Joe Sanders «Parallels»

Colto appena prima di un recentissimo concerto romano, il forte contrabbassista risponde alle nostre domande e fa il punto sulla sua interessante carriera

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Roma. 4 novembre 2025. È il momento dell’anno in cui le luci si fanno più basse, la città si stringe nei toni caldi dell’autunno e il jazz torna a risuonare tra i suoi muri antichi. Ogni anno, da un po’ di anni, Roma Jazz Festival apre finestre sul mondo, mescolando geografie, memorie e nuove traiettorie sonore. In questa edizione, tra le voci che attraversano la scena, spicca quella profonda e riflessiva del contrabbasso di Joe Sanders, afroamericano, trapiantato in Francia, figura discreta ma essenziale del jazz contemporaneo. È un martedì. Sanders è poi stato protagonista di uno dei momenti più attesi della rassegna con il suo progetto «Parallels», un titolo che è già un manifesto, un invito a percepire la musica come un sistema di corrispondenze invisibili, di mondi che scorrono l’uno accanto all’altro senza mai sovrapporsi del tutto. È il titolo del suo ultimo disco uscito sul mercato l’anno scorso. Ascoltarlo significa entrare in uno spazio sospeso in cui non c’è ostentazione né virtuosismo gratuito ma una continua ricerca di equilibrio in cui il contrabbassista sembra cercare un punto di incontro tra la purezza del suono e la complessità dell’esperienza umana. Una sorta di dialogo interiore in cui il jazz diventa una forma di meditazione laica, un rito attraverso cui trasformare la fragilità in forza e l’ascolto in conoscenza. Aiutato in questo da veri e propri fuoriclasse come i sassofonisti Logan Richardson e Seamus Blake e il batterista Greg Hutchinson.

Cresciuto artisticamente negli Stati Uniti, Joe Sanders si è imposto come uno dei contrabbassisti più sensibili della sua generazione suonando al fianco di giganti come Herbie Hancock e Charles Lloyd, e di coetanei che come lui portano alto il vessillo dell’idioma afroamericano in questo inizio di millennio. Alcuni nomi: Gerald Clayton, Ben Wendel e tanti altri che ne hanno riconosciuto la profondità e il rigore musicale. Ma è in Europa, in particolare nelle vicinanze di Marsiglia, in un piccolo villaggio dalle parti di Montpellier, che lo ha accolto negli ultimi anni, che la sua voce sembra essersi fatta più limpida e concentrata. Lontano dalle logiche spesso caotiche del mercato americano, il contrabbassista ha trovato il tempo e lo spazio per riflettere e costruire un linguaggio che non ha bisogno di esibire ma di comunicare. 

In «Parallels» si avverte una tensione costante tra tradizione e libertà espressiva. C’è il senso del blues e della spiritualità afro-americana, ma anche una dimensione vagamente cameristica in cui il silenzio diventa parte integrante della narrazione musicale. È un disco che parla di dualità, di luce e di ombra, di presenza e assenza, di distanza ma anche e, soprattutto, di intimità. Ed è forse per questo che risuona così profondamente in un tempo – come quello che viviamo – in cui il concetto di connessione è insieme illusione e realtà. Joe sembra dirci che i veri «paralleli» non sono linee che non si incontrano, ma percorsi che si osservano da lontano, e si riconoscono. 

Il suo inserimento nel contesto di Roma Jazz Festival è stato azzeccato: Roma è una città di stratificazioni, di storie che si sovrappongono come voci di una polifonia millenaria. Portare a Roma «Parallels» ha significato inserire una nuova linea in un tessuto di echi e rimandi in cui il basso pulsa come un battito antico pur parlando la lingua del presente. È un dialogo tra mondi, proprio come quelli che Sanders evoca nel titolo, tra l’America e l’Europa, tra la tradizione e la sperimentazione, tra il corpo e lo spirito. Quando Joe Sanders salirà su quel palco a Roma – insieme a Jure Pukl al tenore e a Jeff Ballard alla batteria – porterà con sé non solo le corde di un contrabbasso ma un’intera filosofia dell’ascolto. Perché la sua presenza scenica non è mai teatrale, è più simile a quella di un monaco del suono, assorto, misurato, ma capace di vibrare in profondità. In un’epoca in cui ci si emoziona sempre meno ,Sanders ci ricorda che la nota più importante non è quella suonata ma quella sospesa.

