Tra arte e mercato: la trilogia elettrica di Wayne Shorter

366
Joe Zawinul, Jaco Pastorious e Wayne Shorter

«Atlantis», «Phantom Navigator» e «Joy Ryder», incisi da Shorter per la Columbia tra il 1985 e il 1988, suscitarono all’epoca reazioni contrastanti e continuano tutt’oggi a lasciare qualche perplessità. Joni Mitchell – sua vecchia amica e collaboratrice – descrisse così quei lavori: «È come se Wayne volesse nascondere la sua musica dietro una recinzione». Curioso, no? Uno dei massimi compositori e sassofonisti del jazz moderno getta una cortina di fumo attorno alla propria musica, quasi per complicare la vita ai suoi ascoltatori. C’è un’evidente contraddizione, una sorta di doppio binario che peraltro ben si attaglia alla sua misteriosa e complicata personalità.

Quell’epoca jazzistica sembra ormai lontanissima, ma forse era un po’ più divertente e animata di quella attuale. Tuttavia, abbiamo sempre pensato che il più autentico Shorter degli anni Ottanta fosse rintracciabile nelle sue comparsate solistiche in dischi altrui, come per esempio il geniale duetto (al sax tenore) con Steve Gadd su Aja degli Steely Dan, il brevissimo assolo al soprano in The End Of The Innocence di Don Henley o le costanti partecipazioni ai dischi di Joni Mitchell (fa eccezione il magnifico duetto con Zawinul in Face On The Barroom Floor, sull’ultimo vero disco dei Weather Report in quanto tali, «Sportin’ Life»).

Ciò che più è invecchiato, di quei tre album, sono certe scelte produttive, le sonorità ormai datate di tastiere e sintetizzatori, la monocorde programmazione delle batterie elettroniche; ma questo è legato in maniera inevitabile al passaggio del tempo e alla trasformazione della tecnologia, oltre che all’avvento dei computer. Ecco, forse il nocciolo del problema sta proprio qui, e richiede un parallelo con le contemporanee imprese discografiche di uno storico compare di Shorter come Herbie HancockNel 1983 Hancock, dopo un paio di deludenti album per la Columbia («Magic Windows», disco-pop fuori tempo massimo, e «Lite Me Up», modesta imitazione di «The Dude» di Quincy Jones), piazza un inaspettato successo di vendite con «Future Shock», – prodotto da Bill Laswell – nel quale spicca Rockit, uno dei brani che hanno cambiato la storia della musica degli ultimi trent’anni. L’anno dopo, Hancock concede il bis con «Sound System», fin troppo ricalcato sul precedente ma con la singolare apparizione del virtuoso di kora Foday Musa Suso, che di lì a poco inciderà in duo con il pianista di Chicago un disco tanto bello quanto trascurato («Village Life», 1984).

L’idea base di Hancock, non certo nuova fin dai tempi di «Head Hunters» e comunque mutuata dal percussionista Bill Summers, era quella di fondere tradizione e tecnologia, griots e informatica; e, data l’eccezionale competizione, oltre che amicizia, tra gli ex davisiani, c’è da credere che Shorter – che non pubblicava un album a proprio nome dal 1974 – possa aver colto la palla al balzo per tornare in sala d’incisione e approfondire certi suggerimenti di Hancock, in particolare l’accostamento tra strumenti acustici ed elettronici che sarà poi il tratto dominante dei tre lavori Columbia del sassofonista.

Il primo risultato di questo curioso periodo di furibonda creatività (tre dischi in tre anni, per poi tornare al silenzio fino al ’95) è «Atlantis», il cui brano iniziale, Endangered Species, dimostra in maniera inoppugnabile le intenzioni di Shorter, costruito com’è su una fitta programmazione di sintetizzatori dalla quale si leva l’inconfondibile voce del sax soprano del leader. Il resto del disco non è così ipertecnologico; anzi: consistenti sono le parti affidate al pianoforte di Yaron Gershovsky, storico collaboratore dei Manhattan Transfer, e di Michiko Hill, mentre il basso elettrico di Larry Klein (all’epoca ancora marito di Joni Mitchell) e la batteria di Alex Acuña completano il tutto. Significativo, tra l’altro, è l’ampio spazio concesso a Jim Walker, il leggendario primo flauto della Los Angeles Philharmonic Orchestra che qui si ritrova spesso accoppiato in frequenti sovraincisioni, anche all’ottavino, con il soprano di Shorter.

