Di seguito l’estratto dell’intervista che sarà pubblicata prossimamente sulla rivista Musica Jazz.
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Come nasce la tua passione per il jazz e per la tromba?
Nasce in modo del tutto imprevisto. Fino a quasi diciotto anni non avevo mai studiato uno strumento. A una festa suonava un gruppo di musicisti e, quasi istintivamente, fui attratto dalla tromba. Chiesi a un amico se potevo provarla e da lì è cambiato tutto, è diventata la mia vita. Mi sono iscritto in Conservatorio, mi sono diplomato in soli quattro anni e subito dopo sono entrato in orchestra, ho lavorato con diverse compagini sinfoniche e liriche. Scoprii di avere un talento che non sapevo di possedere e questo ha completamente cambiato il mio percorso di vita. Dopo gli studi classici sono diventato professore d’orchestra, collaborando prima come esterno e poi stabilmente con l’Orchestra Sinfonica di Milano. Ma già allora sentivo una forte attrazione verso la musica creativa.
Come nasce, invece, l’esigenza di iniziare a scrivere musica propria?
La scrittura è arrivata come una necessità naturale. Mi sono reso conto del bisogno di far convivere tutto quello che avevo assorbito, la disciplina orchestrale, la musica del Novecento, il jazz, l’improvvisazione. All’inizio erano tentativi istintivi, poi sempre più consapevoli. Ho capito che la composizione non era un elemento separato dall’improvvisazione, ma il suo prolungamento naturale. È da lì che nasce, nel tempo, anche la mia attenzione per l’album come progetto unitario, come racconto, e non come semplice raccolta di brani.
Il primo appuntamento del nuovo anno è stato il 23 gennaio al Teatro di Corte della Reggia di Monza con il debutto della Giovanni Falzone Libera Band, la nuova formazione che segna anche l’inizio di un nuovo percorso collettivo, composta dai giovani e talentuosi Raffaele Fiengo (sax alto), Massimiliano Cameroni (pianoforte), Giuseppe La Grutta (basso elettrico) e Riccardo Marchese (batteria). A Monza il debutto in anterima assoluta. Quale idea musicale ti ha guidato nella costruzione di Suite for Miles, il tuo nuovo progetto discografico?
Suite for Miles sarà pubblicato prossimamente da Tuk Music. Paolo Fresu mi ha invitato al festival che dirige, Time in Jazz 2026, chiedendomi un omaggio speciale a Miles Davis in occasione del centenario. All’inizio ero molto titubante. Miles è un gigante che ha attraversato cinque epoche del jazz. Poi ho capito che potevo farlo solo alla mia maniera, senza scimmiottamenti, mantenendo la mia identità musicale. Prima di accettare un progetto devo sentire che rientra nella mia idea di musica creativa. L’album nasce come una suite continua, in cui brani di Miles e composizioni originali dialogano senza soluzione di continuità, cercando una coerenza timbrica e narrativa. Ho cercato di elaborare alcuni frammenti tematici, derivati dai brani di Miles Davis, e ne sono scaturite composizioni con forti componenti ritmiche e melodiche, attraverso le quali il mio nuovo quintetto muoverà l’intero quadro sonoro. Fanno parte di questo progetto giovani musicisti di grandissima sensibilità, con i quali ho instaurato, fin da subito, un rapporto di complicità ed intesa musicale, grazie al loro talento, alla curiosità e alla capacità di muoversi in diversi ambiti creativi.

Che cosa è per te il Jazz?
Per me il jazz non è solamente un genere musicale, ma un modo di intendere la musica e la relazione tra le persone. La musica esiste prima delle etichette perché è voce, ritmo naturale, suono. Il jazz ha una qualità straordinaria, è capace di accogliere linguaggi diversi e di farli convivere, rinnovandosi continuamente attraverso l’incontro. È una musica che si fonda su codici precisi, timing, pronuncia, ascolto, creazione in tempo reale, ma il suo senso più profondo sta nel dialogo. Come in una conversazione autentica, il jazz vive di interplay, della capacità di reagire a ciò che accade nel momento presente. Nasce dall’incontro di culture diverse e abbatte naturalmente le barriere. Per questo, per me, il jazz è anche uno stile di vita, richiede apertura, ascolto e disponibilità verso l’imprevisto, senza sapere davvero come una conversazione inizierà o dove potrà portare.
Amalia Mancini