Fearless Five ©Riccardo Musacchio

Di tutti i brani che hai composto c’è almeno uno cui sei legato, che ti è rimasto nel cuore e suoni sempre nei tuoi concerti? 

Si, uno dei pezzi che amo sul serio e che continuo a suonare dopo tanti anni è Certi angoli segreti. Lo trovo un gran pezzo, che si fa suonare bene e che ai musicisti piace suonare. Tutti i miei gruppi degli ultimi vent’anni lo hanno sempre avuto in repertorio. 

So che sei un lettore vorace, soprattutto di romanzi. L’impressione che ho nell’ascoltarti è quella di avere davanti un narratore, un cantastorie. Forse le storie che leggi entrano in un certo modo nella tua musica? Ho avuto questa fortissima e definitiva impressione all’uscita di «The Song Is You» il disco che avete fatto in duo tu e Fred Hersch. Hersch sembra un autore di short stories e tu un romanziere impressionista e magico.

Continuo a leggere perché mi piace farlo. Sono un lettore onnivoro e purtroppo molto veloce, per cui un libro di cinque o seicento pagine mi dura tre, quattro giorni. Non credo di averli mai messi nella mia musica anche perché quello musicale è un altro tipo di racconto. La logica del racconto è sempre la stessa ma non rientra in quella musicale. L’ispirazione non funziona nello stesso modo. Lo è se devi fare musica per un film. Mi è capitato alcune volte di scrivere musica per un film o uno sceneggiato televisivo e allora in quel caso leggi il copione, la sceneggiatura e ci metti la musica che ti sembra funzionare. Magari un libro che ho letto vent’anni fa influenza cose che scrivo adesso, e neanche me ne accorgo. È tutto trasversale. Per esempio, il trombettista che amo di più è Miles Davis, che ha un senso drammaturgico degli assolo. Racconta con dei tempi pazzeschi, come accade in Stella by Starlight nel disco «My Funny Valentine». Chiaramente non è un racconto romanzato ma musicale, con una sua logica intrinseca. Io sono stato molto influenzato da Miles per questo senso drammaturgico, che credo di avere a mia volta. Invece Chet Baker, un altro musicista che adoro e che, in un certo senso, è stato molto influenzato da Miles, non lo possiede. L’idea di Chet è quella della bellezza. Lui suona una frase più bella dell’altra, in cui magari non c’è un racconto ma una bellezza espressa con una naturalezza incredibile. Anche Miles ha il senso della bellezza, ma in lui prevale la forza drammaturgica. Non so se ci siano altri musicisti ad averla. Sta di fatto che per me alcuni dischi di Miles, che sono quelli che amo di più in tutta la storia della musica e che ascolto spessissimo, rappresentano alcuni dei momenti più alti di tutta la musica del Novecento (e non sto parlando solo del jazz). «Stella by Starlight» è uno di questi momenti, così come «Miles Ahead» e anche «Porgy and Bess». In un certo senso Miles è unico. 

Quando hai cominciato, negli anni Cinquanta, dicevi ai tuoi amici jazzisti che avresti vissuto di musica, e loro ti prendevano per pazzo. Oggi possiamo dire, alla luce della tua carriera, che hai vinto questa scommessa?

Non so chi si è inventato questa cosa, dev’essere stato Gianni Coscia. Lui lo racconta in giro e poi lo dice anche a me! Io magari gli avevo detto che avrei voluto fare il musicista di jazz. A quei tempi l’idea di fare il musicista di jazz era una vera follia. Soprattutto l’idea di vivere di quello. Infatti non lo faceva nessuno. L’unico che lo faceva, all’epoca avevo quattordici o quindici anni, era Nunzio Rotondo perché aveva delle conoscenze, come quella con Piero Piccioni, e aveva condotto un programma in radio. Tutti i musicisti di allora, quelli che avevano dieci, quindici anni più di me, tipo Oscar Valdambrini, Gianni Basso e altri, mica facevano i musicisti di jazz. Erano dei professionisti, suonavano nelle orchestre, alla RAI e poi si ritagliavano gli spazi per suonare jazz. L’idea di vivere di jazz non esisteva proprio. C’è stato un momento nel 1964-1965 in cui gli unici due a vivere di jazz eravamo io e Franco D’Andrea e suonavamo a Roma con Gato Barbieri. Poi c’era Nunzio Rotondo. Tutti gli altri suonavano un po’ ovunque, nelle orchestre, nelle balere, alla RAI. C’erano dei gruppi di musica da ballo molto buoni e in cui suonavano anche bravi jazzisti. Io non volevo fare l’orchestrale professionista ma il musicista di jazz, cosa pressoché impossibile. Poi, con una botta di fortuna, ho incontrato Gato Barbieri e la mia vita ha avuto una svolta decisiva. 