 

Dei tre, questo sembra l’album che ha retto meglio il passare del tempo, anche grazie a qualche composizione memorabile come The Three Marias e al recupero della vecchia Shere Khan, The Tiger, che Shorter aveva scritto per un vecchio disco di Carlos Santana in cui figurava pressoché al completo il quintetto davisiano di fine anni Sessanta (senza Miles).

L’album successivo, «Phantom Navigator», rappresenta la miglior illustrazione di quanto si sta dicendo: tipiche composizioni shorteriane, assai complesse e anche un po’ involute, immerse in un appiccicoso bagno di sintetizzatori e batterie elettroniche. L’idea di Shorter è chiara: abbinare la tecnologia più meccanicamente disumanizzata al suono quanto mai naturale e, quello sì, umano dei suoi sassofoni. Non sempre il gioco funziona, specialmente quando, come in Condition Red, si entra in pieno territorio Weather Report e si capisce che Zawinul sapeva fare certe cose meglio di Shorter (così come è vero anche il contrario, ovvio). Tutto sommato, il disco sta ancora in piedi abbastanza bene, esclusa l’orrida caduta di stile di Yamanja, da attribuire completamente allo sciagurato uso del lyricon, strumento quanto mai demenziale che ha funestato per un certo periodo anche qualche album di Sonny Rollins. Da segnalare, nel bel Mahogany Bird (il brano più riuscito del disco), un ottimo assolo di Chick Corea.

 

A stretto giro di posta Shorter fa uscire «Joy Ryder», l’elemento conclusivo della trilogia. Le sonorità del brano omonimo sembrano tolte di peso da uno dei coevi album M-Base di Steve Coleman per la Jmt, «On The Edge Of Tomorrow» e «World Expansion»: la programmazione delle tastiere di Geri Allen, convocata per l’occasione, è esattamente la stessa e lascerebbe pensare a un avvicinamento di Shorter alle posizioni stevecolemaniane (o a un loro attento ascolto).

Se il resto del disco si fosse mantenuto su questa impostazione se ne parlerebbe oggi come di un lavoro quanto meno singolare e proiettato verso le nuove frontiere del jazz. Non è così, e la scelta di affidarsi a musicisti di studio come Patrice Rushen e Nathan East, validissimi dal punto di vista tecnico ma non certo dotati di una voce originale, finisce per appiattire ulteriormente una serie di composizioni meno brillanti del solito (però l’ironica citazione di Birdland che Shorter infila sottobanco a circa metà di Cathay è una buffa punzecchiatura nei confronti di Zawinul). In particolare, risulta quasi inascoltabile la conclusiva Someplace Called Where, in cui la povera Dianne Reeves è costretta a cantare un brutto testo di ispirazione «spaziale» cercando di non farsi sommergere da una valanga di tastiere.

La pessima reazione critica e lo scarso successo di vendite di «Joy Ryder» porteranno Shorter alla rescissione del contratto con la Columbia e a un silenzio discografico destinato a prolungarsi fino al 1995 («High Life» per la Verve, nel quale predomina però la mano di Marcus Miller). Certo, se Shorter dovesse restare nella storia del jazz per questi tre album, staremmo freschi; è forse più giusto considerarli come una serie di interessanti note a piè di pagina in una carriera che, per nostra fortuna, ha conosciuto ben altri risultati, e vederli come una sorta di tiro alla fune tra arte e mercato, dove non solo non esiste vincitore, ma vengono sconfitte entrambe le parti in causa.

 

 

 

Luca Conti