Dexter & Maxine Gordon

Il premio per l’inedito storico dell’anno va all’album del concerto genovese di Dexter Gordon. Ne parliamo con Maxine, moglie e biografa del sassofonista

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L’estate del 1981 fu una stagione importante per Genova e per la sua comunità jazzistica perché, dopo un anno di sospensione, il Comune – in collaborazione con l’Ente di Decentramento Culturale e con l’Ellington Club – rilanciò a Villa Imperiale il Festival Estate Jazz. In questo modo la città si riallineava, almeno per l’estate, ai modelli dei festival jazz europei, puntando su un cartellone che ospitava grandi nomi internazionali. Il festival faceva parte di un più ampio progetto di ripresa dell’attività jazzistica nel capoluogo ligure. Il parterre degli artisti coinvolti fu di alto profilo: il 6 luglio fu di scena il quartetto di Art Pepper (con George Cables al pianoforte, David Williams al contrabbasso e Carl Burnett alla batteria), uno dei migliori gruppi dell’ultimo periodo del sassofonista (che scomparve l’anno dopo); la chiusura, l’8 luglio, fu affidata al duo Franco D’Andrea-Gianluigi Trovesi e a un quintetto guidato da Lee Konitz, in cui spiccavano le presenze del trombettista Art Farmer e del batterista Shelly Manne, e completato da Ross Tompkins al pianoforte e da Milt Hinton al contrabbasso. Ma per la storia che stiamo per raccontare fu martedì 7 luglio ad assumere una notevole importanza perché su quel palco si esibì prima il quintetto di Woody Shaw (con Steve Turre al trombone, Mulgrew Miller al pianoforte, Stafford James al contrabbasso e Tony Reedus alla batteria) e poi il quartetto di Dexter Gordon con Kirk Lightsey al pianoforte, David Eubanks al contrabbasso e Eddie Gladden alla batteria. Il celebre tenorista era abituato a calcare i palchi europei: come tutti sanno, aveva vissuto nel Vecchio Continente per circa quindici anni, facendo dapprima la spola tra Parigi e Copenaghen e ritornando definitivamente nel 1976 a New York dove rilanciò la sua carriera con un quartetto completato da George Cables al pianoforte, Rufus Reid al contrabbasso e ancora Gladden alla batteria. Fu questo il gruppo con cui Gordon incise «Manhattan Symphonie» nel 1978 per la Columbia, la stessa etichetta che due anni prima (al suo ritorno negli USA) avveva pubblicato l’oggi celebre «Homecoming: Live at the Village Vanguard» con Woody Shaw alla tromba, Ronnie Mathews al pianoforte, Stafford James al contrabbasso e Louis Hayes alla batteria, e «Sophisticated Giant» (titolo che ha ispirato la moglie Maxine nell’intitolare la biografia del sassofonista, della quale abbiamo abbondantemente scritto su queste pagine anni fa) con una big band di undici elementi tra i quali spiccano i nomi di Shaw e Benny Bailey alla tromba, Slide Hampton al trombone e Bobby Hutcherson al vibrafono. 

Angelo Mastronardi, che con la GleAm Records sta facendo un ottimo lavoro grazie a proposte che si muovono in bilico tra tradizione e modernità, ha avuto l’idea di contattare Maxine Gordon e il figlio Woody Louis Armstrong Shaw III e chiedere loro il placet per occuparsi della pubblicazione della registrazione di quel concerto a Genova, finora inedita e oggi intitolata «More Than You Know». Un disco importante non solo dal punto di vista storico ma anche, e soprattutto, per la qualità della musica che vi è incisa. Ne abbiamo parlato con la signora Gordon. 

Dexter Gordon

Maxine Gordon, come tutti sanno Dexter trascorse in Europa un periodo di circa quindici anni vivendo e suonando tra Parigi e Copenaghen. Fece ritorno negli Stati Uniti nel 1976 e sbancò New York e il Village Vanguard fondando poi una band che chiamò Homecoming. Cosa rappresenta questa band oggi, non solo nella storia del jazz ma nel modo in cui Dexter riaffermò la sua identità artistica dopo gli anni passati in Europa?

