Trygve Seim: Helsinki Songs

di Alceste Ayroldi

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Trygve Seim
Da sinistra: il batterista finlandese Markku Ounaskari, Trygve Seim, il contrabbassista Mats Eilertsen e il pianista estone Kristjan Randalu (foto di Antonio Armentano)

Quarantotto anni, norvegese di nascita ma catalizzatore di molte vibrazioni jazzistiche dell’intera Scandinavia e delle repubbliche baltiche: Trygve Seim è uno dei più creativi sassofonisti europei, un musicista di grande apertura mentale

Partiamo dal tuo ultimo album «Helsinki Songs». Sei nato a Oslo e cresciuto in Norvegia. Perché hai deciso di dedicare questo album alla capitale finlandese?
Dunque, nei primi anni Novanta ho iniziato a suonare con dei musicisti finlandesi. Il primo musicista con cui ho suonato è stato il batterista Edward Vesala, e nel gruppo c’era anche la pianista Iro Haarla, sua moglie. Dopo la scomparsa di Edward, nel 1999, continuai a suonare con Iro. Poi ho suonato con altri finlandesi, specialmente col pianista Samuli Mikkonen e il suo gruppo Kuàra, incidendo anche per ECM. Così è nata la storia di «Helsinki Songs», perché ogni volta che suonavo in Finlandia con Mikkonen – lui è anche un compositore classico, membro dell’associazione dei compositori finlandesi – risiedevo a Helsinki in un appartamento messo a disposizione dall’associazione suddetta: c’era una camera da letto con un pianoforte molto bello, e ogni volta che mi trovavo lì componevo musica. La maggior parte dei brani dell’album l’ho composta in quell’appartamento: ecco spiegato il titolo di questo disco.

Comunque, a ben guardare, è una consuetudine dei musicisti scandinavi quella di girare e andare a vivere negli stati della penisola, inclusa la Danimarca.
Vero: nonostante le differenze linguistiche, i musicisti scandinavi amano collaborare tra loro per stimolare reciprocamente la creatività.

Parliamo dei musicisti che ti hanno accompagnato in questo disco. Rispetto al tuo precedente lavoro hai scelto uno staff che già ben conoscevi.
Con Mats Eilertsen e Markku Ounaskari lavoro già da diverso tempo. Con Markku il rapporto di collaborazione è iniziato quando suonavo con Sinikka Langeland; tra l’altro proprio con Langeland ho avuto modo di conoscere molti altri musicisti finlandesi ed è stata lei a farmi apprezzare il pianista Kristjan Randalu, con il quale ho suonato nell’album di Sinikka «The Magic Forest», sempre ECM, e che mi era piaciuto anche al fianco di Dhafer Youssef. Così gli ho chiesto di far parte del mio gruppo per quest’ultimo lavoro. Quindi avevo già avuto esperienze musicali con tutti loro. Ho voluto formare un quartetto proprio perché il gruppo del precedente disco era stato molto ampio. Avevo voglia di suonare con un classico jazz quartet.

Ti piace cambiare spesso i musicisti con cui collabori?
No, proprio no. Mi piace costruire rapporti che vadano anche oltre l’aspetto collaborativo nell’ambito musicale. Ti basti sapere che con Mats Eilertsen e Markku Ounaskari collaboro da circa venticinque anni. E, anche se può succedere di non lavorare assieme per qualche tempo, ci seguiamo sempre a vicenda, apprezzando ciascuno ciò che hanno realizzato gli altri; e, quando sorge un’opportunità, come per la realizzazione di un disco e la sua promozione, la cogliamo al volo tornando a riunirci con reciproca soddisfazione.

Trygve Seim (foto di Antonio Armentano)
Trygve Seim (foto di Antonio Armentano)

Nel brano In New Beginning sembra quasi che tu abbia tratto ispirazione dal Don Giovanni di Mozart.
Be’, potrebbe anche essere! Amo la musica classica e ne ascolto tanta, quindi ci sta pure che, consapevolmente oppure no, io abbia citato anche Mozart.

Comunque in tutto l’album traspare la tua passione per la musica classica, come in Ciaccona For Embrik.
Sono anche un compositore di «nuova musica classica», quella che viene definita classica contemporanea, ma non la suono al sassofono. Per esempio, nel mio precedente lavoro «Rumi Songs», ci sono molti legami con la musica classica, così come con il jazz e con la musica folk; suono musica folk, della tradizione scandinava, anche perché collaboro con diversi musicisti che si occupano di folk music, così come con musicisti indiani e arabi. E tutto ciò, inevitabilmente, ha influenzato la mia prospettiva musicale.

Invece in Yes Please Both le armonie sono dilatate, non lesini dissonanze. È un brano assai diverso dagli altri. Che cosa è successo?
Ed è pure il motivo per il quale gli ho dato quel titolo. Sono fonte di ispirazione per me anche Ornette Coleman, Don Cherry e la loro interpretazione del jazz. Quindi ho voluto far respirare all’ascoltatore anche questa mia vena creativa che deriva da tali influenze.

