Juan Hitters è l’autore di alcune delle copertine storiche dietro le quali si è formato l’immaginario musicale degli appassionati. Dopo aver fatto per un po’ lo psicanalista, Hitters ha deciso di rendere concreto il proprio talento per la fotografia, fondando un proprio studio prima a Buenos Aires e poi a Bologna, dove ancora oggi vive. In oltre trent’anni d’attività, ha realizzato oltre duecento copertine di album musicali contemporanei (Deutsche, Naxos, BIS) ed è più che apprezzato in casa ECM. Da Vijay Iyer a Keith Jarrett, molte delle cover della casa tedesca sono sue, come sua è anche l’immagine dell’album «Memories of Home» di John Scofield e Dave Holland, che – già dal primo ascolto – lascia l’impressione di trovarsi di fronte non a un bell’album, ma a un album importante, necessario, destinato a resistere alla furia delle produzioni a ciclo continuo di questi tempi. L’immagine scelta da Hitters, e che descrive meglio di ogni altra parola la musica di due Maestri d’eccellenza, è quella di una rete verde a maglie strette con un piccolo strappo sul terzo centrale di sinistra, che nell’arte fotografica è il punto di minor forza, l’area in cui l’osservazione deve farsi più reattiva. A qualche appassionato di poesia, potrà venire in mente l’estetica delle possibilità esistenziali di Montale («cerca una maglia rotta nella rete», scrive tra gli Ossi di seppia), il varco nel reticolo della realtà per tentare di sfuggire al circuito delle narrazioni già sentite, la traiettoria verso territori non battuti (l’espressione è proprio il titolo di un album di Holland del 2018, «Uncharted Territories»).
È esattamente in quel punto smagliato che entrano le nove perle di «Memories of Home», disegnate dai due miniaturisti che, nell’ultimo mezzo secolo, hanno incrociato le loro strade molte volte. Hanno però scelto la stagione della vecchiaia per concedersi un dialogo composto e fantasioso, ispirati quasi dal detto popolare per cui «il passato è un’ombra che segue, ma non guida». Registrato nell’agosto del 2024 a New York, questo album raccoglie l’esperienza maturata nei tanti live insieme in giro per il mondo negli ultimi anni; chi ha assistito a più di una loro esibizione in duo, avrà notato quanto l’emotività e il contesto di ogni performance ne influenzasse il mood, rendendo straordinariamente luminosa la qualità maggiore del jazz: la mutevolezza del dialogo e l’esercizio del variare al variare del percorso semantico scelto. «Sinceramente», dice Scofield, «non mi ricordo come e quando abbiamo discusso per la prima volta l’idea di suonare insieme. È stato un po’ di tempo fa e avevamo programmato un tour molto lungo, ma poi c’è stata la pandemia nel 2020 ed è saltato tutto. L’abbiamo intrapreso alla fine dell’anno successivo e ha funzionato molto bene, eravamo contenti. Abbiamo ripetuto questa esperienza nel 2024 e ci è apparso evidente che registrare fosse la conclusione naturale. Il disco, come anche i concerti, propone brani scritti da entrambi, alcuni nuovi e alcuni più vecchi. D’altronde condividiamo decadi di comuni riferimenti musicali; la cosa più interessante, credo, è proprio far funzionare questa collaborazione partendo dalle similitudini e dalle differenze nei nostri approcci».
Nei decenni ricordati dal chitarrista di Dayton non c’è solo la comune esperienza con Miles Davis (in momenti differenti), ma anche il lavoro al fianco di Herbie Hancock (in «The New Standards» del 1996 si ritrovano nell’arrangiamento di Scarborough Fair), Joe Henderson e quel supergruppo che diede vita all’album «ScoLoHoFo (2003, Blue Note) con Joe Lovano e Al Foster. Non sarebbe del tutto corretto dire che, a 75 (Scofield) e 80 (Holland) primavere, si divertono come bambini, ma dei bambini preservano la disponibilità all’incanto, in una conversazione fitta che in più di un punto si colora di inesprimibile malinconia, di una dolenzia d’anima esorcizzata attraverso la bellezza del fatto musicale.
