Torrione, vent’anni di idee e passione

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Il Torrione di San Giovanni, foto di Michele Bordoni

Collocata dal 1999 nella suggestiva ambientazione del Torrione di San Giovanni, il bastione costruito alla fine del XV secolo a difesa delle mura cittadine, la programmazione del Jazz Club Ferrara – giunta così alla ventesima edizione in questa veste – costituisce una delle indiscusse eccellenze del circuito jazzistico nazionale per la qualità dei contenuti e per il suo ruolo di catalizzatore di esperienze diverse. Una qualità e un ruolo apprezzati sia a livello nazionale che internazionale da operatori, musicisti e semplici appassionati, come confermano anche gli importanti riconoscimenti attribuitigli dai Jazzit Awards come Miglior Jazz Club d’Italia e dalla prestigiosa rivista americana Downbeat quale Great Jazz Venue per il triennio 2016-2018. Ne è ulteriore prova il primo segmento, appena conclusosi, della nuova stagione. Vi si sono succeduti tra gli altri musicisti del calibro di Adam Nussbaum, Tom Rainey, Avishai Cohen, Ethan Iverson, Mark Turner, Samuel Blaser, Oliver Lake, Peter Bernstein, Pat Martino, Bill Carrothers e David Murray. Proprio Murray è stato protagonista di un acclamato concerto nel quadro del Bologna Jazz Festival con la Tower Jazz Composers Orchestra, fiore all’occhiello delle attività del Torrione. Infatti, la TJCO è una formazione residente creata nel 2016 e votata all’esecuzione di composizioni originali. Condiretta dal pianista Alfonso Santimone e dal sassofonista Piero Bittolo Bon, è composta da una ventina di elementi (comunque soggetti ad avvicendamenti) tra i quali spiccano la vocalist Marta Raviglia, i trombonisti Filippo Vignato e Tony Cattano, il trombettista Mirko Cisilino, il sassofonista Beppe Scardino e il batterista Zeno De Rossi. Dell’attività e della storia del club abbiamo parlato con il direttore artistico Francesco Bettini e con Alfredo Santimone.

 L’attività del Jazz Club Ferrara si svolge nell’attuale collocazione del Torrione dal 1999. Facciamo però un salto all’indietro, alle origini del jazz club.

Francesco Bettini: L’associazione culturale Jazz Club di Ferrara esiste dal 1977. Anche prima, già nei primi anni Sessanta, esisteva una cerchia di appassionati che aveva fondato il Circolo amici del jazz. Dal 1977 sono stati organizzati con una certa continuità festival e rassegne grazie a un appassionato mentore, il notaio Sandro Nistri, e allo storico produttore bolognese Alberto Alberti, fondatore e animatore del Bologna Jazz Festival, nonché co-fondatore di Umbria Jazz. Alberti aveva costruito il suo raggio d’azione tra Bologna, Modena, Ferrara e Ancona. Il taglio dell’associazione era decisamente orientato verso la classicità del linguaggio, anche in considerazione del fatto che molti grandi del jazz erano ancora vivi. Quindi, la programmazione spaziava dal jazz tradizionale al be bop e allo hard bop, con qualche occasionale incursione nell’ambito delle avanguardie.

Dunque, hai cominciato a seguirne l’attività da appassionato spettatore…

Bettini: Ho cominciato ad avvicinarmi al jazz tardivamente, mentre Alfonso ha seguito i suoi primi concerti già dalla fine degli anni Ottanta. Ci fu un’edizione straordinaria nel 1991, con l’ultimo tour di Miles Davis, Ornette Coleman, la big band di McCoy Tyner e la United Nation Orchestra di Dizzy Gillespie: un programma eclatante, da festival. Negli anni seguenti, la programmazione si è svolta al Teatro Comunale, con tre o quattro date in novembre e altre in primavera. Poi il calo dei finanziamenti (dai 150 milioni di lire stanziati dal Comune di Ferrara nel 1991 ai 21000 euro del 2017) ha portato alla realizzazione di una lunga stagione nel solo Torrione, con zero risorse economiche di produzione e un affitto simbolico di 6000 euro annuali, che costituisce il contributo più importante del Comune.