Abbiamo parlato con lui in vista del concerto romano, partendo proprio da «Parallels». Ne è nata una conversazione intensa, intima, lucida, in cui Joe racconta la sua idea di jazz e riflette sul suo essere musicista afroamericano in un’Europa che lo ha accolto tra i suoi figli nomadi. Avevo da poco finito di ascoltare La vie sur la terre uno dei brani più belli (in cui il figlioletto Eliote suona la melodica) del già bellissimo «Parallels». Una poesia. Fatelo anche voi mentre leggete questa intervista. Vi sembrerà più bella. Un dialogo tra mondi paralleli. Ancora una volta.

Joe Sanders

Joe, «Parallels» è un titolo evocativo. A quali «paralleli» ti riferisci, quelli tra mondi musicali, tra epoche o tra diverse versioni di te stesso come musicista?

A tutte e tre le cose messe insieme. In realtà è la mia vita che si esprime in diversi modi. Io sono un padre, per esempio, e faccio le cose che fanno tutti i papà, mi piace cucinare – a casa mi considerano uno chef – in studio non faccio altro che il mio lavoro. Mi divido. Come tutti: oggi, ad esempio, ho preparato dei tacos e nello stesso tempo dovevo essere pronto per fare questa intervista… Devo dire che tutto questo è un po’ stancante… Devo continuamente cambiare durante la giornata. Se poi dobbiamo parlare dell’aspetto meramente musicale dell’album devo dirti che ho cercato in questo disco, soprattutto nella seconda parte, di rappresentare una parte di me meno conosciuta rispetto alle cose che faccio di solito, quella più intima. La seconda parte dell’album è stata composta durante la pandemia. Il titolo è stato scelto perché vuole indicare appunto quello che ti ho detto, un parallelismo tra la mia dimensione di sideman, quella per la quale sono maggiormente conosciuto e per la quale mi chiamano di solito per suonare in trio o in quartetto o in quintetto, e quella più interiore. Parallele sono anche la vita di un musicista – viaggiare, andare in tour, stancarsi – e quella di un uomo qualsiasi con la sua quotidianità. Quello che vivo di continuo. 

Nel disco si percepisce una forte componente spirituale e meditativa. Quanto conta per te la dimensione interiore della musica, e come si traduce nel tuo modo di suonare il contrabbasso?

Ogni nota per me ha il suo valore. Per parafrasare una sigla oggi molto in voga userei il termine «Black notes matter». Il mio mentore, Ron Carter, è un acceso sostenitore di questa affermazione. Quando studiavo con lui mi ha inculcato questo concetto in maniera così profonda – qualche volta insistente – che non posso fare a meno di dimenticarlo. E non si tratta di avere un Do regolare sulla linea del basso ma di capire l’effetto che fa, sia sui musicisti con cui sto suonando che su coloro che stanno ascoltando, ovvero il pubblico. Condivido quello che hai detto, c’è molto di meditativo in quello che faccio e nel mio modo di suonare lo strumento. E non si tratta solo di musica ma di vere e proprie vibrazioni che devono essere trasmesse a quelli che ti stanno attorno. Tutto questo in qualche modo mi rende vulnerabile. L’aspetto emotivo della musica è per me molto importante: posso talvolta sentire della bella musica che però non mi trasmette nulla ed è quello che io cerco di evitare. Cerco di mettere sullo stesso piano l’aspetto emotivo, intellettuale e comunicativo della musica. Ovviamente, va de sé, ho passato venticinque anni a fare pratica sul mio strumento per migliorare tecnicamente – suono anche il piano e la batteria – ma il fatto è che la tecnica, quando si acquisisce, passa in secondo piano rispetto a quello che ti ho detto. Sì, la spiritualità è fondamentale perché ti pone ad un livello diverso in termini di evoluzione.

Hai lavorato con giganti come Herbie Hancock, Charles Lloyd e con gente come Gerald Clayton e Ben Wendel. Cosa hai imparato da questi musicisti che hai poi portato nel tuo linguaggio personale?

