Per molti anni il mio percorso si è incentrato sullo studio della batteria jazz, sui suoi linguaggi e sul contesto storico e antropologico del suo sviluppo estetico. Nella mia esperienza accademico-performativa ho spesso riscontrato il pregiudizio comune che il batterista non venga riconosciuto come musicista a pieno titolo, sensazione confermata da alcuni dei massimi esponenti del batterismo internazionale, come Max Roach («al tempo del bebop, l’industria discografica confinava sempre il batterista in una posizione di subordine. Era veramente… come dire… una discriminazione culturale!») e Tony Williams («I batteristi sono considerati come dei musicisti minori. Questa cosa mi fa star male, ne ho proprio abbastanza. Voglio far comprendere ai batteristi che essi possono fare musica con il loro strumento, che ci sia qualcosa oltre al fatto di tenere semplicemente il tempo»). La batteria infatti, strumento nato nella seconda metà del XIX secolo, è frutto dell’unione di diverse percussioni storicamente utilizzate nelle […]
Questo è un contenuto premium!
Abbonati! Se sei già abbonato accedi con la tua user e password!