Alfonso Santimone: Il Torrione Jazz Club mantiene vivo un luogo che altrimenti molto probabilmente non avrebbe un utilizzo significativo. Rimane chiuso da maggio a settembre per ragioni climatiche e ovviamente per il periodo delle festività natalizie, ma per sei mesi svolge un’attività continuativa anche nell’arco della settimana. Sotto questo aspetto, con un affitto così basso il contributo del Comune ci offre una grossa opportunità, ma il fatto che quel posto sia una sorgente di cultura è un’opportunità per la comunità tutta. Tutti noi crediamo nel valore collettivo della cultura e perciò i ferraresi devono essere orgogliosi di quel luogo.

Il Jazz Club Ferrara all’interno del Torrione, foto di Davide Simeoli

In tutto il periodo della vostra gestione il discorso a livello locale si è radicato? Si è creato una zoccolo duro?

Bettini: A livello strettamente locale lo zoccolo duro è di scarsa entità. Gli abbonati all’intera stagione sono una ventina. Ferrara non è una città facile sotto questo profilo.

Santimone: L’abbonamento può essere una forma difficile, soprattutto per un pubblico giovane. Dobbiamo fare una valutazione anche secondo un metro sociale. La mia sensazione è che il Torrione sia molto più collegato alla città nel suo complesso, per quanto riguarda sia gli ascoltatori che i musicisti. Secondo me il legame è più forte adesso che con la precedente gestione, che a mio avviso propugnava un’idea sbagliata della fruizione del jazz. Ricordo che, giovanissimo, in occasione della conferenza stampa di presentazione della prima stagione intervenni sostenendo che non era vero che il jazz fosse diventato musica di repertorio, ma piuttosto una musica viva, pulsante, che attingeva ad altre fonti. Perciò non era giusto che diventasse un luogo elitario, per una cerchia di appassionati. Anche per questo credo che adesso il Torrione sia entrato nel reticolo della vita quotidiana della città.

Bettini: Sono d’accordo con Alfonso. A livello di percezione complessiva il Torrione è molto apprezzato. Anche chi non lo frequenta sa che è un luogo di eccellenza culturale, uno spazio di grande vivacità. Un vero zoccolo duro è anche quello formato da tutti quei musicisti che mano a mano si sono avvicinati incontrandosi ai concerti, alle jam sessions e nell’ambito delle nostre attività didattiche. Da qui è nata un’esperienza di cui siamo orgogliosi e passo la parola ad Alfonso, che ne è responsabile.

Santimone: La Tower Jazz Composers Orchestra è un esperimento, e un sogno, che avevamo in mente da tempo, il collettore di tante esperienze: musicisti che si sono trasferiti qua, altri che hanno studiato al conservatorio locale, molti legami personali e musicali, tanti progetti trasversali che hanno trovato un punto di incontro. Il nome fa riferimento a un disco che io adoro, galeotto nella mia formazione («The Jazz Composer’s Orchestra», dell’omonima orchestra diretta da Michael Mantler e Carla Bley, ndr). L’idea di un’orchestra che si ponesse come un ensemble di compositori che scrivono per l’orchestra stessa senza per forza avere il paradigma della big band. Piuttosto, un collettivo creativo aperto a 360 gradi su quello che jazz e musica improvvisata possono essere oggi. Questo si è intersecato anche con un’esperienza didattica che inizialmente si chiamava The Unreal Book, grazie a una fulminante intuizione di Piero Bittolo Bon. Al di là del titolo, l’idea forte era quella di utilizzare come materiale didattico composizioni – mai affrontate nella didattica convenzionale – che appartenessero alla tradizione recente del jazz. Quindi, materiale di Henry Threadgill, Steve Coleman, Bill Frisell, Tim Berne, Anthony Braxton, con l’aggiunta di composizioni originali e con l’idea di “tradizione in movimento”. Un’altra esperienza che mi piacerebbe rivitalizzare qui a Ferrara è quella di Aterforum, basata sulla musica contemporanea. Nei miei sogni musica contemporanea dovrebbe significare tante cose intrecciate tra loro: vedrei bene una stagione distribuita in tanti luoghi della città, dove ci fossero jazz, musica contemporanea scritta, forme ibride, elettronica, musica popolare di tradizione etnica. Quindi, anche l’esperienza della big band serve a dare l’idea di un’entità non separata dal tessuto della città.

