Yilian Cañizares: l’Africa di Haiti pensata a New Orleans dall’archetto di Cuba

di Gian Franco Grilli

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Yilian Cañizares
Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)

Yilian Cañizares Ruiz, considerata oramai dalla critica internazionale una delle nuove punte di diamante e ambasciatrice nel mondo del jazz cubano (di lei abbiamo parlato diffusamente su Musica Jazz, dicembre 2018), sta veleggiando verso Haiti per il lancio mondiale di «Erzulie», il suo ultimo progetto che indaga con una visione cosmopolita l’anima delle più diverse espressioni musicali caraibiche e nordamericane di matrice africana. Attraverso la forma canzone latinoamericana incrociata ad elementi di spiritualità afrocaraibica e accenti di global jazz, la creolissima Yilian ha scelto il trafficatissimo crocevia di New Orleans ( piazza che tra l’altro fu frequentatissima da musicisti cubani ancora prima della nascita del jazz) per concretizzare discograficamente le affinità esistenti nel mondo delle note tra Cuba, Haiti e New Orleans. E così è nato  Erzulie,  che allo stesso tempo rende omaggio allo spirito del voodoo, all’africanità di Haiti e alle isole caraibiche che sono state fucina di una nuova umanità mediante il creolismo. Di questo e di molto altro si parla in questo lungo botta e risposta tra chi scrive e la conturbante, seducente, versatile violinista-cantante  cubana già con le valigie pronte per il suo nuovo viaggio.

Tralasciamo la tua biografia, già raccontata su queste pagine un anno fa, e andiamo ai motivi di questo nuovo incontro. Yilian, tu sei “figlia” di Ochún, dea del pantheon della Santería, caratterizzata da allegria, sensualità, femminilità, amore, piacere, bellezza, padrona dei fiumi eccetera. Dalla Svizzera, dove vivi da molti anni, continui a coltivare questa dimensione spirituale afrocubana e adesso il tuo cammino spirituale  e la sete di conoscenza fa tappa nella misteriosa Haiti, dove il potere è sempre andato a braccetto con la religione voodoo, presente dappertutto nella società haitiana attraverso i loa (spiriti intermediari), i bocós (stregoni), hougan eccetera. Insomma un mondo magico-spirituale apparentemente più facile da capire per un santero cubano rispetto a neofiti  o agnostici come me. Se esistono, quali sono le affinità e i punti in comune tra  Santerìa e Voodoo,  tra la tua Ochún e Erzulie, la divinità dirimpettatia del pantheon Vudù cui hai dedicato il nuovo progetto?
In effetti Erzulie possiamo paragonarla a Ochún: è dea dell’amore, della formazione, prende decisioni importanti, rappresenta l’energia femminile con la fertilità, la sua forza materna, ma anche la fragilità, tutti elementi  che coesistono in ogni donna. Poiché questo album è molto ispirato all’energia femminile mi è sembrato giusto e corretto dargli questo nome. Ma la cosa importante da dire su questo disco è che parla della grande eredità dell’Africa attraverso alcuni dei suoi figli creoli come Haití, Cuba e New Orleans.

Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)
Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)

A proposito di divinità femminili, seduttrici, dalla forte carica erotica o meno,  mi viene in mente che nel mondo pagano dei greci queste divinità, ad esempio Calypso,  uscivano dai confini del divino per scendere nel mondo reale, mortale e fragile degli umani. Come devota di questi sincretismi magico-religiosi cosa pensi della fine della vita corporea su questa terra? Non ti sono mai frullate in testa riflessioni sull’aldilà?
Faccio già fatica a riflettere sul discorso che hai aperto citando Calypso, davvero  interessantissimo, e immagina se ho una risposta sull’aldilà: forse riuscirò ad abbozzarla quando intraprenderemo l’altro viaggio. Sull’argomento “dopo morte” la maggioranza della gente è convinta che qualcosa continui a persistere. Certamente io credo invece nell’essere umano e nell’energia, perché scientificamente è comprovato che siamo energia che si trasforma. Ogni religione ha comunque un proprio modo di approcciarsi al tema in questione. Per quanto mi riguarda, lo ripeto,  come donna credo nell’energia e inoltre come artista, e penso di declinarlo al plurale, noi musicista siamo molto sensibili all’energia in quanto lavoriamo con qualcosa che non si vede: manovriamo tutto il tempo sempre qualcosa che è totalmente immateriale, siamo sensibili a realtà che non sono materializzate fisicamente e visualmente ai nostri occhi, ma che invece esistono.