Bella domanda. Ti sento informato. È esatto, Dexter ha vissuto in Europa dal 1962 al 1975, a Copenaghen. Quando ritornò in America la sua esigenza era quella di avere una band di riferimento con la quale proporre la musica che aveva suonato in Europa, dove riteneva di aver fatto dei notevoli passi in avanti in termini di suono e di creatività. Le sue idee in Europa si erano ampliate e il ritorno a casa fu davvero importante per lui anche perché firmò un contratto con la Columbia che in quegli anni era una casa discografica molto rinomata. La registrazione al Village Vanguard rappresentò l’inizio di un cambiamento che avvenne proprio grazie alla realizzazione di quel live e al rapporto che ebbe con la Columbia, il cui staff dirigenziale lo aiutò moltissimo a riprendere in mano le redini della propria vita musicale. In quel concerto suonò con musicisti che stimava molto, Louis Hayes, Ronnie Mathews, Stafford James e Woody Shaw. Fu quest’ultimo a fargli conoscere in California Eddie Gladden e George Cables, con i quali formò un quartetto che chiamò Homecoming e che rimase stabile per due o tre anni. Ricordo che quando parlava di loro pensava di aver trovato dei musicisti che non suonavano singolarmente ma al servizio della musica. Ricordo le sue parole: «Non siamo quattro musicisti, siamo un tutt’uno». Era quello che voleva dalla musica: un suono che fosse riconoscibile, come quello che aveva registrato nell’album per la Blue Note intitolato «Our Man in Paris». E fu il suono che lo traghettò fino a ’Round Midnight, un film che come sai ebbe un forte impatto sulla sua vita e del quale dovremmo parlare.

Mi permetto di ricordarti che ne abbiamo già parlato abbondantemente in una intervista che abbiamo fatto qualche anno fa, ma ci torneremo su. Vorrei per ora continuare a parlare del periodo Columbia di tuo marito, spesso letto come una sorta di consacrazione definitiva. Quali scelte artistiche e condizioni umane hanno permesso a Dexter di fare in quegli anni una musica così matura e, nello stesso tempo, così aperta?
Dex aveva un bellissimo rapporto con il produttore Michael Cuscuna, con cui trascorreva un sacco di tempo parlando del più e del meno e ascoltando musica. Si confrontavano in continuazione. Sulla musica ovviamente, ma io aggiungerei su qualsiasi cosa. Dexter in quel periodo era immerso nella musica, la ascoltava da mattina a sera, anche mentre era in tour. Era la sua maniera per prepararsi a registrare. Si sentiva molto in sintonia con il resto della band, in particolare con George con il quale parlava poco ma si capiva all’istante quando si doveva suonare, mentre con Eddie si confrontava in continuazione sui tempi da utilizzare e su cosa fosse funzionale dal punto di vista ritmico alla realizzazione della loro musica. La sua priorità era il tempo da usare nei brani che suonavano. Ascoltava Billie Holiday, Lester Young. In continuazione. Ascoltava quelli che lui riteneva fossero i giganti del jazz, che lo ispiravano e gli permettevano di mettere insieme le sue idee.

Quel quartetto – abbiamo parlato di George Cables e di Eddie Gladden ma dobbiamo necessariamente citare Rufus Reid al contrabbasso – è stato un laboratorio creativo straordinario. Che cosa rendeva unico il suo modo di lavorare con quei musicisti costruendo un suono che era, allo stesso tempo, classico e in continua evoluzione?
Dexter era nato nel 1923, ha suonato con Louis Armstrong, nella band di Billy Eckstine, era un musicista con una storia molto importante che lo rendeva molto sicuro di sé. Però non smetteva mai di guardare in avanti: studiava in continuazione, tutti i giorni, ascoltava gli altri ma non con superficialità, era molto profondo. Uno dei suoi miti era John Coltrane, era un suo fan. Gli piaceva anche Miles, ma Coltrane era in cima alle sue preferenze e lo ha sempre seguito anche quando la critica dell’epoca gli ha voltato le spalle durante la sua svolta mistica e spirituale. Seguiva anche Sun Ra, era in continuazione con le orecchie aperte. Non si chiudeva nella sua musica ma ascoltava, e molto, anche quello che facevano gli altri, anche quelli apparentemente distanti da lui. Potrai capire come questo suo background abbia influenzato i musicisti del suo quartetto. Dexter era cresciuto in California con la trombonista Melba Liston, che aveva avuto una forte influenza su di lui e lo stimolava in continuazione: l’assiduo consiglio di Melba – fare pratica ogni giorno – Dexter non lo ha mai dimenticato, anche se all’inizio gli ha reso la vita un po’ difficile. Un altro che lo stimolava in quel senso era Ben Webster: Dexter diceva che non c’era nessuno che poteva suonare una ballad allo stesso modo di Ben. Ricordo una cosa molto carina. Mi diceva: «Quando suona Ben, la gente piange: ma non succede quando suono io». Stiamo parlando di un musicista – e di un uomo – umile e geniale nello stesso tempo, pronto ad ascoltare tutti e a farlo al servizio di una sola cosa: la musica. Credo di aver risposto alla tua domanda: Dexter fu di esempio per i musicisti di quel quartetto ma senza supponenza, semplicemente con il suo modo di suonare e di vivere la musica.