La Tower Jazz Composers Orchestra, foto di Daniele Franchi

Mi sembra poi di poter dire che il Torrione, sia a livello di pubblico che di musicisti, ha attratto molto interesse dall’Emilia-Romagna e dal confinante Veneto.

Bettini: Anche un po’ dalla Toscana! Nell’orchestra ci sono un senese, Tobia Bondesan, e un livornese, Beppe Scardino.

Santimone: Ci sono poi dei triestini e dei friulani. Tutte persone che gravitano nel giro bolognese o addirittura risiedono a Bologna, data la vicinanza.

Alfonso Santimone, foto di Daniele Franchi

Il Torrione ha anche creato un circuito insieme a Crossroads e Bologna Jazz Festival

Bettini: Questa è un’altra delle cose che programmaticamente troviamo sensate. Lo scopo principale è incrociare pubblici differenti. Nell’ambito puramente jazzistico l’inserimento dei concerti da noi prodotti sotto il cappello di Crossroads ci offre una maggior visibilità e permette a Crossroads di avere un piede anche su Ferrara. Qui si incrociano gli appassionati che seguono Crossroads come festival itinerante, il che ci dà il chiaro vantaggio di arrivare a un pubblico soprattutto romagnolo, essendo la Romagna lo zoccolo duro di Crossroads. Il legame con il Bologna Jazz Festival è dovuto alla tradizione che storicamente unisce le due città. Alberto Alberti, purtroppo mancato nel 2006, aveva voluto che ci fosse questa sorta di elastico tra le due città, essendo Ferrara considerata come un satellite della città metropolitana di Bologna. Esiste infatti un collegamento ferroviario di 34 km e perciò il pubblico bolognese che frequenta il Torrione è piuttosto numeroso. La cosa più interessante è la collaborazione, sempre più ampia negli ultimi anni, con associazioni che non si occupano necessariamente di jazz. Di recente abbiamo collaborato con un’associazione di giovani rivolta alla musica elettronica. Con Ferrara Musica abbiamo spesso approfittato della presenza delle orchestre residenti per chiedere loro di estrapolare gruppi da camera facendo un repertorio legato al Novecento e a compositori contemporanei. Recentemente abbiamo collaborato anche con l’ARCI locale, con la quale consolideremo ulteriormente i rapporti, non solo per il festival Internazionale di Ferrara ma anche – visto il forte interesse per il rock legato a Ferrara sotto le stelle – per un’eventuale coda invernale di quella rassegna al Torrione. Insomma, si cerca di stimolare l’interesse di un pubblico eterogeneo verso altre forme…

Santimone: … e di trasformare il supermercato in un mercato delle pulci!

Bettini: Anche i nostri soci storici difficilmente sono fruitori di altre cose. Rimane quest’idea del supermercato con i comparti stagni. L’obiettivo è cercare di abbatterli e far comprendere che tutti questi linguaggi hanno facilità di interconnessione.

Santimone: Sarebbe bello che il Torrione si facesse portatore di questo messaggio, pur dovendo confrontarsi con un pubblico condizionato dalle categorie di mercato.

Francesco Bettini, foto di Eleonora Sole Travagli

A proposito del pubblico, si sta assistendo a un ricambio generazionale?

Bettini: Chiaramente, quando facciamo concerti a offerta libera il lunedì sera (occasione in cui in città non succede nulla), è più facile avere un pubblico di ragazzi che, pur non essendo appassionati, possono essere attratti e stimolati dalla musica proposta. In quest’ambito presentiamo spesso musicisti giovani che possiedono un linguaggio non derivativo e più influenzato da altre musiche, il che rende più facile l’interpretazione dei contenuti a un pubblico giovane e inesperto. L’età media si abbassa anche quando proponiamo i concerti della big band. Inoltre il luogo in sé è piacevole ed è frequentato anche da molti giovani musicisti.

Santimone: Ghettizzare il jazz in una forma elitaria – com’è successo in passato – è contro la sua stessa natura. In passato anche alcuni sostenitori dell’avanguardia avevano assunto posizioni reazionarie. Il pubblico deve essere ibridato nel modo giusto, non com’è accaduto a Umbria Jazz.

Bettini: Questa è una realtà che vive in provincia, con la facilità che la provincia offre anche dal punto di vista logistico. Forse è anche un segnale dei tempi: sul piano delle idee le grandi città metropolitane non sono più trainanti come un tempo.

 

Enzo Boddi