Vanessa Haynes + Omar & 2.0

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Bari, teatro Forma, 1 novembre 2015

Vanessa Haynes, voce e piano elettrico

Omar, voce e tastiere

Xantoné Blacq, voce, tastiere

Tony Match, batteria

di Alceste Ayroldi

E’ un party, anzi come recita la locandina: A night inside acid jazz. E i maestri di cerimonie sono Xantoné Blacq e Tony Match, alias 2.0. Come a ogni festa che si rispetti, vi sono degli ospiti illustri, che qui si incarnano in Vanessa Haynes, meglio nota per essere la voce degli Incognito e Omar, che odora di leggenda nell’arco temporale – breve – dell’acid jazz, per avere consegnato ai posteri dei monumenti musicali del genere. In buona sostanza, sono da riordinare le posizioni ordite dalla produzione del tour (si badi bene: non del teatro che li ha ospitati, ma del management sornione), perché il live non è costruito su di un progetto in quattro, ma su di una architettura piuttosto molliccia che vede gli attesi interventi delle due star dopo il periodare di Blacq e Match, che tengono banco per i primi tre brani con il tastierista inglese che libera subito la sua voce, non sempre da manuale, e ritmi ballabili, coinvolgendo il pubblico in un consesso antifonale.

La guest che per prima calca la scena è Vanessa Haynes di bianco vestita e con un’acconciatura che s’apparenta a quella di Billie Holiday. Siede al piano elettrico e mette subito in chiaro che la sua voce è in perfetto stato di grazia, capace di declinare perfettamente anche i lemmi del blues e del R&B: suoni ficcanti arricchiti dal «suo» sassofonista Horace Cardew. Via la Haynes con Cardew e s’accomoda Omar tra scroscianti applausi che diventano fragorosi sotto le note di Nothing Like This, il singolo par excellence del polistrumentista inglese. In tutto questo andirivieni di gente sul palco, Tony Match scatena la sua inossidabile forza ritmica, carica di accenti provenienti da ogni dove musicale.

Il concerto volge al termine e, quasi per caso e per fortuna, si incontrano tutti e quattro (anzi cinque con Cardew) sul palco per regalare una versione un po’ raffazzonata di Don’t You Worry About Thing di Stevie Wonder, secondo il verbo degli Incognito.

La gloria passata – e presente – dei quattro musicisti si infrange sull’assenza di un progetto artistico, di un’idea comune se non quella di favorire il business. Con buona pace di tutti, acid jazz compreso.

Alceste Ayroldi