Umbria Jazz Winter

Orvieto, vari luoghi, dal 30 dicembre 2025 al 3 gennaio 2026

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Organizzata all’insegna del jazz italiano, la trentaduesima edizione di Umbria Jazz Winter, svoltasi come di consueto a Orvieto dal 30 dicembre al 3 gennaio, è come se avesse voluto omaggiare l’importante libro di Adriano Mazzoletti Il jazz in Italia – dagli anni Sessanta al Terzo Millennio, da poco uscito con la cura di Marcello Piras per i tipi della EDT. È stato presentato al Palazzo dei Sette dalla moglie dell’autore, Anna Maria Pivato, dal direttore artistico del festival Carlo Pagnotta e dai giornalisti specializzati Ugo Sbisà, Marco Molendini e Libero Farnè, ai quali s’è unito il pianista Enrico Pieranunzi. La poliedrica disanima che ne è scaturita, ricca anche di spunti aneddotici divertenti, ha ricordato la figura di Mazzoletti, scomparso a 87 anni nel 2023, ed evidenziato l’importanza del suo amplissimo e meticoloso lavoro storico-documentale che ha pochi uguali in Europa, anche considerando i due altrettanto poderosi volumi pubblicati in precedenza: Dalle origini alle grandi orchestre (2004) e Dallo Swing agli anni Sessanta (2010). Nell’occasione è stata ufficializzata l’acquisizione da parte dell’Associazione Umbria Jazz di tutto lo sterminato materiale (video, audio, documenti) facente parte dell’archivio privato di Mazzoletti, un patrimonio fondamentale per gli studiosi e i semplici appassionati che troverà posto a Perugia in sede appropriata: è come un ritorno a casa, ha ricordato con orgoglio Pagnotta, che aveva fondato proprio assieme a Mazzoletti, nei lontani primi anni Cinquanta, l’Hot Club della città.

Preponderantemente jazz italiano, s’è detto, con alcuni eminenti musicisti che nei cinque giorni del festival (noi abbiamo seguito solo gli ultimi tre) hanno giostrato come resident artist, ognuno con diversi concerti nei vari luoghi deputati (il teatro Mancinelli, il Museo Emilio Greco e le sale 400 ed Expo del Palazzo del Popolo), contribuendo all’abituale successo della rassegna con settemila biglietti venduti, mentre in totale, considerando anche i luoghi con spettacoli gratuiti (il Duomo per i gospel del Primo dell’anno e il Palazzo dei Sette per diversi ottimi gruppi di vari generi) si è arrivati alle dodicimila presenze complessive.

Umbria Jazz Winter Orvieto Teatro Mancinelli Fabrizio Bosso&Rosario Giuliani 1-1-2026 PH G Belfiore

Il trombettista Fabrizio Bosso ha presentato quattro formazioni diverse: lo Spiritual Trio (che non abbiamo potuto ascoltare), il progetto Ornettology con l’alto sassofonista Rosario Giuliani, il suo quartetto stabile e l’About Ten con l’aggiunta al quartetto di sei fiati. L’approccio allo strumento di Bosso è in ognuno di questi contesti sempre pressoché il consueto: audace e spericolato attraverso una tecnica eccelsa che gli consente un’ampia estensione, di fraseggiare sugli acuti e i sovracuti con naturalezza, di sostenere nei brani veloci lunghe complicate frasi senza cali d’intensità e nelle ballad diventare lirico e cantabile, facendo risaltare la purezza e la rotondità del suono.

Con Ornettology, gruppo comprendente anche Giulio Scianatico al contrabbasso e Sasha Mashin alla batteria, Bosso e Giuliani hanno voluto rendere omaggio all’alto sassofonista Ornette Coleman, riprendendo la formula del quartetto senza pianoforte tipica del suo periodo più innovativo, quello della fine anni Cinquanta – primi Sessanta, con Don Cherry alla tromba. Mentre Scianatico e Mashin hanno fedelmente interpretato il lavoro che con Ornette facevano Charlie Haden e Billy Higgins/Ed Blackwell (ma con il drumming di Mashin più ricco e frastagliato), Bosso e Giuliani, rispetto a Cherry e Coleman, hanno recuperato istanze tipicamente boppistiche, rispettivamente di Clark Terry/Freddie Hubbard e di Cannonball Adderley/Jacky McLean, Bosso addirittura del pre-bop di Roy Eldridge. I vari brani proposti, Peace, Lonely Woman e Chronology di Coleman, The Golden Circle e London By Night di Giuliani, sono stati un sentito tributo al grande sassofonista e compositore di Forth Worth, non una ricostruzione filologica. Bosso, rispetto a Cherry, “espande” il linguaggio grazie alla sua tecnica superiore, mente il trombettista di Coleman il linguaggio lo “rompeva” con un approccio crudo e anti-virtuoso; Giuliani invece interpreta Coleman con un eloquio più strutturato e più espressivamente mordace, tipicamente bop.