Dexter e Maxine Gordon

Veniamo adesso a ’Round Midnight. Dexter è stato il protagonista del film di Bertrand Tavernier. Ma a parte questo, cosa ha rappresentato quel brano per lui?
Lo ha sempre suonato. E da molto prima che Tavernier avesse l’idea di realizzare quel film. Come sai Dexter ha vinto un sacco di premi per quel film, ha avuto anche una nomination per l’Oscar come migliore attore protagonista. Ovviamente dopo il film era uno dei brani che suonava in pubblico in continuazione, con Bobby Hutcherson, Cedar Walton, Billy Higgins. Ricordo un episodio a Strasburgo, in Francia, che voglio raccontarti: Dexter stava suonando ‘Round Midnight in un concerto che apriva per la band di Dizzy Gillespie che in quel momento era tra il pubblico. Dizzy lo redarguì dicendogli che aveva sbagliato. Dexter incredulo gli fece notare che non era possibile, quel pezzo lo suonava quasi tutte le sere, e in quel modo. Allora Dizzy lo prese in disparte e in una stanza con un pianoforte gli fece sentire l’intro di ‘Round Midnight affermando che aveva aiutato Monk a realizzare quella introduzione. Dexter, secondo Dizzy commetteva lo stesso errore di Miles Davis che non suonava quella introduzione. Dexter assorbì il colpo, si scusò con Dizzy rimproverandolo sul fatto che avrebbe dovuto dirglielo prima e ristudiò l’arrangiamento del brano secondo i suggerimenti del trombettista. Da quel momento la versione di Dexter di ‘Round Midnight fu sempre suonata in quel modo.

Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario del film: quali ricordi personali leghi a quel periodo? E come pensi che ‘Round Midnight parli ancora alle nuove generazioni di musicisti e cineasti?
Ricordo molte cose. Quando ho chiesto a Dexter di far parte del cast del film per esempio, ricordo le discussioni che avemmo sulla sceneggiatura, ricordo che Dexter avrebbe voluto al suo fianco Billy Higgins e Bobby Hutcherson, che avrebbe voluto Wayne Shorter, ricordo che avrebbe voluto registrare tutta la musica dal vivo, secondo lui la condizione essenziale per realizzare un vero film sul jazz. Il grande impatto di quel film è stata la sua musica. C’è poco da dire. E comunque va detto che Bertrand Tavernier è riuscito a realizzare quello che aveva in mente: una poesia. Credo che quel film davvero rappresenti il jazz e faccia capire cosa significhi essere e diventare un jazzista. C’è una versione Blu-Ray del film in cui è stato restaurato il suono. Davvero di ottimo livello. Spero che sia possibile vederlo in Italia in occasione di questo anniversario. Dexter era molto legato al vostro paese.

Il tuo libro, Sophisticated Giant, è ormai un punto di riferimento per comprendere la vita e il lavoro di Dexter Gordon. C’è un aspetto della sua vita che i lettori hanno scoperto grazie al libro e che secondo te continua ancora oggi a essere frainteso o poco noto?
L’hai letto in inglese o in italiano?

In italiano.
Come hai trovato la traduzione?

Dexter Gordon

Ottimo lavoro… L’ha fatta Francesco Martinelli e, non so se ricordi, ne abbiamo già parlato in un’altra intervista fatta circa tre anni fa per questa rivista…
All’epoca io e Francesco siamo andati in giro per presentarlo… A Bologna, a Siena, a Firenze. Ricordo di essermi molto divertita. Vorrei ritornare e fare la stessa cosa per l’anniversario del film. Per rispondere alla tua domanda credo che ci siano diversi momenti della vita di Dexter che i lettori non conoscono e che sono descritti nel libro. Sai, fu Dexter a iniziare a scrivere quel libro, dicendomi: «Se non faccio in tempo a finirlo, ci penserai tu». All’inizio presi questa sua richiesta alla leggera pensando che non sarebbe stato necessario. Invece poi è successo che l’ho fatto davvero e mi è piaciuto un sacco, amo fare ricerche storiche. E l’ho fatto anche perché non conoscevo la sua storia dal 1923 ma solo dal 1975. È stato interessante, per me, conoscere la storia della famiglia Gordon prima della nascita di Dexter. Il libro, come sai, non ha un ordine cronologico e non è scritto secondo una concatenazione consequenziale degli avvenimenti. Si può leggere anche in maniera casuale, e si riescono lo stesso ad apprezzare le sfumature della personalità di Dexter.

