«TRACCE D’AFRICA». INTERVISTA A CARLO MAVER

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«Tracce d’Africa» è l’ultimo lavoro discografico di Carlo Maver. Ne parliamo con lui.

Carlo, in «Tracce d’Africa» la tua attenzione si è concentrata sul continente africano e, come dici nelle tue brevi note di copertina, si tratta di «un viaggio a ritroso».

E’ un viaggio a ritroso perchè la mia ricerca si è concentrata  sulle matrici, sulle tracce che si possono riscontrare in vari generi musicali che sono quello che sono  grazie alla fusioni di più influenze fra cui quella africana.Così è molta musica sudamericana e mediterranea. Aree geografiche di grande mescolanza.

A tuo avviso, il debito musicale che la musica deve pagare all’Africa è solo per il ritmo?

Ritmicamente il continente nero non è secondo a nessuno ma non si può dire sia l’unico elemento, poi sinceramente è difficile parlare di musica africana perchè non è solo un continente grande ma anche estremamente variegato da un punto di vista culturale e musicale. Musica africana può voler dire un’orchestra di tamburi del Senegal o i canti polifonici dei pigmei, il blues tuareg o la musica etiope.

Non hai lesinato nel circondarti da tanti compagni di viaggio: siete otto in totale. Avevi in mente qualche riferimento?

La formazione del disco è un po’ a se, difficile oggi riproporre dal vivo sempre la formazione al completo. Abbiamo fatto parecchie presentazioni ora sto girando con formazioni ridotte dal quartetto al duo.

Come hai scelto i tuoi sodali?

La scelta dei compagni di viaggio la effettuo considerando fondamentalmente tre parametri: che strumento suona, come lo trovo umanamente, quanto è bravo.

Sembra che tu abbia voluto ripercorre il drammatico passaggio atlantico degli schiavi africani. E’ per questo che il secondo brano è Tana milonga?

A dire il vero non mi piace sfruttare temi così carichi di sofferenza per un’ispirazione musicale; l’ispirazione del concept è venuta più dal fatto di aver vissuto dal vivo quelle esperienze, in Sud America come in Africa, li senti e vedi le «Tracce»…Tana Milonga;  i tanos in realtà è il modo in cui gli argentini chiamano gli italiani.

Senza contare che fa bella mostra anche un choro (Choro pra bandoneon). Le tracce d’Africa a cui fai riferimento sono ovunque. A tuo avviso, quale musica non ha pagato completamente il suo tributo all’Africa?

Solo le musiche che non hanno avuto contaminazioni e sono rimaste chiuse in se stesse tipo quelle di qualche isola del pacifico ancora non scoperta.

In quale musica tradizionale italiana senti maggiormente l’influenza dei ritmi africani?

Chiaramente in quella meridionale si sente l’influenza del mondo arabo e nordafricano.

Parlare dell’Africa oggi significa anche parlare di un continente dilaniato da guerre civili, da interi popoli in fuga. L’Africa non ha mai trovato pace.

Non credo che sarà la mia risposta ad illuminare una situazione così complessa. Sono uno di quelli che per quanto ne sa (molto poco) crede che l’intervento occidentale in Africa abbia portato un enorme disequlibrio nel continente. Gli interessi europei per schiavi, ricchezze del sottosuolo e via dicendo hanno tracciato nuovi confini senza tenere conto dei confini tribali. Poi, ci sono le dittature: secondo me sempre sostenute dal mondo occidentale, perché è più facile pagare bene una persona che dar da mangiare ad un popolo!

Pensi che anche la musica risenta di tali avvenimenti?

Dipende da che punto di vista, se intendi come anima è piuttosto particolare il discorso; per esempio la musica ebraica ha un carattere estremamente festoso nonostante la storia travagliatissima; la musica del Mali sa di sabbia, di terra più che di sofferenza. Credo che la musica in qualche modo sia «superiore» alla storia del suo popolo.

Tu sei flautista e bandoneonista, due strumenti ben differenti. Qual è stata la genesi che ti ha portato a suonare sia l’uno che l’altro?

E’ triste dirlo ma per quanto riguarda il flauto è stata una pubblicità di un noto caffè solubile dove veniva suonato il flauto di Pan, poi un viaggio in Irlanda mi ha fatto decidere di intraprendere la carriera flautistica. Un bel giorno, un mio amico contrabbassista mi ha invitato a suonare ad un suo concerto, con lui c’era un bandoneonista. Il suono del bandoneon mi è penetrato dentro, da lì gli ascolti di Piazzolla e Dino Saluzzi. Il non facile acquisto dello strumento e l’inizio di un nuovo viaggio musicale.

Forse sei più legato al flauto, visto che i due episodi in solo te li sei ritagliati con quest’ultimo strumento.

Direi che sono un bigamo indeciso, sono due strumenti  molto diversi con caratteristiche diverse, in un certo senso si completano. Il bandoneon mi piace di più come suono ha un sacco di possibilità armonico melodiche e d è stato lo strumento che più mi ha fatto scoprire la mia vena compositiva, con il flauto sono più agile e improvvisativo.

Carlo, chi è il tuo musicista di riferimento?

Senza ombra di dubbio Dino Saluzzi.

Nel vissuto di Carlo Maver, quale momento, collaborazione o altro episodio ha avuto significativa importanza?

Da  un punto di vista musicale l’incontro e il periodo in cui sono stato  allievo di Saluzzi, per me il più grande di sempre con il bandoneon, il più poetico e profondo. Da un punto di vista di viaggio senza ombra di dubbio è stato in Mali nel deserto del Sahara dove in trentacinque giorni di deserto totale io, trenta cammelli e Lamana  il cammelliere , abbiamo percorso 1200 km fra passi e lo stare sul dorso dei cammelli per raggiungere le miniere di sale di Taoudenni partendo da Timbuktu.

Quali sono i tuoi progetti futuri e i tuoi prossimi impegni?

E’ un momento strano, un momento in cui sento il bisogno di riflettere su dove sto andando e  con chi voglio andare. L’intenzione  è quella di concentrarsi soprattutto su concerti all’estero. Musicalmente dedicarmi di più allo studio dello strumento e della composizione , cercare di far partire il progetto  in solo (bandoneon e flauto) a pieno ritmo.

Alceste Ayroldi