Poi c’è il bellissimo Nocturne: che cosa ti ha ispirato questo brano?
Il 28 aprile 2014 (ricordo ancora la data) ero nell’ormai famigerato appartamento dell’associazione dei compositori finlandesi e non riuscivo ad addormentarmi; dopo un paio d’ore di vani tentativi mi venne in mente una melodia e così composi questo brano: il frutto dell’insonnia!

Quanta improvvisazione c’è in questo disco?
C’è, ma ovviamente è diversa da un brano all’altro. In alcuni, per esempio, l’introduzione è completamente improvvisata, così come – in altri – lo è l’assolo di pianoforte; in certi brani sono io che improvviso con il sassofono sulla melodia. Altre volte è il bassista che improvvisa e stimola il batterista a fare altrettanto, magari cambiando le carte in tavola rispetto all’idea primigenia. Ecco, da questo punto di vista abbiamo lavorato in maniera old fashioned, che è un sistema che amo moltissimo. Di improvvisazione ce n’è tanta, sia nella fase compositiva sia in quella interpretativa.

Trygve Seim «Helsinki Songs»
Trygve Seim «Helsinki Songs»

Prima di «Helsinki Songs» hai pubblicato «Rumi Songs». La parola e la forma-canzone ti rappresentano come compositore?
Sicuramente sì, anche se in Norvegia viene fatta una differenza lessicale, rispetto all’accezione anglosassone, tra song e quella che è una composizione più complessa e articolata. Per esempio, nel mio album «Sangam» del 2004 i brani sono lunghi e complessi, eseguiti dal mio large ensemble di diciassette musicisti, mentre nei miei due album successivi la struttura è proprio quella di una song con un corpo melodico, strofa e ritornello. «Purcor», l’album che ho inciso in duo con Andreas Utnem, è stato sottotitolato da Manfred Eicher Songs For Saxophone And Piano, cosa che ho apprezzato moltissimo perché rendeva l’idea ancora più aperta agli occhi degli ascoltatori, i quali potevano aspettarsi di tutto.

Nell’ascoltare la tua musica non si può fare a meno di pensare alla natura. Per te, come compositore, quanto è importante la natura?
Per me è più importante come essere umano: la natura è la mia vita. Appena mi è possibile amo andare in mezzo alla natura, passeggiare nella foresta. Abito a dieci minuti dal centro di Oslo ma mi trovo nella situazione di essere vicino alla foresta. La natura è importantissima, per me, e mi sorprendo nel vedere cose che non ho mai visto prima. Penso che la mia musica rifletta questo sentimento, così come sia influenzata dalla musica che ho ascoltato – e ascolterò – nella mia vita.

Parlando ancora di «Rumi Songs», l’album trae ispirazione dai testi di Jelaluddin Rumi. Come l’hai conosciuto e cosa ti ha attratto del suo pensiero?
Nel 2003 il soprano Anne-Lise Berntsen mi commissionò della musica per organo a canne e pianoforte, per un concerto in chiesa a scopo benefico e nel quale eseguì musiche di Mahler, Górecki, Sofia Gubaidulina e del sottoscritto. È stato un grande onore ritrovarmi affiancato a questi tre grandi compositori, così come ho apprezzato moltissimo che Anne-Lise, poi scomparsa nel 2012, mi abbia chiesto di comporre per lei, una delle più famose cantanti liriche norvegesi. Era una persona molto aperta ed era sempre curiosa di conoscere cose nuove, anche di altre culture. A quel tempo stava leggendo testi sul sufismo ed era particolarmente affascinata dalla poesia di Rumi. Per la commissione che avevo ricevuto da lei ero libero di scegliere qualsiasi testo che volessi usare (oppure no), ma Anne-Lise mi fornì due traduzioni inglesi di testi di Jennaluddin Rumi, The Essential Rumi e Like This di Coleman Barks. Io preferivo le versioni di Barks (il poeta cui si deve la traduzione della maggior parte delle opere di Rumi) ad altre che aveva letto lei, e Anne-Lise mi disse che sarebbe stata molto felice se avessi usato le traduzioni di quei testi nelle mie composizioni. Così ho fatto e così sono state composte le mie prime due Rumi songs. Un paio di anni dopo ne ho scritta un’altra per Anne-Lise e poi una per il Trio Mediæval, Frode Haltli e me. Mi sento molto in sintonia con la visione di Rumi e credo che il suo modo di interpretare la vita sia molto moderno.

Incidi per ECM fin dal tuo primo disco come leader. Cosa ti dà di più questa casa discografica rispetto alle altre?
Sono stato molto fortunato a essere diventato un artista ECM circa vent’anni fa. Ovviamente ci sono molte buone case discografiche con degli altrettanto buoni produttori, ma ECM è Manfred Eicher e Manfred Eicher è ECM. La sua presenza in studio è fondamentale, ed è giusto ricordarsi che Manfred è stato uno dei contrabbassisti dei Berliner Philarmoniker quando il direttore stabile era Herbert von Karajan; quindi è giusto dire che ha maturato un tipo di ascolto e di suono unici. Poi ha portato questa sua esperienza nel jazz e, per quanto mi riguarda, è un tratto molto interessante perché rispecchia il mio background. Lo ritengo un grande produttore e, per me, una fonte d’ispirazione. Quando registro con lui è come se succedesse qualcosa di magico. Sono molto fortunato a far parte di questo team.