La produzione ECM consente a entrambi di tornare in un porto sicuro e senza vento, dove Scofield ha registrato alcuni dei suoi album recenti più ispirati («Swallow Tales», «Uncle John’s Band», «John Scofield») e Holland ha lasciato la sua pietra miliare nel 1972 con «Conference of the Birds» insieme ad Anthony Braxton, Barry Altschul e Sam Rivers, tornando e ritornando poi molte volte a confrontarsi con Eicher. Di questo album, ma non solo, MJ ha parlato con John Scofield, impegolato tra una data e l’altra di un lungo tour in trio e quartetto, ma ben lieto di tornare a raccontarsi a lettori e appassionati.

Bentornato, John, sul nostro giornale: e grazie. Sei nel pieno di questo nuovo tour, Route 73, con un quartetto incredibile e da poche settimane ascoltiamo questo magnifico «Memories of Home». Come cambia il tuo ruolo nelle diverse formazioni?
Contento di essere di nuovo qui! Sai, il fatto è che suonare bene è sempre e comunque una sfida; naturalmente nel duo c’è un grado di responsabilità maggiore rispetto a un trio o a un quartetto. Ma la verità è che mi piace molto trovarmi in contesti diversi, mi dà una grande carica affrontarne le specificità e quindi, alla fine, c’è solo la pura gioia, non potrei dire che una è più complicata di un’altra. La cosa che fa la differenza non è il tipo di formazione, ma la qualità dei musicisti e le persone con le quali suono posso solo dirle fantastiche.
Partiamo dal titolo di questo nuovo album ECM con Dave Holland, che è piuttosto evocativo e parrebbe alludere alle radici sia musicali sia personali con una venatura di nostalgia.
C’è un po’ di tutto questo. Il titolo viene dal brano omonimo che ha scritto Dave e la sonorità complessiva di quella composizione è un po’ britannica, lui è nato lì e quel feeling attraversa la musica, quindi non è stato difficile individuarla come titolo, perché abbiamo pensato si adattasse bene a ciascun brano dell’album. Ma forse c’è qualcosa in più. Quando suoni jazz, come facciamo noi, devi entrare completamente dentro la musica: «abitandola» puoi esprimerti compiutamente, e questa per noi è «casa»! È la casa che conosciamo meglio e nella quale si è svolta la maggior parte delle nostre esperienze musicali… Cosa poteva descrivere meglio l’album?
«Memories of Home» è stata come una boccata d’aria fresca, nel senso che contrasta la continua e progressiva perdita della complessità, qui c’è il piacere di costruire diversi strati dell’ascolto e di voler andare al fondo della capacità di dialogo.
Probabilmente è come dici. Vero è che la soglia dell’attenzione delle persone si sta accorciando, è una specie di memoria breve; naturalmente il fenomeno dei social media ha raccolto e spinto questa tendenza, perché tutte le volte che vai su YouTube o altrove vedi video che durano dieci secondi e si ha la presunzione di pensare che quel brevissimo tempo abbia un qualunque significato. Questo riguarda soprattutto il jazz; cosa puoi esprimere in pochi secondi? Non c’è modo di esprimere nulla; perché le cose accadano in musica, hai bisogno di avere spazi adeguati e se tenti di rattrappire il jazz in una clip breve, probabilmente non funzionerà. Non voglio assolutizzare, per carità, ma certamente la musica che suoniamo, per esempio con Dave, ha bisogno di crescere, l’improvvisazione richiede un tempo che è certamente più lungo di un reel o di dieci secondi su TikTok. È una storia, e una storia deve essere raccontata per bene.

C’è qualcosa, nel vostro percorso, che a mio parere vi accomuna: una sempre più acuita ricerca del lirismo. È qualcosa su cui hai dovuto lavorare?