Guardando al futuro: quali sono i progetti, le uscite o le iniziative che considera essenziali per mantenere viva e attuale l’eredità di Dexter Gordon, soprattutto in un panorama musicale che cambia rapidamente?
Puoi ascoltare la musica di Dexter e non annoiarti mai, a mio avviso. Puoi sentire i suoi primi dischi, quelli degli anni Quaranta per esempio. Dexter è il classico musicista che si racconta attraverso la sua musica, la sua storia la si apprende ascoltando i suoi dischi. E questo si può fare come nel libro: senza un ordine preciso. Puoi ascoltare prima i dischi incisi per la Columbia e poi quelli per la Blue Note o viceversa. Il nostro intento è pubblicare materiale inedito se c’è la possibilità, come è successo per «More Than You Know» uscito ora per la GleAm. Abbiamo registrazioni dal vivo realizzate in tutto il mondo. Speriamo di poter pubblicare quelle più interessanti… Non credo che Cuscuna sarebbe stato d’accordo, visto che a lui piaceva di più registrare in studio. Il nostro desiderio è quello di far ascoltare la musica di Dexter ai giovani, e crediamo che le nostre registrazioni live possano servire a questo.

Tu e Dexter avete avuto un rapporto speciale con l’Italia. In che modo il nostro paese ha influito sulla vostra vita, sulla sua ricerca e sulla percezione internazionale della sua opera? E come si inserisce «More Than You Know» in questa storia di legami culturali?
La musica contenuta nel disco è stata registrata a Genova nel 1981. Con Dexter c’erano Kirk Lightsey al pianoforte, David Eubanks al contrabbasso e Eddie Gladden alla batteria con il quale aveva un rapporto particolare, come ti ho detto, perché lo riteneva un elemento essenziale per lo sviluppo ritmico dei suoi brani. Io facevo la road manager quando l’ho incontrato e l’Italia era una delle nostre mete preferite: Perugia, Bologna, Sicilia, eravamo in ottimi rapporti con Alberto Alberti, un organizzatore molto noto dalle vostre parti in quel periodo e con il quale ho avuto frequenti rapporti di lavoro. Dexter era molto benvoluto in Italia, come sai, il pubblico era caloroso, entusiasta, positivo. Il cibo, poi… non ne parliamo. Amo l’Italia. E anche Dexter l’amava. Ricordo il Music Inn di Pepito Pignatelli dove Dexter ha suonato un sacco di volte: diceva che gli spaghetti che aveva mangiato in quel club a mezzanotte erano la cosa più bella che gli fosse capitata. E poi gli piaceva il fatto che da voi tutto era estremamente rilassato. Non aveva mai apprezzato i ritmi stressanti degli USA.

Dexter Gordon at the Blue Note

Come ti è capitato di entrare in contatto con Angelo Mastronardi della Gleam Records?
È stato lui a mettersi in contatto con noi, in particolare con mio figlio Woody che si occupa della distribuzione, delle registrazioni e delle royalties della musica di Dexter. Sono subito andati d’accordo e il disco adesso è sul mercato. Angelo ci sembra un’ottima persona, è stato bello lavorare con lui.

Noi abbiamo già parlato circa tre anni fa quando fu pubblicata in Italia la traduzione del tuo Sophisticated Giant. In quella occasione mi dicesti di stare scrivendo un altro libro, stavolta dedicato alle vite di quattro importanti donne del jazz: le cantanti Maxine Sullivan e Velma Middleton, la trombonista Melba Liston e l’organista Shirley Scott. Hai poi finito di scrivere quel libro?
(… sorride) Non l’ho ancora terminato, credo che lo finirò nei prossimi mesi. Ho avuto delle complicazioni legate ad alcune informazioni che non mi sembravano corrette. Ma giuro che finirò di scriverlo.

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