Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso il reggae non era ancora un genere codificato per chi viveva lontano dalla Giamaica. Piuttosto era una vibrazione che arrivava da altrove, una eco calda, magnetica, carica di mistero. Per me è iniziata lì, tra vinili consumati, bassi profondi che sembravano muovere l’aria più che riempirla e quella sensazione che dietro ogni ritmo si nascondesse qualcosa di più grande: una storia, una resistenza, una spiritualità. Nomi come Bob Marley o Burning Spear erano porte d’ingresso, ma presto il richiamo si è spostato in un’altra direzione: verso il lato più oscuro e ipnotico di quella musica, verso il dub. Più che un genere, il dub era un atto radicale: sottrarre per rivelare, togliere la voce per far parlare l’eco, trasformare il mixer in uno strumento e lo studio in un laboratorio alchemico. Figure come Lee «Scratch» Perry e King Tubby hanno ridefinito il […]
Gaudi: scolpire il suono
Bolognese d’origine ma londinese di adozione, ha attraversato decenni di musica senza mai fermarsi dentro un perimetro preciso. La sua carriera è un continuo slittamento tra linguaggi, dal dub alla world music, dall’elettronica alla psichedelia