L’essenza di questo disco da cosa è rappresentata?
Intanto, diciamolo subito, queste composizioni cantate non lanciano l’occhio in quell’altrove. L’essenza però sta nell’energia interiore che può arrivare  a qualsiasi uomo o donna e indipendentemente dal colore della pelle, della religione e della nazionalità. Quindi ho voluto trasmettere dei messaggi di universalità e di amore e conseguentemente eliminare le barriere e quelle contraddizioni che tendono a separarci.

Il tema della contraddizioni mi invita a soffermarmi sul secondo brano che si intitola appunto Contradicciones. Ce ne parli? Ma prima, come praticante della santerìa, vorrei chiederti cosa ne pensi di quegli Orisha che sono dei concentrati e di grandissime virtù e dei peggiori difetti possibili e intollerabili. Uno per tutti, Changó,  dio del fuoco, della guerra, amante, donnaiolo, traditore, infedele e violento. E  oggi nel mondo dei mortali sai bene quante battaglie sono in corso per condannare la violenza sulle donne, i femminicidi e gli stupratori.  Tu, che sei cresciuta in una società machista come quella cubana, hai visto cambiamenti negli ambienti che frequenti? Qual è la vera differenza tra amare e possedere?
Rispondo subito alla prima domanda: ho scritto quella composizione pensando a me stessa, a quello stavo vivendo, alle contraddizioni che coabitavano e coabitano in me come essere umano. Ogni persona deve lottare contro le proprie contraddizioni interne,  quelle più intime, e ho notato che spesso il nostro peggior nemico siamo noi stessi, vogliamo una cosa ma anche il suo contrario  allo stesso tempo. In fondo viviamo la poetica degli opposti come yin e yang, ma che possono essere anche complementari,  due facce della stessa moneta, fragilità e forza, fuoco e acqua. eccetera. In sintesi, questa fu l’ispirazione reale del brano Contradicciones. Su Changó, in particolare, direi questo: se vogliamo affrontarlo sul piano mitologico, quella sua grande energia non potrebbe esistere senza il suo contrario, che è l’energia di Ochún. Le diverse entità si completano a vicenda, nel mondo abbiamo bisogno di trovare equilibrio tra queste energie. Nel mio caso specifico ho parlato proprio delle mie contraddizioni e delle mie lotte interne per trovare il punto di equilibrio tra le contraddizioni che mi affliggono. E veniamo all’ultimo punto, doloroso: l’amore non è possessione, l’amore è libertà e non il contrario; amore vuol dire dare senza aspettare qualcosa in cambio. Per questo credo che tante persone abbiano paura di amare; confondiamo le cose, tutti siamo confusi, ma l’amore non è gelosia, non è imposizione, non è egoismo. E nell’ambito della vita amorosa vuol dire rispetto dell’altro.

foto di Gian Franco Grilli
Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)

