Alice Coltrane: lo Spiritual Jazz

Esiste un legame tra questa categoria dagli incerti confini – e dall’altrettanto sfuggente definizione – e una delle figure forse più male interpretate nella scena jazzistica degli anni sessanta e settanta?

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Nel suo Ugly Beauty, il critico inglese Phil Freeman ci offre un panorama abbastanza esaustivo della scena jazz internazionale degli ultimi decenni, anche se sostanzialmente solo americana (New York, Chicago, Los Angeles) e londinese. Nella sua analisi, oltre che in aree geografiche (e metropolitane), Freeman divide il campo anche per tematiche o, diciamo, per stili e sottostili, il tutto guardando quasi esclusivamente a quei musicisti che, comunque sia, cercano un rinnovamento del linguaggio. In linea di massima, nel volume si parla di contemporary mainstream, ma anche, quasi un contraltare, di un’avanguardia che fa più musica che jazz (e c’è un ragionamento interessante sul termine «jazz», come una sorta di superword che ingloba molti aspetti anche extramusicali). Quindi, prima di affrontare altri tipi di avanguardisti accomunati da uno spirito «contro» (anche qui, al di là della musica, in senso psico-sociale), Freeman traccia le linee e i confini di un campo a […]

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