Come dicevi, sei anche un compositore di musica classica. Il tuo approccio alla composizione è quindi diverso rispetto alla tradizione jazzistica?
Sì, naturalmente. Così come porto la mia esperienza classica e la mia estetica nel jazz, succede anche l’esatto inverso.

Hai detto: «Ricordo che il mio primo disco di jazz è stato “Decoy” di Miles Davis, che è stato tanto importante quanto la stessa figura di Miles». Perché prediligi proprio questo disco, in particolare?
In realtà tutti i dischi di Miles sono importanti per me. Miles era sincero e guardava sempre avanti. Aver iniziato ad ascoltare jazz con Miles Davis è stata una vera e propria rivelazione a proposito di una musica cheancora non conoscevo.

Ed è vero che hai iniziato a suonare il sassofono nel 1985, dopo aver ascoltato un album di Jan Garbarek?
Sì, è vero. Mio padre, che ha vissuto all’estero per gran parte della mia infanzia, mi regalò il suo sassofono, che aveva comprato a Mumbai, in India, quando lavorava laggiù. All’epoca lui avrebbe voluto imparare a suonare il sassofono, ma non aveva il tempo di farlo. All’inizio rifiutai la sua offerta ma, in seguito, scoprii che uno dei dischi preferiti del mio patrigno era «Eventyr» di Jan Garbarek. Quando mi resi conto che si trattava di musica suonata con il sassofono, richiamai di nuovo mio padre pregandolo di darmi il suo strumento. Così scoprii che tramite il suono del sassofono potevo captare i suoni della natura e sentirmi dentro la musica. All’inizio ascoltavo molto Jan ma anche Dexter Gordon, che in quel periodo ha avuto per me un’influenza importante, così come il sassofonista norvegese Tore Brunborg. Dopo aver terminato i miei studi di jazz mi sono interessato alla musica orientale e a quella indiana, e talvolta mi chiedo se questa passione nasca da un virus nascosto dentro il mio primo sassofono acquistato da mio padre a Mumbai…

Ad aver influenzato la tua linea compositiva sono stati il già citato Edward Vesala e il pianista e compositore norvegese Jon Balke. Perché?
Al termine degli studi iniziai a suonare con Jon Balke, che già apprezzavo da tempo. Poter suonare le sue composizioni e partecipare attivamente alla formazione dei suoi gruppi, in particolare gli Oslo 13, è stata una grande fonte di ispirazione per me e ha contribuito notevolmente alla mia formazione di musicista e autore. I suoi lavori erano innovativi: mettevano in campo jazz, musica scandinava e musica araba. Quando ascoltai per la prima volta Vesala, all’uscita del concerto mi chiesi: ma che cosa ho ascoltato? Cos’è successo là dentro? Ero sotto shock. Poi, come ho dettoprima, ho avuto l’onore e il piacere di suonare con lui e con sua moglie Iro Haarla. Entrambi, Balke e Vesala, mi hanno insegnato che non esistono categorie musicali.

E anche un batterista come Per Oddvar Johansen.
Sì, anche lui è stato molto importante, fin da quando studiavo musica.

Quando componi, quale strumento utilizzi?
Di solito il pianoforte. Non sono un bravo pianista, tutt’altro, ma penso che il piano sia lo strumento migliore per comporre; altre volte canto la melodia e la metto sul pentagramma.

Perché la bella esperienza del collettivo Oslo 13 si è conclusa?
È stata un’esperienza fantastica, così come lo è adesso il nuovo gruppo Batagraf, di cui mi onoro di far parte con Balke e Mathias Eick. Non è finita un’esperienza: ne è semplicemente iniziata un’altra.

Quando e perché hai deciso che la musica sarebbe stata la tua professione?
Di sicuro quando ho ricevuto il sassofono da mio padre. Avevo tredici anni, e mi dissi: ecco quel che voglio fare!

Qualcuno, parlando della tua musica, ha detto che è «The new wave of jazz». Che ne pensi?
Ogni cosa è una cosa nuova, una nuova «onda». Forse perché la mia musica tiene in equilibrio jazz, classica contemporanea, tradizione folclorica, ma niente di tutto questo è nuovo. È soltanto ciò che sento io. Ma chissà cosa aveva in testa chi ha detto una cosa simile…

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Continuare a studiare, suonare e comporre. Spero di poter riprendere il discorso del large ensemble che ho gestito per cinque anni: il problema di un gruppo così consistente è amministrarlo. Poi vorrei stare con i miei bambini!

Alceste Ayroldi

[da Musica Jazz, febbraio 2019]