Non ho solo suonato con questi personaggi. Sono entrato nelle loro vite, vi ho trascorso un sacco di tempo insieme. Uno dei miei maestri, John Clayton, diceva che non facciamo altro che mettere tutto in un secchiello dimenticandoci del fatto che il suo contenuto continua a crescere senza che noi ce ne rendiamo conto. A un certo punto il secchiello si riempie e il suo contenuto fuoriesce facendo venir fuori anche le cose che tu pensi di aver dimenticato. Non facciamo altro che imparare. Sempre. E le cose che impariamo si stratificano negli anni e vengono fuori senza che tu te ne accorga. Le tournée sono molto importanti da questo punto di vista perché quello è il momento in cui passiamo più tempo insieme assimilando non solo i suggerimenti tecnici ma anche stili di vita, modi di fare, di relazionarsi con gli altri. Non sono sempre rose e fiori ovviamente, vi sono anche delle negatività che però servono a comprendere te stesso e il tuo modo di rapportarsi agli altri sia come uomo che come musicista. LAvorare con Roy Hargrove, per esempio, è stato molto importante per me perché lui era molto malato – doveva fare dialisi per quattro o cinque volte alla settimana – ma nonostante questo suonava come un Dio, con un’urgenza espressiva che ho visto davvero poche volte nella mia vita. Suonava come se quella dovesse essere l’ultima volta che lo faceva. È solo un esempio, ma quello che voglio dire è che tutti i musicisti con cui suoni ti danno qualcosa in termini di energia, di karma, di espressività.

In «Parallels» c’è un equilibrio tra composizione e improvvisazione molto raffinato. Come costruisci questo bilanciamento? Parti da un’idea formale o lasci che l’interplay guidi la struttura?

La prima cosa che ho dovuto capire è stato come orchestrare il gruppo di musicisti che ha contribuito alla realizzazione dell’album per ottenere un suono pieno, per cui ho dovuto scrivere tutti i brani che sono contenuti nel disco cercando di mettere insieme al meglio i vari musicisti che vi hanno suonato. Ed è stata anche la parte più difficile del mio lavoro. Per quel che riguarda l’improvvisazione ho avuto pochi problemi perché tutti i musicisti che ho coinvolto sono dei superprofessionisti, dei quali conosco pregi e pochi difetti, abituati ogni santo giorno della loro vita a cimentarsi con musica anche molto complessa esercitando continuamente l’aspetto improvvisativo. È gente abituata a suonare di tutto, anche cose molto difficili. Il tutto è stato filtrato dal mio ruolo di contrabbassista perché per me il basso è la base, le fondamenta, di tutta la musica che compongo sulla quale loro hanno costruito, e molto bene, tutto il resto. Ci deve essere continuamente tensione e rilassamento, qualcosa di liberatorio, nella musica che facciamo: da questo punto di vista per me l’ultimo quartetto di Wayne Shorter è stato un vero punto di riferimento.

Joe Sanders Paralleles

Da qualche anno vivi in Francia. In che modo l’Europa ha influenzato la tua musica e come percepisci le differenze nel modo di vivere e ascoltare il jazz rispetto agli Stati Uniti?

Non sento dei cambiamenti nella musica che faccio da quando vivo in Europa. Sento piuttosto una velocità rallentata rispetto a New York ma è la stessa differenza che sentivo rispetto al Milwaukee, il posto degli Stati Uniti dal quale provengo. Qui in Europa c’è una mentalità politica diversa, il razzismo è meno sentito che in America, il modo di vivere che ho trovato qui, in particolare in Italia, è molto più rilassante. Per cui mi trovo meglio in Europa e soprattutto adesso con quello che sta accadendo negli Stati Uniti con Trump. Penso davvero di aver preso una buona decisione. Sai, adesso ho due figli e non volevo che crescessero in un posto in cui il razzismo è così oppressivo come gli Stati Uniti di oggi. Per carità, il razzismo esiste anche in Europa ma è molto meno diffuso e pericoloso di quello statunitense, una vera e propria piaga per quelli come me. Il jazz poi è molto più popolare in Europa che in America, anche se a voi può sembrare strano, e a meno che tu non faccia dei tour con gente come Joshua Redman o Charles Lloyd, quindi con musicisti molto conosciuti, la routine quotidiana è molto più complicata e difficile che qui in Europa dove invece posso esprimere le mie idee musicali con gente altrettanto valida ma meno famosa. Qui, almeno in Francia, ci sono ancora delle radio che trasmettono jazz in continuazione, in America non è più così. In Francia poi ci sono circa duecentocinquanta jazz festival, questi numeri negli Stati Uniti se li sognano. E anche il pubblico è molto più ricettivo e preparato qui che in America. In Germania c’è una scena avant-garde molto ben rappresentata, il bop, nella sua componente più swingante, è molto sentito in Italia così come in Francia, e comunque c’è un’apertura per questa musica che negli Stati Uniti si sta perdendo. Che può volere di più un musicista come me?

