«TRADITORI», INTERVISTA A ETTORE FIORAVANTI

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«TRADITORI», INTERVISTA A ETTORE FIORAVANTI

di Alceste Ayroldi

«Traditori» è il titolo del nuovo album di Ettore Fioravanti edito dall’Alfa Music. Ne parliamo con lui.

Ettore, chi sono i «Traditori»?

Tutti lo siamo un po’. Nelle note di copertina del disco c’è un’illuminante scritto del prof. Larotonda, antropologo e saggista, che spiega la connessione tra i termini tradimento e tradizione; come a dire, banalizzando, che chi tradisce ha rispetto delle sue radici e proprio per questo le vuole alterare, violando il dogma in cui si sono trasformate. Il jazz, come musica in continua evoluzione, rischia sempre di essere congelato in regole, definizioni, stilemi che sono essi stessi un suo tradimento. Compito del musicista attuale è di rimettersi in viaggio, a costo di non aver chiara la destinazione, e forse neppure le tappe.

Sarà difficile dedicare un album con questo titolo a qualcuno. Comunque, a chi lo dedicheresti?

A tutti i traditori sani, quelli che sapendo di esserlo lo palesano, una specie di outing: e quindi, sperando che si riconoscano in questa definizione, a Totò, Pirandello, Beethoven, Coltrane, Mirò, Stanley Kubrik e a tutti i miei miti di giovane e di adulto.

Ci racconteresti la genesi di questo quartetto e perché hai scelto Zanisi come ospite?

Venivo dall’esperienza quasi decennale del sestetto Belcanto col quale avevo lavorato molto sulla composizione e l’arrangiamento. Nel 2009 mi sono guardato fuori e dentro e ho capito che mi mancavano due cose, un gruppo di musicisti con cui fare prove regolari e uno spazio maggiore per l’improvvisazione: il quartetto, formato da musicisti tutti di area romana, mi dava questa opportunità. E’ stato un anno e mezzo di prove costanti e feconde. Era essenziale la qualità dei compagni di viaggio; con Marcello Allulli c’era già una militanza comune in varie formazioni: di lui mi è indispensabile il connubio fra passato e futuro; Francesco Ponticelli ha un suono raro e una profondità preziosa, Marco Bonini (oggi sostituito da Francesco Poeti) possiede il dono di rendere musicale l’elettronica. Le composizioni prendevano forma proprio dalla continua rivisitazione, i musicisti si studiano, si conoscono, si amano e si odiano, e alla fine si affratellano. In questo gioco di fratellanza è stato naturale coinvolgere Enrico Zanisi, col quale avevo già collaborato in svariati contesti e che a fronte della giovane età e enorme potenzialità si è sempre reso disponibile ad aggiungere una voce in più al puzzle del quartetto.

Ci sono tre generazioni che si confrontano. Alla fine c’è ne è una vincitrice o il confronto generazionale ha creato una nuova via?

Sicuramente l’incrocio di diverse esperienze musicali, approcci e gusti variegati può dare risultati apprezzabili, ma bisogna avere le persone giuste altrimenti si rischia che il mélange sia sterile. Mi trovo nell’età di mezzo, né giovane emergente né vecchio saggio, e per questo ho bisogno di relazionarmi con tutte e due queste figure: le esperienze fatte con musicisti come Gianluigi Trovesi o Steve Swallow sono servite per sentirmi ancora a scuola e vorrei ripetere incontri di quel genere per non finire mai di imparare; al contempo imparo tanto anche da Poeti, Ponticelli e Zanisi, gente che suona davvero e mi costringe a vedere (o rivedere) la musica da altre angolazioni. Inoltre il mio approccio con i mezzi attuali (dall’elettronica ai social, da Spotify ad Amazon) rischia di inaridirsi su pseudo-sicurezze da pensiero antico; invece, il mondo che corre mi si rappresenta nitidamente quando ho a che fare con i giovani.

E’ un disco molto rock. Nostalgia del passato o uno sguardo al futuro?

Ambedue. Sono cresciuto ascoltando il rock, soprattutto il progressive, e non posso e non voglio impedire che quell’imprinting condizioni la musica che faccio. D’altro canto amo l’improvvisazione e voglio cercare nuove strade per praticarla, uscendo dagli stereotipi didattici o stilistici. Anche in questo caso voglio tradire il passato che amo proprio perchè lo amo ancora, quindi ci devo fare i conti ma lo devo manipolare, altrimenti il futuro mi mangia in un boccone. Abbiamo deciso di usare l’hammond perchè era presente in sala e perchè avrebbe spostato un po’ la gamma coloristica sul versante elettrico. Zanisi non è uno specialista, ma credo di averlo incuriosito. Certamente rimanda al suono pop-rock che ho nelle orecchie, contribuisce a travestire i miei giovani compari da capelloni del 1974. Le composizioni hanno subito il trattamento di cottura lenta: un compositore jazz che partorisce un brano sa che deve darlo in pasto ad altri musicisti  che lo modelleranno secondo la loro personalità.

Tre le cover. Iniziamo da Perfect Day di Lou Reed e dalla beatlesiana I Want You. Sono due tra i tuoi brani preferiti o sono due tra i più grandi traditori della musica?

Nella scelta di composizioni altrui penso sempre che debbano possedere alcuni elementi che le rendano comunque riconoscibili anche dopo un trattamento traditorio: è stato così per Brava di Mina nel cd precedente e lo è per questi due brani. Il primo ha un’apertura solare nella melodia, il secondo un’intrigante gimkana ritmica. Questa utilità ai fini espressivi va al di là della scontata valutazione di Lou Reed e John Lennon come eroi maledetti. Sinceramente non conosco bene la loro musica, ma quei brani facevano al caso mio e li ho adottati.

