Un quarto di secolo per Umbria Jazz Winter 2017 – I parte

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Umbria Jazz Winter -JazzMeia Horn

Orvieto, l’etrusca-romanica, con Umbria Jazz Winter ha fatto molta esperienza nel contenere il pubblico del jazz che arrivando da mezzo mondo l’affolla dal 28 dicembre al 1 gennaio e da venticinque anni a questa parte. E lo fa con amorevole partecipazione, da ogni punto di vista: ricettivo, commerciale e passionale, tanto da far indossare con elegante nonchalance gli abiti jazzistici anche nelle vetrine delle varie attività e per le strade.

Il giallo colora il venticinquennale, così tutti i gadget hanno indossato il colore del sole. Un colore che s’apparenta con il cartellone ordito da Carlo Pagnotta e sodali: luminoso e variopinto, sempre nel rispetto delle linee – almeno quelle invernali – di quello che è uno dei festival più famosi nel mondo.

Innanzitutto due residenze che potrebbero apparire fuori dalle righe: quella di Maria Pia De Vito e, l’altra, di Marc Ribot. Poi, tre punti fermi che hanno replicato le loro performance nel corso dei cinque giorni per così soddisfare il flusso crescente di pubblico che ha affollato le varie sale deputate ai concerti: Jason Moran con un super gruppo per tributare Thelonious Monk, la rising star a stelle e strisce Jazzmeia Horn e il collaudato duo Gino Paoli e Danilo Rea.

Spetta alle giovani promesse del Berklee Umbria Jazz Award Clinics 2017 e, a seguire, ai vincitori del contest internazionale Chord Four, aprire le danze. Ambedue le formazioni si sono contese gli applausi del pubblico, che si è gustatp la freschezza delle sonorità e una illuminata esecuzione.

A Umbria Jazz spetta il merito di aver battezzato per la scena italiana alcuni dei più importanti jazzisti contemporanei, come Cecile McLorin Salvant, Gregory Porter, Kurt Elling, Brad Mehldau, Hiromi, giusto per citarne alcuni.  L’apertura serale, al teatro Mancinelli il 28 dicembre, viene quindi attribuita al debutto italiano della ventiseienne cantante afroamericana.

Dopo i saluti di rito e l’introduzione al concerto fatta da Giovanni Serrazanetti ed Enzo Capua, la pluridecorata Jazzmeia Horn – il cui nome porta la firma della nonna, grande appassionata di jazz, che lo scelse – si fa attendere dal pubblico, tanto da costringere Enzo Capua a dover giustificare il ritardo: la cantante non aveva completato la sua fase di concentrazione. Poi, arriva sul palco aureolata dal suo – oramai – noto copricapo (preso in prestito da Erykah Badu) e con i suoi fidati sodali: Victor Gould al pianoforte, Geraud Portal al contrabbasso e Henry Coneway alla batteria. Il cuore del concerto ruota intorno all’album d’esordio «A Social Call». Da Tight al ben architettato medley Afro Blue/Eye See You/Wade In The Water, fino ad arrivare a Night And Day, la Horn cerca di tirare fuori il suo carattere, lasciandosi andare a uno scat più basato sui sovracuti che ai cambi di registro, nel tentativo di emulare a volte l’audacia ritmica e le modulazioni di Betty Carter, altre gli strascinamenti di Billie Holiday o le ritmiche scansioni di Sarah Vaughan. Mescola e rimescola la sua voce che s’infrange in un restyling non sempre convincente.

Umbria Jazz Winter -JazzMeia Horn Quartet
Umbria Jazz Winter -JazzMeia Horn Quartet
Umbria Jazz Winter -JazzMeia Horn
Umbria Jazz Winter -JazzMeia Horn

Il 29 dicembre (ore 12, museo Emilio Greco) si apre con la prima performance della residency di Marc Ribot con il suo corroborante trio. Ribot è sempre pronto e disposto a stupire con i suoi suoni che s’immergono in mezzo mondo e tagliano a fette la storia della musica. Con il chitarrista di Newark altre due leggende dell’avanguardia jazzistica: il contrabbassista Henry Grimes, che a dispetto del suo non felice stato di salute e delle sue ottantadue primavere, quando imbraccia il contrabbasso fa scintille e Chad Taylor alla batteria (già al fianco di Pharoah Sanders, Derek Bailey, Peter Brotzmann).

