Nel 1968 il soul jazz non aveva affatto smesso di sfornare cibarie ad alto tasso energetico. Il seguito di appassionati non dava segni di sazietà e continuava ad abbuffarsi di hot dog, di gozzovigliare a suon di hot barbecue e altre porzioni di junk food, meglio se piccanti. Tutto cibo al quale spesso ci si riferiva nei titoli degli album più o meno annoverabili al genere, suggerendo una concordanza, un’affinità tra il feeling di quelle jam bollenti e quanto scaturiva dall’ingozzarsi di quel tipo di vivande. Certo, l’aria intorno era a sua volta surriscaldata da un cambiamento dietro l’altro, ma per il soul jazz cambiava poco. Bastava giusto l’inserimento in repertorio di un pizzico di brani di successo dell’ondata beat, ma la ricetta si conservava intatta nella sua essenza, in special modo quella che poneva al centro l’organo Hammond così come l’aveva formulata Jimmy Smith e una pletora di seguaci, […]
James Blood Ulmer: il soul jazz di un artista da giovane
La scomparsa dell’originalissimo chitarrista esige una rivisitazione della sua poliedrica attività di sideman e leader, spalmata su quasi settant’anni di black music
