Il Torino Jazz Festival C(h)lub riparte dai club della città

di Lorenza Cattadori

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Dal 27 settembre al 3 ottobre in programma 46 eventi che coinvolgono 12 jazz club di Torino. E’ il ‘rinascimento del jazz’ secondo gli organizzatori Giorgio Li Calzi e Diego Borotti.

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Le parole sono veramente importanti, ed è un concetto da non banalizzare mai e soprattutto in giorni come questi. Alla conferenza stampa del Torino Jazz Festival – Jazz Cl(h)ub organizzata martedì 21 settembre in un’atmosfera piacevole e davvero confortevole (grazie anche all’impeccabile ufficio stampa del Comune di Torino nella persona di Luisa Cicero), quella che risaltava tra le tante degne di rilievo era proprio inserita nel sottotitolo della manifestazione: “Il rinascimento del jazz parte in autunno”.
Rinascimento suona, soprattutto per noi italiani, con una connotazione di spessore e dignità tale da ritenere che non sia stata scelta a caso, e invece con l’intenzione di lasciar percepire anche inconsciamente il livello di impegno da parte degli organizzatori nel confezionare un festival densissimo di spunti e di stimoli artistici, unito naturalmente al senso comune del ‘ricominciare’. In questo preciso caso l’intento va addirittura oltre, coinvolge 12 jazz club della città (oltre alle aule del Politecnico di Torino e gli spazi di Area X del gruppo Intesa San Paolo)) implicando 220 artisti tra musicisti, attori, dj e danzatori per un totale di 46 eventi totalmente gratuiti se si esclude l’interessante  performance del trombettista Markus Stockhausen con il pianista Florian Weber, concerto organizzato insieme a Polincontri Classica a prezzo comunque calmierato (8 Euro), e il professor Marco Masoero – che fa parte di quell’organizzazione – si è mostrato davvero entusiasta del connubio tra generi musicali auspicando una collaborazione ancor più intensa in futuro.
Il trombettista Giorgio Li Calzi e il sassofonista Diego Borotti sono gli organizzatori ormai collaudati del Torino Jazz Festival, così diversi per personalità e suono ma talmente rodati e complementari da rendere tutto fluido e sorridente: proponi alcune domande a uno dei due e l’altro se ne va tranquillo da un’altra parte (“Tanto ha già detto tutto lui”), a sottolineare la perfetta sintonia e un’intesa che il pubblico di addetti ai lavori apprezza e il pubblico vero premia. Anche in quest’occasione l’offerta è così ben studiata e ricca da far sgranare gli occhi e far rimpiangere me, ancora una volta, di non essere una e ubiqua. Dal 27 settembre al 3 ottobre, già sai che qualcosa devi necessariamente perderti e ti studi il programma come fosse una mappa vitale. Non capita poi così spesso, anzi.
E così, anche in questo spazio, non è affatto facile andare per tappe peculiari e scegliere quali concerti siano più rilevanti di altri. I musicisti torinesi sono molti, ma non tutto è costruito attorno a loro: piuttosto sono loro ad aver progettato eventi che potessero coinvolgere artisti internazionali, come nel caso della GP Big Band di Gianpaolo Petrini che il 29 settembre al Bunker ospita alle 21 il sassofonista Rick Margitza (che ha iniziato la propria carriera in una tra le formazioni di Miles Davis) o del sassofonista Emanuele Cisi che alla qualità del suo suono unisce quella di grandi come Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Adam Pache alla batteria e Dino Rubino sia al pianoforte che al flicorno (alle 21 di venerdì 1 ottobre alla Piazza dei Mestieri).