Umbria Jazz Winter Orvieto Fabrizio Bosso _About Ten_ 3-1-2026 PH G Belfiore

Il solismo di Bosso cambia leggermente, ridiventando precipuamente “il suo”, quando s’è unito a Julian Oliver Mazzariello al piano e al Rhodes, Jacopo Ferrazza al contrabbasso e basso elettrico e Nicola Angelucci alla batteria, in un quartetto che è in attività da oltre dieci anni: là, con Ornettology, s’era fatto più tagliente e spigoloso e sviluppava dinamiche più estreme; qua, esprime sempre la sua tecnica prodigiosa, ma con suono rotondo e luminoso, articolazione chiara e pulita anche a velocità altissime (come quella staccata in A Foggy Day), eleganti frasi estese e distese, uso sapiente dello spazio e, nei brani più lenti (come in In A Sentimental Mood), note lunghe che “respirano”.

Lo stesso quartetto, dall’interplay molto stretto, quasi cameristico, con un forte radicamento nell’hard bop e nella tradizione afroamericana, viene allargato a tentetto nel gruppo chiamato About Ten con l’aggiunta di sei giovani e meno giovani musicisti scelti ad hoc attraverso specifiche audizioni in tutta Italia: Andrea Priola e Stefano Bergamaschi alle trombe, Didier Yon al trombone, Lorenzo Simoni al sax alto, Paolo Maffi al sax tenore e Andrea Iurianiello al baritono, tutti dimostratisi eccellenti, non solo in sezione, ma pure negli assoli. Lo scopo è stato quello di eseguire (ed interpretare) le partiture complesse di Paolo Silvestri in arrangiamenti di alcuni brani famosi (I Let A Song Go Out Of My Heart, Caravan, In a Sentimental Mood, Perdido e Jeep’s Blues di Duke Ellington, Manteca di Dizzy Gillespie, Nuovo Cinema Paradiso di Ennio Morricone), operazione ottimamente riuscita con perfetta integrazione e interazione fra il quartetto, con Bosso solista principale, e la sezione dei fiati diretta con vigoroso trasporto dallo stesso Silvestri, la cui scrittura ricca e precisa, a volte poderosa (addirittura, in certi risvolti, kentoniana), armonicamente raffinata e moderna, aggiunge cose e arricchisce armonicamente e strutturalmente le orchestrazioni originali, senza mai tradirne lo spirito.

Enrico Pieranunzi Museo Greco
PH. G Belfiore

Altro rinomato jazzista italiano protagonista del festival è stato Enrico Pieranunzi che s’è esibito, in ogni concerto al piano solo, in antitesi stilistica con l’estroversa espressività di Bosso. Fra ballad famose come Yesterdays, brani di sua composizione come From Me To You dedicato a Chet Baker o altri di Bill Evans, uno dei suoi modelli stilistici (ha pure scritto su di lui un libro, la cui recente ristampa per i tipi del Saggiatore ha presentato al Teatro del Carmine) come Retour Ahead, Pieranunzi ha espresso il suo consueto pianismo intimista, raffinato, lirico (ma non sentimentale), che prende, oltre che da Evans, un po’ da Keith Jarrett, da Fred Hersch e dai pianisti impressionisti e simbolisti come Debussy, Ravel e Scriabin. Ma il tutto è convertito in un proprio stile personale: il tocco è morbido, mai percussivo, e il fraseggio pieno di pause, sospensioni e micro-rallentandi dà spazio a centri tonali mobili, accordi sospesi, voicing stratificati, cadenze aperte con finali che non risolvono ma rimangono sospesi, insomma una voce, quella di Pieranunzi, che ha raggiunto ormai da tempo la propria compiutezza espressiva, fra le più significative della scena contemporanea.