Enrico Rava
Enrico Rava ©Riccardo Musacchio

Sei un musicista molto curioso e ami collaborare a diversi progetti jazzistici ma anche non strettamente tali, dal già citato Hersch ad Alessandro Baricco fino ai Guano Padano che fanno tutt’altra musica. Come riesci ad alimentare questa curiosità che ti permette di spaziare da più parti? 

Mi viene. È il mio modo di vedere la musica e di farla. Funziona in mille situazioni diverse. Ho fatto delle cose anche con Gino Paoli e con Massimo Ranieri, senza forzature ma divertendomi. D’altronde, sempre parlando del musicista che adoro, e cioè Miles, lui in quello era incredibile. Se lo ascolti nel disco di Zucchero – la sua presenza e le sue poche note in quel disco nobilitano una canzone secondo me tutto sommato anonima – ci si chiede cosa diamine c’entri con lui. Invece Miles suona due note e si capisce che c’entra eccome. Oppure in quel disco di Chaka Khan in cui fa interventi incredibili, o nella colonna sonora di Ascensore per il patibolo, per me una delle musiche da film più belle di sempre. Era la prima volta per lui e si è trovato in una situazione che non conosceva, ma ha fatto una cosa in cui era completamente dentro. Anzi, Miles c’entra così tanto che il film lo si ricorda forse più per la musica che per tutto il resto. La musica è talmente bella da rendere importante un film che probabilmente avremmo finito per dimenticare. 

Agli inizi della tua carriera eravate in pochi a suonare la tromba, invece oggi ce ne sono tanti e molto bravi. Quali sono secondo te i trombettisti che rappresentano il futuro di questo strumento nell’ambito della musica jazz in Italia?

I trombettisti sono tanti e bravissimi. A parte i grandi come Paolo Fresu e Fabrizio Bosso, che dal punto di vista tecnico non ha molti rivali nel mondo, c’è per esempio Giovanni Falzone che è fantastico, Luca Aquino, Fulvio Sigurtà, e poi quelli più giovani che sono strepitosi. E non solo i trombettisti. Il panorama jazzistico è pieno di sassofonisti incredibili. Ho avuto come ospite in gruppo un sassofonista come Lorenzo Simoni che è veramente eccezionale, in più è anche originalissimo. Ci sono pianisti e bassisti strepitosi. Ai miei tempi un bassista era un’utopia. Non esistevano. Tant’è che quando stavo a Torino avevamo sì un bassista, ma ci serviva soltanto per le fotografie, perché nelle foto dei gruppi americani c’era sempre uno con il contrabbasso. Avevamo pensato di sostituirgli le corde con quelle di gomma, tanto non si sentiva. I bassisti praticamente non c’erano. Poi è apparso un ragazzo geniale di diciott’anni, ovvero Giovanni Tommaso. Lui è stato il primo grandissimo contrabbassista. Grazie a lui è nata tutta una generazione di bassisti. Quelli che ci sono oggi sono strepitosi. Poi ci sono le donne jazziste. È uno sbocciare di musiciste eccezionali. C’è Evita Polidoro, che suona con me, che è straordinaria. Rosa Brunello al basso, la stessa Sophia Tomelleri al sax, Anaïs Drago al violino. Non voglio fare l’elenco perché poi me ne dimentico qualcuna e non mi piace. È pieno di donne che suonano magnificamente e portano questa cosa meravigliosa che è la femminilità nella musica. Secondo me hanno una marcia in più. C’è un fiorire di musicisti e musiciste in Italia da non credere. Su una rivista che si chiama New York Jazz Record leggevo tre o quattro mesi fa un articolo scritto da un giornalista americano che diceva che oggi l’Italia è il paese jazzisticamente più ricco subito dopo gli Stati Uniti. Sono d’accordo. Non mi viene in mente un’altra nazione con così tanti bravi musicisti. È incredibile. Quando ho cominciato l’Italia era il fanalino di coda dell’Europa. Eravamo il paese con meno musicisti. I grandi jazzisti europei erano gli svedesi, i danesi, i francesi e i tedeschi. Ricordo un articolo di Joachim-Ernst Berendt che diceva che la storia del jazz è piena di grandi musicisti italo-americani ma che in Italia stranamente ce ne sono pochi. Oggi invece è fantastico. Sento questa gente suonare e mi fa stare bene e allo stesso tempo mi chiedo cosa sia successo rispetto al passato. 