E l’amore mi richiama l’aria musicale latinoamericana più romantica, ossia il bolero, che percepisco in Habanera, brano di apertura. Ho detto bolero poiché mi sembra una sorta di habanera bolerizzata, o almeno un’habanera molto contemporanea, in quanto stiamo parlando di una forma musicale conosciuta anche con i nomi di contradanza o danza habanera (che ha affinità ritmica con il bolero), e la cui origine primaria è francese: la contradanza arrivò nel territorio orientale di Cuba agli inizi del secolo XIX  con l’ondata di coloni francesi e i loro schiavi al seguito in fuga da Haiti dopo la rivolta per l’indipendenza dalla Francia capeggiata dal ribelle Toussaint L’Ouverture.
Probabile che ci siano delle affinità con il bolero ma realmente non l’ho realizzata con quello spirito. Forse, hai ragione, si può pensare al bolero per l’intensità interpretativa del testo, ma per la parte ritmica francamente stavamo pensando a un’habanera dell’oggi, cioè con la visione odierna che ho della mia cultura cubana comparandola con le affinità culturali che sento esserci tra Cuba, Haiti e New Orleans. Tre realtà che dal mio punto di vista sono come tre sorelle, a suo tempo separate, che non parlano la stessa lingua. Ma non è necessario parlare, e il testo della canzone lo dice, noi non sentiamo la necessità di parlare lo stesso idioma, ma ci intendiamo e ci uniamo attraverso qualcosa di più forte della parola: l’amore e la madre comune, che è l’Africa. In questo disco quasi tutto quello che  si ascolta è ispirato alla mia esperienza reale come donna, a ciò che stavo vivendo nel momento che decisi di fare il disco. Quindi  con Habanera ho voluto esprimere sentimento, sensualità, spirito criollo o creolo.

Il termine creolo mi ricorda il fenomeno del creolismo di scrittori caraibici  e africani che in passato su questo concetto hanno dibattuto energicamente. Parlo, ad esempio, di Aimé Césaire (fu sindaco della provincia francese della Martinica), poeta della negritudine, importante teorico  che si occupò di razza, e leader per l’emancipazione dei popoli assieme a Leopold Senghor. Aimé si scagliò contro il movimento del creolismo, perché secondo lui  (ma incredibilmente  anche per un dittatore  feroce come Duvalier) l’identità dei caraibici era l’Africa, e quindi criticava coloro che tendevano a chiudere il capitolo della schiavitù in modo diverso. Tu credi maggiormente nella rigida posizione della “negritudine” africana o nella più realistica e moderata corrente che intendeva i Caraibi come fucina di una  nuova umanità,  da cui è nato un nuovo concetto di multirazzialità e multiculturalità?
Guarda, questa è una domanda estremamente intelligente, interessante, molto ben congegnata storicamente,  non c’è dubbio. Tuttavia debbo dirti che prima di tutto io mi sento una cittadina del mondo. Semplificando e per tenere la barra in mano,  questo è un disco che unisce: lo canto nelle canzoni e mi piace ribadirlo anche in questa intervista perché ritengo importantissima e essenziale l’unità dei popoli e non la divisione. Il mondo purtroppo è sempre più diviso nonostante i mezzi a disposizione per avvicinarci; c’è una tendenza sempre più preoccupante ad avere paura dello straniero, si alzano barriere e muri. Il mio ruolo, come artista e persona cittadina del mondo, è quello di contribuire a unire. La creolità, il meticciamento, lo scambio di valori e di  esperienze sono ricchezza. Ognuno di noi è universale, nel senso che ciascuna persona ha elementi di altre culture, ereditate da antenati o dalla persona con cui si convive o dalle cose incontrate visitando  il mondo. Nessuno vive isolato dal mondo, dagli altri, e in questo senso internet influisce, eccome: siamo continuamente esposti gli uni agli altri.  Allora per me parlare di creolità è come parlare di un delta in cui confluiscono tutti i fiumi.

Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)
Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)

Sintesi: il tuo pensiero è più vicino a quello  del martinicano Patrick Chamoiseau e di Derek Walcott, di Saint Lucia, sostenitori del creolismo, come ricchezza e non come una tara. Multirazziale e multiculturale vuol dire ricerca costante, al di fuori da logiche dominanti e come relazione dove reinventare nuovi stili di vita.
Magnifico, proprio così, cioè una ricerca costante di identità, di chi siamo.

