UNA STRANIERA A NEW YORK: INTERVISTA A JO-YU CHEN 1/2

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Jo-Yu Chen, pianista taiwanese residente a New York, ha da poco inciso il suo terzo album (Okeh Records), che vede la partecipazione di Kurt Rosenwinkell. Ne parliamo con lei (prima parte).

Partiamo dal tuo nuovo video: che storia racconta?

Lo abbiamo girato per il brano Castle. Per me ogni castello ha la sua storia, potrebbe aver avuto momenti di splendore, ma nel tempo forse è stato dimenticato. I castelli possono anche essere intesi come una gabbia psicologica. A New York, dove il capitalismo prospera, molte persone perseguono il potere, il denaro e la fama per ottenere una vita migliore. Mi chiedo se tutto ciò non attirerà le persone in una gabbia. Dopo centinaia, migliaia di anni anche New York si trasformerà in un castello? Abbiamo avuto la fortuna di incontrare il regista italiano Duccio Fabbri che ha voluto che io, Chris e Tommy dipingessimo il castello con le mani su di un muro. Quindi, abbiamo affittato una piccola galleria d’arte per meglio rappresentare l’idea della gabbia nel quale vengono racchiuse fantasia e creatività. Mentre dipingevamo, è stato molto bello vedere come tutto prendeva forma, proprio come quando improvvisiamo. Voglio ringraziare anche il pittore Abel Macias che ci ha aiutato nelle varie fasi.

A proposito di Castle, le prime battute ricordano la struttura ritmica del Bolero di Ravel.

Sì, è vero! Quando ho consegnato la musica al mio batterista Tommy Crane, gli ho detto che volevo una ritmica sul genere del Bolero, dall’incedere militare, proprio per ravvivare la misteriosa atmosfera di questa mia composizione piuttosto buia. Vorrei che gli ascoltatori lo sentano come un brano moderno con alcuni elementi presi dal passato.

«Stranger» è il titolo del tuo album. Sei tu la «straniera» in questione?

Si tratta di due differenti tipi di stranieri: le persone che una volta erano per me degli sconosciuti e che, poi, si sono avvicinate alla mia vita, e coloro che in passato mi erano vicini e che, nel tempo, sono diventati degli estranei. Ma si riferisce anche al fatto che, come musicista taiwanese che risiede a New York, ho fatto parte per anni di una minoranza negli Stati Uniti. Durante questo periodo mi sono spesso sentita come un’estranea ovunque andassi.

Parliamo del tuo trio. Come hai scelto i tuoi compagni?

Ho incontrato Chris Tordini e Tommy Crane, circa sette anni fa. Stavo pensando di formare un trio già da tempo e avevo provato con molti musicisti. Mi ricordo che quando stavo registrando il mio primo demo, ho chiesto al mio buon amico e grande batterista Tyshawn Sorey di registrare con me. E’ stato lui a raccomandarmi Chris, con il quale già suonava e mi è piaciuto subito. Ero convinta che il mio trio fosse nato, però Tyshawn ha deciso di prendersi un anno sabbatico. Chris mi parlò di Tommy ed è stato un colpo di fulmine! Non so come spiegarlo, ma sentivo che avevo il mio trio. Il loro stile si adatta perfettamente alle mie composizioni. Poi, erano già amici da tempo e questo per me è molto importante. Penso che sia bello suonare con musicisti che non si conoscono, ma per formare un gruppo o fare un album preferisco qualcuno al quale mi sento vicina, almeno la sessione ritmica.

E Kurt Rosenwinkel cosa c’entra?

Inizialmente avevo intenzione di registrare un altro album in trio. In realtà, la maggior parte delle mie composizioni sono state scritte appositamente per il trio con pianoforte. Tuttavia per Art of Darkness, in qualche modo sentivo suonare la chitarra di Kurt mentre lo componevo. Non riuscivo a decidere se volevo l’intero album solo con il trio o anche con un ospite. Ho deciso di seguire il mio cuore, così ho voluto la chitarra di Kurt per questo brano: ho sempre sognato di suonare con lui. Visto che avevo avuto questa opportunità, gli ho proposto di suonare anche in Castle e Pirate.

Questo significa che il tuo trio potrebbe diventare un quartetto?

Non l’ho pensato, ma tutto può succedere. Vedremo come andrà con le mie nuove composizioni, che hanno precedenza rispetto agli strumenti da utilizzare.

«Stranger» sottolinea la tua maturità di compositrice e pianista. Qualcosa è cambiato?

Amo ogni composizione di questo album. Ogni brano ha una sua personalità. Non credo che il mio stile sia cambiato radicalmente, ma l’esperienza di vita, naturalmente, mi ha fatto crescere. Come artista dubito sempre di me stessa e sono abbastanza severa, soprattutto sulla musica. Questo disco è arrivato in un momento in cui non sapevo come prendermi cura della mia carriera musicale. E’ molto difficile per i nuovi artisti riuscire a essere ascoltati o avere l’opportunità di suonare. In realtà, non sapevo nemmeno se incidere un nuovo disco dopo «Incomplete Soul».

Alceste Ayroldi

(prima parte)