Enrico Rava Fearless Five
Enrico Rava Fearless Five ©Riccardo Musacchio

I Fearless Five si sono piazzati al secondo posto in classifica come Formazione italiana dell’anno nel Top Jazz 2025. Lo scorso anno hanno vinto. Come ti è venuta l’idea di fondare il gruppo e mettere insieme musicisti così giovani e bravi?

Adoro i Fearless Five. Sono nati per caso. Avevo un concerto in Romagna con il mio solito quartetto di cui facevano parte Evangelista, Morello e Diodato. Sto parlando di tre anni fa. Evangelista e Morello non potevano, per cui ho pensato di chiamare Evita Polidoro. L’avevo avuta come alunna ai corsi di Siena Jazz un anno prima, mi era piaciuta moltissimo e aspettavo l’occasione per chiamarla. Al posto di Gabriele Evangelista ho chiamato un bassista con cui avevo suonato parecchi anni prima, ovvero Francesco Ponticelli. Quell’anno, a Siena Jazz, avevo avuto un trombonista strepitoso di nome Matteo Paggi. Il concerto si doveva tenere tre o quattro giorni dopo la fine del suo seminario. Così, una volta libero, si è unito al gruppo. La sera del concerto sono nati i Fearless Five. Diodati c’era già, si sono aggiunti Ponticelli, Evita, Matteo e abbiamo suonato per la prima volta insieme. Loro già conoscevano la mia musica perché erano stati ai miei seminari di Siena Jazz. Ci siamo divertiti da matti. Alla fine del concerto ho detto: questo è il mio nuovo gruppo! Da lì in avanti è stato un crescendo empatico senza bisogno di spiegare o fare delle prove. La musica nasce spontaneamente, e lascio molta libertà. Io costruisco una cornice dentro la quale poi ognuno fa e va dove vuole. C’è una fiducia reciproca. Abbiamo realizzato un disco per ECM che sarà pubblicato a fine aprile, e dove suona anche Joe Lovano. Il disco è frutto della collaborazione tra Parco della Musica e ECM. Collaborazione che c’era già stata in passato per l’altro disco che ho fatto con Lovano, «Roma», e prima ancora di quello per «Rava on the Dance Floor». Trovo molto interessante questa sinergia tra etichette discografiche. 

Quando vi esibite dal vivo con i Fearless Five suonate sempre pezzi tuoi o c’è anche un loro contributo compositivo?

Suoniamo tutti pezzi miei, ma per il nuovo disco ho chiesto a ciascuno di loro di portare un proprio brano da registrare. Ce n’è anche uno di Evita, tra l’altro, che è molto bello. I musicisti che suonano nei Fearless Five sono tutti leader in proprio e incidono anche a loro nome. Matteo Paggi ha un paio di progetti bellissimi e lo scorso anno ha vinto il Top Jazz come nuovo talento. Di Evita so che dal suo disco «Nerovivo», realizzato per la Tūk, la RAI ha usato un brano per la sigla di uno sceneggiato. È grazie a loro se continuo ancora a suonare, perché quando siamo tutti sul palco ci sono dei momenti così belli e sereni da farmi stare davvero bene. Alla mia età faccio viaggi incredibili per godermi quell’oretta sul palcoscenico con loro e questo mi ripaga di tutto, soprattutto degli esercizi che devo fare tutti i giorni con questo maledetto strumento. Ira Sullivan, che è stato uno dei pochi (oltre a Benny Carter) a suonare professionalmente tromba e sassofono, e con il quale ho fatto dei concerti, mi diceva che se non toccava per una settimana il sassofono, e poi doveva salire sul palco, suonava meno bene del solito ma se la cavava. Invece, se stava due o tre giorni senza toccare la tromba, a esibirsi in pubblico non ci pensava nemmeno.

Enrico Rava
Enrico Rava ©Roberto Cifarelli

L’Artchipel Orchestra si è aggiudicata la vittoria del Top Jazz 2025 come Formazione dell’Anno. Tu hai suonato con loro al Teatro Civico Roberto de Silva di Rho il 30 novembre del 2024. Che ricordo hai di quella esperienza con un’orchestra che è oramai un punto di riferimento per chi suona e ama un jazz fuori dai confini?

È stato un concerto che mi è piaciuto moltissimo, così come l’orchestra, la musica che fanno e il suonare con loro. È stato facilissimo e naturale in un teatro splendido e con un’acustica meravigliosa. Avrò un concerto con loro nel maggio del 2026. Ho accettato molto volentieri perché mi piace la musica che fanno, come è strutturata e i musicisti che la suonano, per giunta tutti molto bravi. Con l’Artchipel viene tutto naturale, non c’è pressione ed è l’ambiente che io cerco.

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