Continuiamo a parlare di questo album, indubbiamente interessante, ma a mio avviso, e non avertene a male,  poco jazzistico, se escludiamo il lievissimo smooth jazz della tromba di Christian Scott nel brano Lo que no digo ahora.  Il resto è dominato da una miscela di canti cubani nel dialetto lucumì (e su questo punto bisognerebbe aprire una parentesi per il fatto che si apprezza la melodia ma non il testo),  canzone haitiana,  world music con anche punte di progressive rock rivisitato. E, addirittura, per un attimo le prime battute di Libertad mi hanno riportato a  I Just Want To Celebrate, un successo di cinquant’anni fa del gruppo rock statunitense Rare Earth. Sono stato troppo severo?
Non sei affatto severo, anzi mi è utile per spiegare  anche ad altri (e che a volte forse non osano approfondire certe cose) il mio modo di intendere la musica. Riguardo alla prima osservazione, bisognerebbe intenderci cosa effettivamente è il jazz. Per me, il jazz è un genere musicale  molto florido perché ha una capacità innata di rimodellarsi e fondersi con altri elementi, che possono essere  hip hop,  musica latina, musica tzigana, folklorica eccetera. Tutto ciò che incontra il jazz lo incorpora. Personalmente non mi interessa fare lo stesso tipo di musica nei miei dischi, perché questo vorrebbe dire non evolvere come musicista: io amo stare in costante movimento, rischiando magari, ma aggiungendo tutto ciò che io sento in quella fase, arricchendo così la mia tradizione cubana e forse anche il jazz. Ovviamente lo faccio senza nessuna pretesa, ma libera da ogni barriera, e non mi faccio domande di come verrà classificato quello che sto facendo. Non vorrei fare comparazioni esagerate, ma umilmente dico che uno dei miei musicisti preferiti, Miles Davis, attraversò tantissimi generi e con mille sfaccettature, e ogni volta che tentavano di incasellarlo lui rompeva con l’immagine precedente imboccando strade completamente nuove. Grazie a queste sperimentazioni oggi abbiamo dei dischi che sono dei tesori del jazz e della musica in generale. Quindi, per esserti sincera, non mi domando se è o non è jazz la musica del mio disco: posso dire però che si tratta di musica onesta e in pace con me stessa.

Chiaramente, io non ho il potere e la presunzione di stabilire se  il jazz è meglio e più importante della world music, ma mi sembra doveroso, oltre che onesto, informare in modo ampio, senza paraocchi e in profondità i lettori di una rivista che nonostante il taglio specializzato è attenta anche a musiche di frontiera come il tuo ultimo disco.
Sono d’accordo e hai ragione su tutto quello mi stai dicendo, ma vorrei portarti l’esempio di Omar Sosa che entrambi conosciamo e con il quale collaboro proficuamente: nella discografia di Omar ci sono tantissimi progetti molto differenti tra loro, con dischi che potremmo definire di musica classica e altri di impronta nettamente africana. Detto questo mi corre anche l’obbligo di rilevare che a volte un’etichetta può limitare un po’ il percorso di un musicista, come dire: “Sei nato a Cuba allora devi naturalmente suonare latin jazz”. Invece le cose possono prendere un’altra piega, come nel mio caso: sono cubana, però da vent’anni vivo in Svizzera, artisticamente mi sento totalmente libera e voglio fare la musica che sgorga dalla mia anima. E spero che il pubblico capirà che questo disco è nato dal profondo del mio cuore e mettendo a nudo la mia anima senza nessun tabù stilistico.