E i nomi e i progetti artistici sono così tanti e articolati da lasciare senza fiato e rimandare direttamente al sito www.torinojazzfestival.it o all’opuscolo in calce a questo testo, ma se proprio volete ci provo: Gabriele Mirabassi con Simone Zanchini, Tino Tracanna con Umberto Petrin, Gabriele Comeglio, Francesco Guerri, Dan Kinzelman, Giovanni Falzone, Mr-TBone, Francesca Bolognesi, Claudio Chiara, Daniele Tittarelli, Matteo Salvadori, Nico Morelli e Barbara Eramo tra folk e jazz, Pietro Tonolo, Matteo Bortone, Paolo Spaccamonti con Enrico Gabrielli, Bandakadabra, Lucia Minetti, Sandro Gibellini, Ivan Bert con il Balletto Teatro di Torino, Gianni Cazzola, Gilbert Impérial, Monica Fabbrini,  Luca Begonia, Barbara Raimondi, Valentina Nicolotti, Luigi Tessarollo, Rodolfo Cervetto, Marco Tardito, Alberto Borio,  John Greaves con Annie Barbazza, Gabriele Mitelli, Mike Cooper, Alfredo Ponissi, Davide Liberti,  Manlio Maresca, Max Gallo, Cesare Mecca, Ares Tavolazzi e Federico Bagnasco in una sorta di sticomitìa tra contrabbassi, Francesco Guerri, i dj Robbie, Fontolan, Charlie, Delavie in vari progetti che includono in un caso anche la danza con Gabriella Cerritelli e il gruppo Retina.it, Michael Rosen, Giancarlo Tossani… Impossibile davvero poterli citare tutti, ma vi riporterò qualche impressione e molti più particolari nei giorni del festival.
E poi una mostra fotografica con le immagini di Gherard R. Sargas (“Jazz secondo me”), la rivisitazione degli stilemi di Django Reinhardt con il Django’s Memory Ensemble, la lettura dell’autobiografia di Billie Holiday con l’attrice Elena Canone e l’interessante gruppo dei Prank, ma anche la Big Bang Theory formatasi alla scuola di musica Arcote del bravo trombettista Johnny Lapio, diretta dal pianista genovese Gianluca Tagliazucchi di cui non si sente mai parlare abbastanza.
In ultima analisi – ma solo per motivi di spazio – il compleanno dell’etichetta discografica Auand che verrà festeggiato all’Amen Bar sabato 2 ottobre alle 22 insieme al musicista Stefano Risso e al giornalista e scrittore Franco Bergoglio che intervisterà il fondatore Marco Valente, i due concerti alla Casa Circondariale “Lorusso e Cotugno” e all’Istituto Penale Minorile “Ferrante Aporti” (grandissima e complessa iniziativa) e infine un rimando bello e colto sia alle “Città Invisibili” di Italo Calvino con l’Ottimo Massimo Grand Band (al Bunker sabato 2 ottobre alle 21) che a Lawrence Ferlinghetti da parte del Marco Tardito Eleven (ancora sabato, ore 22 all’ARTeficiO), per riportare della compenetrazione profonda tra ogni genere artistico senza tralasciare poesia e letteratura.
Racconta Alessandro Isaia – Segretario Generale della Fondazione per la Cultura di Torino – in conferenza stampa di tutti gli sforzi orientati sino a qui per rendere perfettamente fruibili al pubblico tutti gli eventi in programma, al netto ovviamente di tutte le canoniche misure adottate per ovviare al particolare momento: prenotazione obbligatoria, distanziamento, mascherina, misurazione della temperatura e famigerato ma indispensabile Green Pass. Nel caso vi fossero dopo il 30 settembre gli attesi cambiamenti sugli ingressi non più contingentati, si riserva ai singoli locali, in base alla capienza di ciascuno, l’individuazione di una procedura valida.
Braccato appena prima del pranzo, entrambi molto affamati, Diego Borotti risponde alle mie domande con occhi pieni di entusiasmo e un certo naturale e giustificato orgoglio nella voce. Sia lui che Li Calzi sono assai legati a questa parte di festival nei club (la prima, definita ‘Main’ si era svolta a giugno): perché i locali che ospitano musica dal vivo creano momenti di aggregazione, di fusione sociale, di convivialità e di qualità impossibili da riprodurre sul grande palco e dunque permettono un tipo di ricezione molto proficuo e pregevole.
La vis polemica non è nelle mie corde, ma da tempo provo un certo disagio e stavolta ho cercato di dirimerlo parlandone in questa sede: tra le domande pertinenti e cortesi delle persone presenti in sala, un collega ha chiesto come mai tra i locali candidati a ospitare i concerti non vi fosse l’unico luogo a Torino che si fa chiamare ‘Jazz Club’ (ma che per noi jazzofili è diventato un ‘Club No-Jazz’): un posto dove si cena, sostanzialmente, ma dove non sono molto gradite le persone che vogliono assistere a un concerto e dove paradossalmente ti capita di incontrare anche il commensale che brontola dicendo di ‘abbassare la musica’…
“Non si è candidato” è stata la risposta di Borotti e Li Calzi. Gentili fino in fondo, ed efficaci sempre.
Lorenza Cattadori