Ribot non è tipo da chiacchiera con il pubblico: si siede e suona la sua chitarra, armeggia con la sua pedaliera creando effetti dissacranti, martellando le corde, swingando a piacimento, imprimendo un ritmo forsennato o accarezzando i tasti edificando palafitte oniriche dal profumo di blues. Grimes, dal pizzicato goloso, dallo slappin’ pastoso e velatamente dissonante, genera figurazioni ritmiche illuminanti; mentre con l’archetto imbrunisce il suono, cattura il ritmo fino a segmentarlo in cellule vitali. Taylor è una macchina da guerra, pennella di luce i piatti contrappuntando il brumoso contrabbasso, detta i tempi e li esegue alla perfezione, crea trappole ritmico-armoniche, invitando a nozze la libertà di espressione di Ribot, che riesce a far confluire in una ballad, con esegetica naturalezza, la tradizione folclorica statunitense vergandola con riff western. Un concerto con il filo elettrico in mano, che non concede né tregua né pause.

Umbria Jazz Winter – Marc Ribot

Nel primo pomeriggio (ore 16, sala Expo di palazzo del Popolo) è la volta di Maria Pia De Vito, che dà inizio alla sua residency con il tributo a Joni Mitchell So Right. Dieci anni ma li dimostra, tanti sono gli anni trascorsi dall’uscita discografica di questo bel lavoro della cantante partenopea. E fa bene a riproporlo la De Vito, perché di musica di questo spessore ce ne è bisogno. Poi, se a rincarare la dose sul palco ci sono tre musicisti le cui anime si intrecciano, tutto sembra perfetto. Maria Pia De Vito coopta in questo progetto Julian Oliver Mazzariello, pianista di grande talento che sa come misurare tempi e suoni per renderli calzanti a ogni progetto; al contrabbasso, come nel disco, troneggia Enzo Pietropaoli, musicista di rara sensibilità e dal tocco gioioso, preciso e immaginifico.

Il jazz e la cantautrice canadese sono sempre stati ottimi amici, tanto che Charles Mingus nel 1979 la volle con se per dare vita a una pietra miliare del jazz: «Mingus», che Maria Pia De Vito non dimentica nel cassetto ma bensì accende i riflettori su questo apparentamento, illuminando la scena con le architetture disegnate dal contrabbasso di Pietropaoli e giocando con il pubblico su God Must Be A Boogie Man. C’è spazio, in buona parte, per tutto l’album della De Vito, quindi anche per Harlem In Havana, A Case Of You, Chinese Cafè e Morning Morgantown (non presente sul cd). Se ve ne fosse stato bisogno, la De Vito conferma che può declinare qualsiasi vocabolario musicale e coniugare qualsiasi verbo di genere, rendendolo unico con la sua voce brillante, con i cambi di registro, glissando e scat, senza alcuna fatica. Il tutto, con un’originalità interpretativa che poche voci possono vantare.

Umbria Jazz Winter – Maria Pia De Vito

Di seguito, è ancora la novità a farla da padrone, così Orvieto accoglie a braccia aperte la reunion dei Licaones, alias Mauro Ottolini, Francesco Bearzatti, Oscar Marchioni e Paola Mappa. Un disco che ha quindici anni, ma dimostra una freschezza e un’attualità tali da farci capire come «i cani del deserto» fossero degli antesignani di un sound oggi così à la page. Sagace ironia, verve comica (rappresentata, per lo più, da uno scoppiettante Ottolini), eleganza espositiva e un interplay entusiasmante sono le caratteristiche del rutilante quartetto. Mappa macina ritmo, mentre le tastiere (Nord Electro 2) di Marchioni fanno scintille e distillano groove, lasciando a Ottolini e Bearzatti le linee melodiche e le costruzioni armoniche.

Un viaggio in quel jazz degli anni Sessanta che fece tornare la gente a ballare, a cavallo tra Jimmy Smith e Richard  Holmes; quella musica che oggi viene etichettata sbrigativamente con il termine «ombrello» loungemusic. Ma non solo, perché la fusione di sonorità è il piatto forte del quartetto, come in Mattana dove il ritmo si fa ska, o quando impera il samba e il tenore di Bearzatti sprigiona una sensualità ruggente su di un altalena di registri. Giunti quasi al termine, c’è una bella sorpresa per tutti, quando Ottolini & Co. fanno salire sul palco Flavio Boltro e Karima per una jam che si muove forsennatamente intorno alle note di Hallelujah I Love You So, con la cantante italo-algerina che sciorina una graffiante verve blues rendendo così ancora più torrenziale la pioggia di suoni del combo allargato.

Alceste Ayroldi

Fotografie di Cristiano Romano

Umbria Jazz Winter – The Licaones
Umbria Jazz Winter – The Licaones: Francesco Bearzatti e Mauro Ottolini