Sono contento se arriva. Sai, quello che da bambino mi attraeva più della musica era proprio la sua capacità lirica, questo amavo delle canzoni insieme al ritmo. E allora piano piano impari a come suonare, e ascoltando i vari livelli del discorso musicale hai voglia di approfondire sempre di più quegli aspetti, entrarci dentro. Quando suoni, all’inizio, vuoi coprire un po’ tutti gli aspetti, riuscire a dire più cose possibili: ma a un certo punto ho sentito che dovevo fare un passo indietro, non chiedere sempre tutto bensì lasciare che il lirismo venisse fuori, dargli lo spazio sufficiente per non rattrappire l’improvvisazione a note tecnicamente disposte sulle scale. Non bisogna suonare più del necessario, questo è quello che penso oggi; bisogna invece lasciar venire fuori qualche buona melodia.
Con Dave Holland vi conoscete da moltissimo tempo: come è cambiato il vostro rapporto umano e professionale nel corso degli anni?
È vero, ho suonato con Dave in tante situazioni diverse, ma conosci davvero qualcuno quando suoni in duo, è il modo migliore per capire come si è fatti e, fortunatamente, abbiamo trovato modo nella vita di sperimentarlo prima di registrare questo disco. Avevamo programmato un bel tour e tante date interessanti e avevamo bisogno di utilizzare questo tempo per imparare meglio, l’uno dall’altro, il modo di pensare, di suonare, cosa fare e come tirare fuori il meglio delle nostre possibilità per completarci. Questo puoi ottenerlo solo suonando tanto insieme e devo dire che è stata un’esperienza meravigliosa suonare con lui. La cosa che mi affascinava era che sentivo che mi sarebbe venuto facile entrare in contatto con il suo modo di suonare e che non avremmo insieme avuto bisogno di un batterista che ci desse il tempo e neanche di un pianista che suonasse gli accordi. Dave suona in un modo talmente chiaro che suonare in duo con lui è la situazione perfetta …
Non ti è mancato Bill Stewart?
(ride, ndr) Sarebbe stato bellissimo se fosse stato lì, ma no, stavolta non ne avevamo bisogno, pur amandolo entrambi moltissimo.
Nei tuoi titoli ricorre spesso il riferimento ironico all’età: Uncle John, Route 73, Country for Old Men, Memories of Home … che significato dai al tempo che passa?
Sai che non ci avevo pensato? In effetti, detta così, sembra che sia ossessionato dalla vecchiaia … in realtà sono semplicemente felice di esserci, di essere in buona salute e di poter continuare a viaggiare, a lavorare, a suonare perché è questo quello che amo fare; spero anche di continuare così per lungo tempo, perché ho un mucchio di strada da fare ancora. Devo anche dirti che, invecchiando, ho scoperto di avere qualche qualità in più, di riuscire a lavorare davvero sulla musica, di poter migliorare molto e, magari mi si prenderà per pazzo, ma spero proprio di riuscire a continuare per tanto, tanto tempo!

Magnifica notizia sotto ogni punto di vista! Soprattutto l’idea della perfettibilità nonostante l’eccellenza. A proposito di questo, come si riesce dopo cinque decenni sui palchi a non suonare il già suonato, sapere in anticipo come si risponderà ad una situazione tutto sommato nota?
Bella domanda. In primo luogo, devi essere molto attento e molto concentrato per evitarlo. Devi evitare che qualcuno dica o pensi: quel tipo porta le dita a fare una passeggiata. Devi badare al fatto di non tornare sulle solite vecchie cose e non attivare mai, come pure potresti, il pilota automatico. Il rischio di ri-suonarsi c’è ed è il grande nemico, capita a tutti, quindi anche a me. Quando ascolto qualcosa di mio, mi succede di irritarmi: «Oddio, no, un’altra volta? E dai, John!»
Nelle note al disco, hai scritto delle affinità e delle differenze nell’approccio al materiale musicale tra te e Dave. A cosa ti riferivi più esattamente?