Erzulie
Yilian Cañizares «Erzulie»

Per guidare all’ascolto di Erzulie, Noyé, Yeyé, con testi cantati in dialetti afro-cubani e creolo haitiano, vuoi precisare di che si tratta e, se puoi,  dirci qualcosa dei relativi messaggi? Tra l’altro, di fronte a progetti come questo, sarebbe utile contare sulla traduzione di alcuni canti rituali, che hanno un forte impatto sul pubblico dal punto di vista melodico, ma oscuri. Cosa ne pensi?
Erzulie e Noyé sono cantati  in creolo haitiano, mentre Yeyé e Yemayá in yoruba. Nel caso della lingua o dialetto yoruba o lucumí, è quasi impossibile riportare il testo perché questo idioma a Cuba  è sopravvissuto solamente grazie alla tradizione orale. Ti posso dire che alcuni babalawos, (sacerdoti della Santería),  non sanno come si scrivono certe parole ma le riproducono foneticamente. Per dire poi quanto sia complicato, è utile sapere che un cubano e un nigeriano che parlano in yoruba non si capiscono: la lingua yoruba arrivata a Cuba con gli schiavi nel corso del tempo ha sofferto notevoli cambiamenti rispetto a quella portata qui da gente in catene, si è ibridata con dialetti di altre etnie, e quindi scrivere  in yoruba le parole è quasi impossibile. Naturalmente concordo moltissimo con te sulla necessità di conoscere il messaggio che veicola quella canzone specifica, cosa che faccio nei concerti spiegando al pubblico ciò che stiamo  cantando,  a quali divinità mi sto rivolgendo o chiedendole la benedizione.

Hai deciso di fare rotta su Haiti, che apparentemente è tagliata fuori dai mercati e, per quanto mi è dato sapere, da molti anni non ci sono interscambi musicali con Cuba, che invece  erano abbastanza floridi negli anni Quaranta e Cinquanta: basti ricordare il sodalizio tra Bebo Valdés e l’orchestra del sassofonista haitiano Issa El Saieh che mescolavano mambo, son, meringue, oppure la tournée nel 1942 di Omara Portuondo con il gruppo femminile Anacaona. Perché ti riconnetti a Port-au Prince via New Orleans?
Grazie per queste note storico-musicali che mi sfuggivano. Il disco l’ho inciso a New Orleans per condizioni oggettive ed è scaturito da un mio viaggio ad Haiti nel 2017. Sul posto ho potuto contare su una guida meravigliosa come i Boukman Eksperyans, una band che fonde strumenti tradizionali haitiani, ritmi Voodoo con il rock e il reggae e oggi è un pilastro della musica haitiana. A mio avviso stanno facendo un lavoro straordinario e non soltanto musicale, ma anche politico poiché le loro musiche hanno un potere politico. Non dimentichiamoci che diversi presidenti si sono dimessi dalla loro carica a seguito di varie denunce dei Boukman Eksperyans sul tema della  corruzione. Bene, loro sono stati il tramite per elaborare il mio progetto. Il musicista haitiano che suona la chitarra e canta nel disco si chiama Paul Beaubrun, e in duo cantiamo Noyé. Paul ha circa trentacinque anni e sta portando alla ribalta internazionale la musica haitiana, è formidabile, ha condiviso lo scenario con dei grandissimi artisti mescolando tradizione, blues, vodu, jazz e rock.

foto di Gian Franco Grilli
Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)

Di Haiti si parla pochissimo dalle nostre parti e allora ti chiedo di farci un quadretto sulla situazione attuale di questo paese martoriato, povero, violento e dimenticato da tutti i potenti?
Una delle cose importanti e alla base di questo progetto è di dare un’immagine positiva di Haiti, e ti spiego perché: purtroppo quando si parla di questa isola lo si fa sempre raccontando la miseria, il colera, il terremoto, la violenza, le cose che non funzionano, le situazioni gravi che esistono veramente, ma non si dice mai che gli haitiani non sono gli unici responsabili della loro vicenda. Vogliamo vedere come la comunità internazionale ha manovrato in modo poco trasparente gli aiuti umanitari? Insomma è un tema politico molto serio. Ti ringrazio per questa domanda poiché mi dà la possibilità di evidenziare la grandissima dignità umana di questo popolo: ho visto persone che non possedevano nulla ma depositarie di un’immensa dignità. In tutti i luoghi poveri che ho visitato nessuno mi ha mai chiesto nulla di aiuto, erano invece loro a darmi qualcosa, a regalarmi pitture, sculture, la loro musica, è una realtà con una straordinaria ricchezza culturale. E difendo questa realtà con un segno positivo, poiché non si aiuta un paese parlando soltanto delle brutte pagine. Cosa direste voi se nell’affrontare la cultura italiana parlassimo di mafia, camorra e altre negatività? Ci sono cose che non funzionano affatto anche in Svizzera e… ma io credo sia giusto valorizzare i lati positivi e soprattutto nel caso di Haiti.

