Umbria Jazz: Enrico Rava e Stefano Di Battista

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Enrico Rava New Quartet & Stefano Di Battista il 13 luglio a Umbria Jazz

«Wild Dance» è il nuovo lavoro discografico di Enrico Rava, pubblicato con l’Ecm che verrà presentato a Umbria Jazz mercoledì 13 luglio (ore 21, arena Santa Giuliana). Con il noto trombettista triestino ci saranno Francesco Diodati (chitarra), Gabriele Evangelista (contrabbasso), Enrico Morello (batteria), più un ospite d’eccezione che non abbisogna di presentazioni: Stefano Di Battista.

Di seguito pubblichiamo una parte dell’intervista a Enrico Rava, già pubblicata sulla rivista Musica Jazz.

Parliamo di «Wild Dance», dove i brani sono tutti a tua firma.

Tutti tranne Improvvisation, che è un’improvvisazione collettiva e, quindi, è firmata da tutti. Alcuni brani li ho composti per questo gruppo e, in particolare, per questo disco. Altri erano più vecchi: tra l’altro ce ne è uno Infant che ha più di venti anni e sono stati gli altri a dire: «Perché non suoniamo questo?». E’ un brano modernissimo che avrei potuto scrivere stamattina. Mi fa molto piacere che dei giovani musicisti abbiano scelto di suonare dei brani che io ho scritto tanti anni fa. Così come è accaduto nel precedente «Tribe», dove l’omonimo brano è del 1977, quando ancora non avevo un capello bianco. Per questo quartetto ho composto appositamente Space Girl, Frogs, Happy Shades.

Questo nuovo quartetto come è nato?

Sono tutti musicisti già affermati, benché molto giovani. Li avevo già sentiti suonare. Poi, tre anni fa sono venuti a Siena per i miei seminari e, qualche mese dopo, ho avuto voglia di fare un gruppo con loro. Anche perché avevo voglia di sentire nuovamente la mia musica suonata con la chitarra. Ho avuto sempre in passato gruppi con la chitarra, perché il suono che questo strumento restituisce con la tromba è avvolgente. Prima avevo suonato molto con i pianisti, che hanno queste dieci dita e fanno tanti accordi che riempiono molto gli spazi. Mi trovavo più a mio agio con i chitarristi, perché c’era più spazio per me. In quegli anni, la maggior parte dei pianisti suonava alla Herbie Hancock o alla McCoy Tyner, quindi nel primo caso ti veniva di fare delle cose alla Miles Davis, nel secondo alla John Coltrane: il loro peso era determinante. Il gruppo di tromba e chitarra era molto originale, perché aveva ben pochi riferimenti, fatta eccezione per la coppia Art FarmerJim Hall, e mi permetteva di inventarmi delle cose originali. Poi, ho conosciuto Stefano Bollani, allora ventiduenne, e con lui ho suonato tantissimo, poi con Giovanni Guidi. L’Italia ha dei pianisti bravissimi.

Dal 2004 hai ripreso a incidere dischi, in maniera continuativa, con l’Ecm. Questo legame ha in qualche modo influenzato la tua musica?

La mia musica è cambiata nel tempo, almeno spero, ma non per l’influenza dell’Ecm, che invece ha influito sulla mia attività, perché i dischi escono in tutto il mondo. E ciò fa sì la mia musica sia ascoltata anche in paesi dove, diversamente, non avrebbero tutta questa notorietà. Nell’Ecm c’è di tutto, non solo Keith Jarrett o i musicisti scandinavi: c’è stato Art Blakey, Lester Bowie. Adesso ci sono i nuovi musicisti americani, c’è musica contemporanea. L’unico filo rosso che lega le scelte di Manfred Eicher è che sceglie i musicisti la cui musica è da lui apprezzata. E’ questo il suo parametro, così come negli anni Cinquanta la Blue Note incideva solo i dischi dei musicisti che piacevano a Wolf e Lion. E tranne alcune eccezioni geniali, come Horace Silver e il primo disco di Cannonball Adderley, i dischi prodotti dalla Blue Note un po’ si rassomigliavano tutti.

«Wild Dance» è un disco roccioso, maschio.

Ciò che mi piace di questo disco è il viaggio che parte dal primo brano. C’è una progressione: parte in maniera tranquilla e poi cresce di brano in brano. E’ un viaggio che faccio nella mia testa, perché penso che oggigiorno non c’è più nessuno che ascolta un disco dal principio alla fine, così come si faceva in passato. E quindi mi è piaciuto immaginare che ci sia qualcuno che ascolta questa mia storia dall’inizio alla fine, con il crescendo delle composizioni.

Alceste Ayroldi

http://www.umbriajazz.com/