Be’, la prima affinità è che entrambi amiamo il jazz e musicalmente abbiamo lo stesso background e grazie a questo possiamo più facilmente suonare insieme. C’è una qualche differenza ed è ciò che mi aiuta ad imparare. Partiamo dal fatto che Dave viene dal Regno Unito e ha iniziato poco prima di me. Siccome il jazz cambia in fretta, quei quattro o cinque anni di esperienza in più hanno fatto in modo che si percepisse meglio come lui veniva dal «vero jazz», dagli anni Sessanta e con uno sguardo più panoramico. Io ho iniziato con il rock! Quando avevo sedici anni c’erano Hendrix, i Cream, Clapton, i Beatles. Quando Dave aveva sedici anni era un po’ diverso… il jazz era ancora il re della musica ascoltata e questo gli ha consentito di suonare con i grandi musicisti più anziani. Questa differente formazione mi ha consentito di imparare da lui; il jazz venuto prima di me è la musica che amo e lui aveva, come dire, una prospettiva un po’ più ravvicinata del fenomeno .
Restando sulle qualità del jazz, Herbie Hancock, con il quale entrambi avete suonato nei suoi New Standards, è anche ambasciatore mondiale dei valori di questa musica, della peculiare capacità di portare pace per saper creare dinamiche di ascolto reciproco e legami forti.
Quello che penso è che tutti sono creativi perché l’essere umano è creativo, artistico; chiunque abbia la possibilità di avvicinarsi al jazz può assistere a questa meravigliosa evoluzione della spontaneità. Il motivo è che il jazz è iniziato quando c’è stata la possibilità tecnologica di registrare e la gente si è accorta che poteva suonare o cantare in modo spontaneo, è qualcosa che avviene in modo naturale in ciascuno. La musica classica non può fare esattamente lo stesso; in un certo senso anche i musicisti classici improvvisano e svolgono una funzione creativa, ma non possono confrontarsi reciprocamente con la spontaneità, perché hanno delle note scritte (che è il modo in cui la musica fino ad allora era esistita). Poi è arrivato il jazz, che è qualcosa di un po’ più complicato della musica popolare, ma le persone l’hanno amato, perché ha toccato il lato creativo che tutti abbiamo, è un fatto naturale, come la condivisione della bellezza.

Pur non essendo strettamente raccontabile a parole, connotiamo spesso il jazz con parole come interplay, groove, swing, drive… È qualcosa su cui si può lavorare o è un fatto naturale?
Altro che, se ci puoi lavorare! Quando inizi a suonare, ti sembra che il groove sia qualcosa di pronto e impacchettato da riprodurre, e invece richiede molta cura. Poi, a un certo punto, quando inizi ad esibirti, finisci per incontrare qualcuno che ha davvero un groove molto denso e uno di questi è Dave, è una delle ragioni per cui è così amato, ti riesce portare a un altro livello. Quando il suo basso suona, sembra che ci sia un’intera band, ma è solo una persona… pazzesco! Pensa alle sue sedute con il mio amico e mentore Jack DeJohnette (la sua perdita è stata davvero un colpo duro) non importava quante complicate potessero essere le cose suonate da Jack, quanto virassero sul free: Dave era sempre lì. Ecco perché bisogna sempre lavorare sul senso del groove. Quando ero ragazzo mi sono reso conto che su quell’aspetto mi mancava qualcosa rispetto agli altri musicisti con cui mi trovavo a suonare.
Mi è capitato recentemente di incontrare Manfred Eicher, che ha sottolineato quanto per lui le dinamiche siano centrali nella musica. Sei d’accordo con lui?
Assolutamente sì! Le dinamiche sono tutto… A volte i giovani musicisti se ne dimenticano, perché magari stanno imparando a suonare correttamente tutte le note disponibili; attraverso le dinamiche puoi raccontare delle storie e le storie sono quelle che contraddistinguono la musica jazz, altrimenti è solo un mucchio di note sparse per far sentire quanto sei bravo.