Una domanda per capire meglio: viaggiavi da sola all’interno di quartieri difficili o eri accompagnata da una guida  e protetta da loro contro eventuali atti di microcriminalità? Per quanto ne so (e anche per una brevissima esperienza diretta) bisogna avere moltissime precauzioni per non rischiare seriamente. Nella tua Cuba, che  non è mai stata nazione dell’ abbondanza e ci si arrangia nei modi più strani, difficilmente però corri pericoli come ad Haiti, a meno che non te li vai a “cercare”, sapendo che i delinquentelli non hanno patria. Sbaglio?
Hai fatto bene a evidenziare questo aspetto e ti rispondo che ho camminato anche da sola per vedere la realtà con i miei occhi, senza percorsi obbligati: mi sono buttata in quartieri “calientes” e sono d’accordo ovviamente con te quando affermi che non si può nemmeno lontanamente comparare Cuba con Haiti, che sono due sorelle, separate, e che  hanno avuto percorsi di vita molto differente. Haiti, diciamolo per chi non lo sa, ha ispirato in anni lontani il movimento di liberazione e indipendenza nelle Americhe, e ancora oggi è un esempio. Certo, è triste vedere quel paese così malmesso,  con corruzione, una situazione economica gravissima, miseria, e bisogna anche dire che la comunità internazionale più che aiutare le popolazioni molte volte si è approfittata di quella tragedia. Non la si può confrontare con Cuba per i livelli di istruzione, sanità, sicurezza eccetera, ma bisognerebbe chiedersi perché la situazione è così drammatica. Questo è un tema che mi appassiona perché credo in un mondo con meno disuguaglianze e senza giustizia sociale non si vive bene.  Però il mio lavoro non è confrontare un paese con l’altro, il mio impegno  è di cercare punti di contatto e sviluppare le cose che ci uniscono,  vedere come rialzarci. Dobbiamo aiutare seriamente Haiti e per me aiutare significa dare un’immagine reale degli haitiani. Le cose hanno sfumature complesse e soltanto vivendo in quell’ambiente si può capire quello spirito.

Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)
Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)

Quindi Manos Abiertas, ossia aiutare i più deboli e Cimarrón, che richiama le brutalità e nefandezze della schiavitù nei Caraibi, vanno in quella direzione?
Esattamente. Su Cimarrón vorrei spendere due parole ricordando che lo spirito del cimarrón è stato molto importante e rappresenta lo spirito dell’essere umano schiavizzato. Gli schiavi preferivano scappare dai padroni pur sapendo che se li riacciuffavano sarebbero morti con sofferenze atroci. Ma la loro dignità di uomini voleva porre fine alla condizione di schiavi. E per essere coerente con l’argomento, il gruppo che mi accompagnerà sui palcoscenici per presentare il disco si chiama “The Maroons”,  ispirato appunto  allo spirito degli schiavi fuggiaschi di origini africane (maroon communities).  Purtroppo ancora oggi moltissimi chiudono gli occhi di fronte a nuove forme schivizzanti presenti anche in Europa, per non parlare poi degli Stati Uniti. Per me è importante e giusto dire che lo spirito del cimarrón non è morto, sperando che in ognuno di noi resti sempre accesa la fiammella di lottare per la dignità dell’uomo, e fino all’ultimo, se necessario.