Il contrabbasso, nel tuo caso, sembra più una voce che uno strumento ritmico. Pensi che oggi il basso nel jazz abbia conquistato una nuova centralità espressiva?

Assolutamente sì. Uno che ha letteralmente cambiato i paradigmi da questo punto di vista è stato Christian McBride. È stato uno dei miei insegnanti. Christian ha portato il basso ad un livello di espressività tale che sino a prima di lui non era ancora arrivato. Tutti i bassisti hanno ascoltato Paul Chambers ispirandosi a quello che ha fatto negli anni, oppure Ray Brown, Charles Mingus… Sono i miei eroi, erano grandi sidemen e nello stesso tempo dei grandi bandleaders, ma il loro approccio allo strumento era diverso e Christian, pur avendo subito lui stesso l’influenza di questi grandi maestri, è riuscito a dare al basso una spinta propulsiva in termini di espressività molto forte. Ho studiato con lui tra i miei diciotto e vent’anni e mi ha influenzato moltissimo. In realtà volevo essere lui. Non credo che riuscirò a suonare nella mia vita il contrabbasso meglio di Christian McBride: ricordo che Jimmy Heath si faceva un sacco di risate quando sentiva che volevo suonare come McBride e mi diceva: «Scusa, ma se vuoi suonare come lui chi te lo fa fare? Chiameranno sempre lui al posto tuo…» Aveva ragione, non c’è motivo di essere la copia di qualcun altro, ognuno deve sviluppare la propria personalità.

In «Parallels» suoni con musicisti molto diversi tra loro. Come scegli i tuoi collaboratori? Cerchi affinità spirituale, contrasto, o semplicemente fiducia reciproca sul palco?

La fiducia reciproca è al primo posto. Il resto è secondario. Ovviamente ogni buon bandleader deve essere in grado di lasciare libertà e spazio d’azione ai propri collaboratori altrimenti la musica ne soffre.

Joe Sanders

Il jazz contemporaneo oscilla tra ricerca, forma canzone e ritorno alla tradizione. Dove ti collochi in tutto questo? Ti senti parte di una «scuola» o piuttosto un esploratore solitario?

Mi sento uno studente. Agli inizi della sua carriera. Non sono mai soddisfatto del livello che ho raggiunto, ho sempre qualcosa da imparare, e credo che questo mi faccia bene, serve a mantenere il senso della realtà. I famosi piedi per terra. E questo non solo nella musica. Imparo di continuo, ad essere un buon bassista, un buon bandleader, un buon padre, un buon marito e così via. Sto ancora cercando di imparare come creare, in un modo più maturo, è una cosa che ho percepito lavorando attorno alla musica di «Parallels». 

C’è un senso di quiete ma anche di urgenza nel tuo suono. È una tensione consapevole o qualcosa che emerge solo quando il gruppo suona insieme?

A seconda dei casi. Ma direi una combinazione dei due fattori.

Dopo «Parallels» cosa ti sta ispirando oggi? Ci sono nuovi progetti o collaborazioni attorno alle quali stai lavorando?

Ce ne sono tre. Una seconda parte di «Parallels» utilizzando di più la tecnologia, poi vorrei fare un progetto solista magari suonando più strumenti con dei special guest e infine nel mio cassetto c’è l’idea di lavorare attorno alla musica di un pianista degli anni Venti che si chiamava come me – Joe Sanders – e veniva da Kansas City. Ma quest’ultimo è difficile da realizzare perché non è stata registrata molta musica di questo mio omonimo. Sto provando a cercarla e credo che potrebbe essere un’idea interessante da realizzare.

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