In questo «Memories of Home» torna, con il duo, la difficoltà di fare musica con due strumenti a corda, l’effetto finale sembra quasi uno strumento unico con un range più ampio.
Sono d’accordo. La sfida è che nessuno dei due ha il sustain [la prosecuzione del suono nel tempo, ndr], non c’è possibilità di respirare e staccare; e così abbiamo provato a incorporare il suono uno nell’altro, non per fare un po’ di note carine… Se trovi una buona sincronia, e credo che io e Dave l’abbiamo trovata, allora il risultato è simile a una band al completo. Se al posto della chitarra ci fosse stato un sassofono, non sarebbe stato lo stesso; è il modo di suonare gli accordi mentre Dave improvvisa e viceversa il sostegno che mi concede quando è il mio turno, poi arriva il momento in cui suoniamo entrambi. Tutto diventa un circuito di possibilità, di cose che possiamo sperimentare, di strade che si aprono.

Te lo chiedo anche un po’ per gioco: credi che a Miles Davis sarebbe piaciuto questo album?
Wow! Dunque, Miles è sempre con me e so per certo che è sempre anche con Dave; siamo stati fortunatissimi a fare quell’esperienza. Non so, spero proprio che gli sarebbe piaciuto, anche se lui era piuttosto imprevedibile; c’era musica secondo noi molto buona e lui la smontava come una porcheria, erano i suoi blindfold tests. Credo, comunque, che ci apprezzasse come musicisti, e probabilmente questo lavoro gli sarebbe piaciuto.
Tenderei ad esserne sicuro… Ma c’è qualcosa che ancora ti piacerebbe scoprire della chitarra?
Un mucchio di cose! Vorrei continuare a imparare finché si può, vorrei continuare a suonare e ad esercitarmi in modo da non lasciar nulla indietro. Continuo a lavorare sullo stesso materiale tecnico che mi porto dietro da una vita e capita spesso che all’improvviso, quando non me lo aspetto, riesco a fare cose che avevo provato per anni. Non è solo una questione di velocità, è proprio il fatto di utilizzare aspetti della chitarra che non avevo considerato prima. Per esempio, suonare più accordi, ho bisogno di farlo, perché sono un chitarrista molto «lineare» e voglio lavorare su questo fronte, perché è una delle cose più belle di questo strumento. In conclusione, non sento mai di essere a corto di idee, perché ho tanto su cui lavorare e ho chiaro in mente cosa voglio fare, mi capita ogni mattina che mi alzo e imbraccio il mio strumento.
Credo tu abbia portato a livello eccelsi il legato, per esempio.
Ti ringrazio! In effetti ho lavorato molto sul legato, mi fa piacere sapere che si senta. Non è mica semplice suonarlo bene; il fatto è che spesso devi compensare e ribaltare il limite in una virtù: se suono legato è perché non riesco a plettrare ogni nota, non sono così veloce con la destra.Una cosa del genere si ascoltava da Jim Hall, John Abercrombie e Mick Goodrick, che suonavano il miglior legato sulla piazza!
Per concludere, mi piacerebbe una tua opinione sul giornalismo musicale e se credi che abbia conservato il suo senso.
Non lo dico per qualche forma di piaggeria, ma credo che chi scrive di jazz abbia un ruolo fondamentale e che non sia per niente facile. Alla fine, la maggior parte delle cose che ho imparato da ragazzo è venuta sì dal leggere le copertine dei dischi, ma anche dagli articoli sul New York Times o sul Village Voice. La mia opinione è che per chi, come me o i lettori di MJ, ama la musica, c’è sempre la voglia di saperne di più, di avere informazioni aggiuntive. E poi sono convinto anche del fatto che in buona parte noi musicisti non ci saremmo senza i giornalisti di jazz, che aiutano a tenere la musica viva. Magari possono esistere dei limiti editoriali di spazio, non c’è sempre la possibilità di scrivere di jazz e allora finirai per scrivere un gran libro su ciò che ami. Chi scrive e chi suona è legato dalla stessa fiamma, dallo stesso amore.