Poi arriva Thelonious Monk con Bemsha Swing.

Se non è traditore Monk, sicuramente lo sono tutti i musicisti che lo hanno amato, studiato e suonato, poichè lui, che è uno dei pochi veri compositori jazz, avrebbe senz’altro preteso che le note che aveva scritto fossero abusate, stritolate, bruciate per rinascere dalle loro ceneri. Proprio per amore verso la sua musica è nata una versione straniante, molto elettronica e rock, basata su un trattamento del riff elaborato da Ponticelli. Mi pare uno dei brani che meglio rappresenta questo gruppo.

In genere, ciò che traspare è un grande senso dell’ironia.

L’ironia è una delle componenti della mia vita: tradurla in musica non è così semplice perchè il rischio di boutade scenografica, di barzelletta con parolaccia è dietro l’angolo. Un brano come Polka loca parte sì da riferimenti pagliacceschi ma diventa quasi subito motivo di trattamento improvvisativo collettivo per poi ritrovarsi sul finale con una serie di allungamenti ed accorciamenti ritmici che gli fanno perdere la buffoneria di partenza.

A proposito: secondo te il jazz si prende troppo sul serio?

Serietà e ironia possono andare d’accordo e spesso portano a risultati eccellenti. Un uomo come Kenny Wheeler era ricco di humor (i titoli dei suoi brani ne sono testimonianza) a fronte della sua apparente ombrosità e dell’impressionismo della sua musica. Anche Armstrong, Gillespie e lo stesso Monk sono esempi di stravaganza che va a braccetto con qualità artistica. Piuttosto a me disturba l’iconografia del musicista esistenzialista, chiuso nella sua torre a pensare al male del mondo che lo tormenta, e spesso per questo idolatrato da un pubblico affascinato dalle tenebrosità. Ridere di se stessi è medicina consigliata da tutti i medici, ti riporta sulla terra quando pensavi di essere fra le stelle, crea un rapporto più vero con gli altri musicisti e con coloro che ti ascoltano, i quali ultimi sono parte essenziale della filiera creativa: chi suona ha bisogno di sentire chi lo sente. E il sorriso non può che aiutare.

Con la tua attività didattica hai il polso anche della preparazione dei giovani jazzisti. Non parliamo del loro livello tecnico, ma della loro creatività e voglia di fare: come la giudichi?

Il jazz nei conservatori, e in genere nelle scuole di musica sta vivendo in Italia una fase di espansione e di confusione insieme, dato che da una parte il legislatore sta cominciando ad occuparsene, dall’altra gli esempi, spesso eccellenti, che provengono dalle esperienze di altri paesi non sono adeguatamente ed efficacemente duplicati in Italia. Malgrado ciò esistono migliaia di giovani musicisti che si avvicinano alla nostra musica con curiosità e rispetto, ma anche con la volontà di utilizzare il ventaglio di conoscenze che possono ottenere per scopi altri: e qui torniamo al tradimento sano, evviva! Il rischio di dogmatismo è sempre dietro l’angolo, ed è connaturato con le necessità burocratiche di una scuola, soprattutto se pubblica. E’ in corso in questi tempi una discussione tra docenti jazz centrata proprio sul necessario bilanciamento tra dottrina e creatività, tra le regole scritte e l’esperienza artistica del musicista/insegnante: la ritengo una tribuna necessaria e urgente per non farsi affogare da norme, bandi e note ministeriali che spesso dimenticano la vera essenza dell’arte. Negli studenti percepisco spesso la volontà di rompere le sbarre, ma anche la coscienza di quanto suonare pretenda cura continua, e insieme che suonar bene non basta a fare grande musica. Come docenti e come sperimentati lupi della steppa jazzistica, abbiamo il compito di rinfocolare la loro voglia di crescere come musicisti e persone di principi integri.

Ora ti concentrerai sulla promozione del disco. Quali sono, a tuo avviso, le maggiori difficoltà del mercato dei live italiano?

Probabilmente la ragione principale della crisi concertistica della grande maggioranza dei jazzisti italiani è proprio la crisi economica italiana; non mi pare proprio che l’arte e la musica siano in cima ai programmi di questo o dei più recenti governi. Ma la crisi investe anche altri paesi europei (come Francia, Germania, Inghilterra) dove invece chi fa musica riceve una considerazione ben maggiore, sia sul piano dei diritti sociali che su quello degli spazi concertistici dedicati. Credo che in questo momento chi organizza musica (e il jazz in particolare) in Italia è costretto a subire il ricatto dei contributi pubblici legati al redditometro dell’artista, quindi chi chiama più pubblico in pratica prosciuga gli spazi a disposizione. Ritengo che le istituzioni debbano dare credito a direttori artistici, discografici, editori, programmatori radiofonici e televisivi che basano il loro impegno sulla coerenza dei valori su cui credono, e che quindi dovrebbero essere liberati dalla schiavitù delle vendite come primo elemento di giudizio. Devo dire che gli spazi dove si suona meglio sono spesso quelli autogestiti, che con fatica si sono creati un loro pubblico costante e preparato, che segue la musica proposta a prescindere dalle classifiche. In questo scenario mi accingo alla promozione del disco, che sarà per lo più legata al mio attivismo e alla credibilità della mia musica e del mio passato. Ci voglio credere.

Comunque, cosa è scritto nella tua agenda?

Per ora tutto gira intorno al quartetto, al quale vorrei affiancare di volta in volta, quando ci saranno le occasioni, ospiti sintonizzati sulle nostre frequenze. La mia agenda prevede che Ettore suoni di più, e io che sono il manager di Ettore mi ci impegnerò. Non lo tradirò. O probabilmente sì.

Alceste Ayroldi