All’inizio della chiacchierata hai sottolineato che il disco indaga l’eredità dell’Africa attraverso alcuni dei suoi “figli” creoli sparsi nelle Americhe. E questa full immersion si è svolta a New Orleans, forse il crocevia di ibridazioni e sincretismi più trafficato nel secolo scorso. In base alla tua esperienza diretta (visto che i tuoi genitori vivono in Louisiana) puoi dirci quale rapporto si percepisce oggi tra la cultura locale, le tradizioni haitiane, quelle caraibiche  e  l’insieme della vita nella Big Easy? Poi  parlaci brevemente degli artisti che hanno collaborato al progetto.
Posso dirti che ci sono molti immigrati haitiani e ci sono luoghi dove celebrano il voodoo, ma per trovare concreta autenticità in queste espressioni spirituali ci vuole molta avvedutezza e conoscenza del fenomeno. Forse così puoi entrare in contatto con chi preserva veramente le proprie tradizioni culturali, spirituali e musicali, e riconoscere invece chi assume un aspetto nettamente commerciale, vende fumo, perché come tu ben sai tutto il mondo è paese. Il disco è stato realizzato da musicisti di nazionalità diverse,  dall’Africa ad Haiti, da Cuba agli Stati Uniti. Ne cito alcuni: il batterista-polistrumentista Charles “BLVK Samurai” Burchell e il trombettista Christian Scott (ospite in Lo que no digo ahora)  sono di New Orleans; il californiano Michael League (Snarky Puppy) suona il contrabbasso in Habanera assieme al mozambicano Childo Tomas al basso elettrico; in Gloria Mìa al piano c’è Bill Laurence, in Libertad e Contradicciones c’è Bobby Sparks all’organo. Nella formazione base abbiamo il chitarrista-cantante haitiano Paul Beaubrun, il fedelissimo percussionista cubano Inor Sotolongo.  Nei brani Habanera, Gloria mía e  Yemayá suona anche mio fratello Raudol Palacios, violoncellista.

foto di Gian Franco Grilli
Yilian Cañizares (foto di Gian Franco Grilli)

Quindi mescolanza di varie culture ed etnie, con innesti e incroci tra autoctono e suoni importati, moderni,  insomma tra global jazz, rock e world music. Nel ripercorrere il tuo rapporto Haiti-Cuba, puoi dirci se  avete rispolverato alcuni toques  e tamburi tipici della tumba francesa, di origine franco-haitiana  e ben radicata nella zona orientale di Cuba, e mi riferisco a masón, frenté e yubá?
Tu me matas (ride!), mi vuoi morta. Scherzo. Sì, è vero, è un’importantissima tradizione. Non saprei dirti se sono stati richiamati quei pattern molto specifici della tumba francesa che hai citato. Forse il bravissimo Inor Sotolongo, che ha gestito il set percussivo, esclusivamente cubano, con batá e altri tamburi afrocubani, potrebbe esserti più preciso, ma so di certo che ha tratto ispirazione anche da ritmi africani e haitiani.

Concludiamo invece con il tuo violino, che qui si è allontanato dalla scuola del tuo mentore Grappelli, e in particolare sul fraseggio costruito in Contradicciones in cui sento invece degli accenti di cajun-zydeco, sonorità dell’Europa orientale e progressive rock. Non so se sono stato influenzato dalla geografia ma…
E’ molto interessante quello che dici, perché in effetti ho avuto persone che mi hanno chiesto se era musica dell’est europeo e adesso tu aggiungi anche quella cajun eccetera. Lo spirito rock c’è, comunque quel linguaggio ibridato è spontaneo, frutto dell’improvvisazione e non è studiato a tavolino.

E quale sarà il prossimo impegno importante?
Ritorno a Port-au-Prince per iniziare ufficialmente nel mese di gennaio 2020 il tour internazionale di presentazione di  Erzulie , che partirà proprio dal Festival International de Jazz de Port-au-Prince, il Papjazz e poi  suoneremo a Jacmel. Una volta lasciata Haiti, a cui devo moltissimo, porterò in giro per il  mondo questo progetto alternandomi con altri lavori e collaborazioni.

Gian Franco Grilli