Umbria Jazz Winter Orvieto Teatro Mancinelli Pepper Legacy 1-1-2026 PH G Belfiore

L’eredità musicale di Art Pepper, uno dei più grandi alto sassofonisti del jazz, è stata raccolta da Gaspare Pasini, pure lui alto sassofonista, che registrò un disco per la Red Records già nel 2013 (ora ripubblicato con inediti), chiamando attorno a sé musicisti che avevano suonato con Pepper negli ultimi anni della sua vita. Per il festival ha ripresentato il progetto sempre con George Cables al pianoforte, ma con David Williams al contrabbasso e Willie Jones III alla batteria che hanno sostituito i precedenti e, come ospite, il tenor sassofonista Piero Odorici. Il trio della sezione ritmica è stato impeccabile, squisitamente swingante con la forza tranquilla del pianismo di Cables primeggiante, pianismo denso di armonizzazioni eleganti e articolazioni melodiche, di cromatismi e scale modali, solida base sia per l’esposizione di temi per la maggior parte composti da Pepper, sia per i susseguenti interventi solistici di Pasini e Odorici che, come Bosso e Giuliani per la musica di Ornette, non hanno pedissequamente imitato lo stile dell’omaggiato, ma ne sono stati ispirati: Pasini con più affinità di poetica, interiorizzandone il pathos e l’intensità emotiva; Odorici più vicino alle istanze hard bop di Dexter Gordon. Di grande interesse è stato il repertorio perché, oltre a composizioni conosciute di Pepper, come la struggente ballad Our Song, ha compreso Au Revoir Mr. Poivre, consegnata a Pasini da Phil Woods che la scrisse per l’amico Art all’indomani della sua morte, e due inediti scovati dalla moglie Laurie e significativamente affidati al gruppo Pepper Legacy, ovvero AWFN e Blues 33.

La band del pianista Antonio Faraò s’è mossa invece in senso contrario, avendo il leader da tempo voluto svecchiare il proprio repertorio che s’era basato, sino al 2017, sugli stilemi del jazz moderno ortodosso, sino cioè a quando cioè non ha fondato il gruppo Eklektik e ha registrato l’omonimo album, sedotto, come dice lo stesso nome, dai generi più eterogenei quali hip hop, r&b, bossa nova, funk e pop, e pure sedotto dall’uso dell’elettronica. A Orvieto il gruppo non è più quello del 2017, ci sono il rapper Max Mbassadò e Roberta Gentile al canto, Mauro Capitale al sassofono, Ameen Saleem al basso elettrico e  Jay Kalo alla batteria che, assieme al leader al piano e alla tastiera Nord Stage (che offre le prestazioni di tre strumenti: il piano elettrico, il synth e l’organo, con annessi layer multipli, riverberi e delay), hanno dato vita a un controllato maelstrom che ha offerto una specie di parodia del rapper, impersonato da Mbassadò, il pop smooth della Gentile, le improvvisazioni al piano e piano elettrico di Faraò esposte con esuberante virtuosismo, con l’uso di pattern ritmici complessi e un serrato interplay con basso e batteria, creando un potente e colorito groove.

Per finire i due fratelli Grasso, Luigi sassofonista (alto, tenore, baritono) e Pasquale chitarrista, che hanno trovato successo e onore all’estero: il primo in Germania, dove è membro della NDR Big Band, il secondo a New York, dove si esibisce regolamentante nei club più prestigiosi cittadini e ha inciso diversi dischi per la Sony. Il loro quartetto, di cui fanno parte gli essenziali e puliti Mathias Allamane al contrabbasso e Keith Balla alla batteria, esprime il più canonico hard bop, eseguendo brani di Cole Porter come I Concentrate On You e Just One Of Those Things nella versione bop di Parker/Gillespie, di Irving Berlin come There’s No Business Like Show Business, di Thelonious Monk come la strutturalmente complessa e raramente eseguita Brilliant Corners. Entrambi dotati di tecnica sopraffina, il sassofonista Luigi, più estroverso, ha un fraseggio densissimo che ricorda all’alto Sonny Stitt e al baritono Pepper Adams; il chitarrista Pasquale è, dal canto suo, un misto di Jimmy Raney e Tal Farlow, mediati dalla lezione bop dei pianisti Bud Powell e Barry Harris, del quale ultimo è stato allievo: le sue improvvisazioni, senza effetti e zero distorsione, raggiungono soprattutto nei tempi veloci il virtuosismo, con estrema pulizia dei voicing complessi, arpeggi a cascata in stile Art Tatum  una speciale attenzione alle lunghe e articolate linee melodiche eseguite con precisione millimetrica.

Aldo Gianolio

Foto di Giancarlo Belfiore

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