Nduduzo Makhathini non suona il piano come uno strumento armonico, lo attraversa come un territorio spirituale. Con lui succede all’improvviso: un accordo si apre come una fenditura, la mano sinistra continua a scavare mentre la destra sembra cercare qualcosa sopra le nuvole. Oltre la memoria, perfino oltre la musica. E allora capisci che quello che stai ascoltando non appartiene davvero alla grammatica occidentale del pianoforte. Non completamente. Non più. Nella sua musica non esiste separazione tra rito e composizione, tra cosmologia e ritmo. Neanche tra improvvisazione e capacità di guarire. La sua non è musicoterapia, o forse lo è: ogni nota sembra pronunciata da qualcuno che sta tentando di ricordare qualcosa di molto antico. Qualcosa che precede il jazz, forse persino il linguaggio. È per questo che parlare di lui soltanto come di uno dei più importanti pianisti contemporanei sarebbe riduttivo. Certamente c’è tutta la storia del jazz dentro il […]
Nduduzo Makhathini: il mito della memoria
Al quarto album per Blue Note, il pianista sudafricano ci offre un lavoro di grande energia, destinato a restare
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